Summonte, Giovanni Antonio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giovanni Antonio Summonte (Napoli, 1538/42 – 29 marzo 1602) è stato un commerciante, letterato e storiografo.

Nacque a Napoli forse nel 1538 o nel 1542. Mercante di seta, iscritto nel libro delle matricole dell’Arte il 24 luglio 1561, si avvicinò alla realtà delle compagnie e congregazioni laiche, entrando nel sistema politico di Napoli, tanto che nel 1585 e nel 1598 fu eletto capitano della piazza di Porta Caputo e nel 1597 ricevette l’incarico di tesoriere del seggio del Popolo. Secondo una tradizione, accolta dal suo biografo settecentesco Scipione di Cristoforo nella Vita premessa all’edizione del 1748, incarcerato per sospette posizioni eretiche e antigovernative nella sua opera, Summonte sarebbe morto mentre attendeva a correggere la sua Historia con apposite giunte scritte su cartigli.
La fama di Summonte (tralasciando un Manuale divinorum officiorum del 1596 e un inedito Sommario et breve relatione delli Vescovi et Arcivescovi di Napoli, composto nel 1598 e oggi nella Biblioteca nazionale di Napoli) è legata alla Historia della Città e Regno di Napoli, i cui primi volumi furono editi a Napoli nel 1601 e 1602. Nell’edizione principale, curata tra il 1601-2 ed il 1640-43, la materia è distribuita in 4 volumi, di cui il primo copre le origini e l’archeologia di Napoli, con un intento di tipo ‘pliniano’, mirato a presentare i mirabilia urbis e le istituzioni napoletane; il II volume tratta del periodo compreso tra il 1127 ed il 1442; il III copre il cruciale periodo tra 1442 e 1500, per poi concludere la trattazione, nel IV, del periodo spagnolo dal 1501 alle rivolte del 1585.
Il primo libro dell’Historia funge da archeologia, introduzione complessiva di tipo storico e geografico, secondo un modello risalente agli storici greci e romani, soprattutto all’ampia introduzione straboniana, che Summonte sembrava tener presente nella mescolanza di storia e geografia, tracciando, come in Strabone, in primo luogo l’elemento essenziale per la conoscenza del Regno, concentrandosi su Napoli, di cui l’autore esponeva la forma urbis considerata nell’analisi del sito (capitolo I), nei miti di fondazione (II-III), nella vera e propria forma, ossia negli sviluppi urbanistici (IV) e nell’analisi della religione (V). Di ispirazione giuridica sembra, poi, il modello compositivo del gruppo di capitoli de re publica, dedicati all’analisi delle istituzioni politiche (polizia e giustizia, VI-VIII), per poi ritornare all’impostazione descrittoria con la descrizione dei mirabilia del Regno (IX-X). Il libro, con una seconda parte di archeologia propriamente storica da Cesare ai Normanni, ritornava ad una tipologia storica meno ibrida e meno debitrice nei confronti del modello descrittivo, in cui il raccordo con periodi più documentati dalle fonti era attuato tramite l’uso continuo di martirologi e la cronotassi dei vescovi, fino a giungere al 1127, ossia alla conquista normanna.
Il II tomo si apre, appunto, con Ruggero i, con un primo excursus sulla Sicilia, certamente debitore alle Decades del Fazello, esplicitamente citato, per poi proseguire fino a Manfredi, che chiude, infatti, il libro monografico normanno-svevo. Seguono due libri (III-IV) altrettanto monograficamente dedicati agli Angioini.
Nel III tomo l’intero V libro è dedicato alle figure capitali della monarchia aragonese, Alfonso il Magnanimo e Ferrante I, che vanno a formare le due facce di un dittico ‘rovesciato’, certamente disposto nelle intenzioni dello storico in modo da dare un’immagine speculare dei due regnanti dell’età dell’oro, in contrapposizione alla corrente storiografica che voleva sullo stesso piano Alfonso ed il figlio nella corretta gestione del patrimonio. La ‘monografia aragonese’ termina nel VI libro, che giunge, nel capitolo IV, al 1442, seguito, nel IV ed ultimo tomo, il più ampio, dalle vicende della «calamità d’Italia» e dell’inizio della dominazione spagnola nel Regno. La narrazione è emblematicamente chiusa da un breve excursus sulla processione del Santissimo Sacramento che, per il suo carattere frettoloso e quasi fuor di luogo, sembra evidente segnale della correzione apportata dall’autore su ordine della censura, raffigurandosi come simbolo di una cristianità del dominio spagnolo affermata con il simbolo del Santissimo Sacramento.
I libri dal VII al XII, infatti, sono una climax costruita secondo i moduli di un allargamento del respiro narrativo, per cui l’espansione della potenza di Carlo V e Filippo II è seguita in progressione con l’espansione delle vicende che coinvolsero il Regno. Summonte non trascurava alcuno degli eventi atti ad esaltare i re Cristianissimi, allargando la narrazione ad un respiro mediterraneo con riferimenti al sacco di Roma (VII 1-2), alle guerre contro i protestanti (VIII 4) e Lepanto, emblematicamente posta nel libro XI, ancora una volta in un dittico, insieme all’impresa di Tunisi.
Chiusura dell’Historia era la strage del 1585 dell’Eletto Starace, seguita da varie notizie sulle magistrature fino al 1590, con una disposizione e uno stile chiaramente frammentari.
Nell’edizione del 1748, infine, la materia e la divisione vennero ridistribuite in sei tomi, con lo sdoppiamento dell’archeologia in due libri distinti, per un totale di 13 libri contro i 12 dell’edizione Bulifon del 1675.

Caratteristica della narrativa summontiana è quella che si potrebbe definire una struttura ‘a dittico rovesciato’: l’opera è strutturata in modo da svilupparsi secondo paralleli o rovesciamenti, ossia la narrazione storica procede solo apparentemente e superficialmente in maniera freddamente cronachistica, in quanto ad un esame più attento emerge il fatto che Summonte dedicasse ai vari sovrani o libri interi, accorpandone le vicende in maniera monografica, come nel caso dei Normanni e degli Svevi, o frantumasse la narrativa concernente una dinastia in una sorta di dittico.
Un esempio è costituito dalla diade IV-V, dedicata agli angioini. Il IV libro si sviluppa sull’ascesa della dinastia angioina a partire dal re Carlo, per arrestarsi in limine alle vicende di Giovanna I, che funge da punto nodale e culminante della parabola della dominazione angioina nel Mezzogiorno d’Italia. A questo culmine segue il V libro, con il progressivo declino della dinastia, che trovava in Renato d’Angiò il punto finale e più basso, come si può notare dalla posizione della sezione che lo concerne alla fine del libro.
Ugualmente si procedeva per quanto riguarda gli aragonesi. Anche qui la materia venne distribuita in due libri, disposti sempre a dittico e riguardanti ascesa e declino della dinastia: al libro VI, come già detto monograficamente dedicato all’età aurea di Alfonso e Ferrante, corrispondeva specularmente il vii libro, con la caduta degli aragonesi. Anche qui, come nella ‘sezione angioina’, si evidenziano numerosi accorgimenti autoriali che evitavano la possibilità di un’eccessiva ‘monografizzazione’ della materia. Summonte inseriva come punti focali determinati eventi che allo stesso tempo chiudessero la sezione e la legassero al periodo successivo: così, se per la dinastia angioina queste cerniere narrativo-storiche erano Giovanna I e Renato d’Angiò, per quanto concerne gli aragonesi snodi focali furono Ferrante per il primo tassello del dittico, quello in crescendo, la descrizione della processione del Santissimo Sacramento per il tassello speculare, quello del declino.
Che la caduta della dinastia aragonese rappresentasse nell’ottica di Summonte un punto epocale dal punto di vista storico e politico lo si nota dal passaggio dal VII all’VIII libro, in cui la struttura a dittico rovesciato venne comunque mantenuta e applicata non più a periodi omogenei e contigui, ma a gruppi narrativi di eventi che corrispondevano ad un enorme ampliamento della struttura narrativa e tematica. Così, alle guerre d’Italia di Carlo V, il cui nodo e punto terminale era il trionfo napoletano del 1536, corrispondevano le guerre esterne, il cui punto focale era la guerra contro i protestanti, «misura e peso di tutte le cose».
Questa struttura lineare e giocata sui paralleli veniva significativamente interrotta da spie narrative che mostravano il deteriorarsi del dominio spagnolo su Napoli: così, significativamente, ampio spazio fu dato, nel libro X, alla politica interna, con la rivolta del 1547 e un’ampia narrazione sul ruolo dei Sanseverino, peraltro già messi in evidenza nella sezione dedicata a Federico II.
La struttura a dittico veniva, così, man mano che ci si avvicinava al termine ed all’epoca dell’autore, messa in crisi da sezioni ‘stonate’, quasi contrappunti nascosti all’esaltazione costante di Carlo V e Filippo II, uniti in dittico – stavolta non rovesciato, secondo i dettami dell’encomio rinascimentale e del ritratto d’ascendenza gioviana – nel libro XI, cui faceva da traino la narrazione bellica del XII, imperniato su Lepanto e sulla conquista di Tunisi. Emblematica dell’inquietudine politica che appare già negli ultimi libri è la chiusura ‘stonata’ dell’ultimo libro, con l’ampia narrazione della morte dell’Eletto Starace, cui seguiva una sorta di appendice documentaria su magistrati ed altri problemi interni.

Bibliografia

  • Aurelio Musi, Carlo V nella «Historia della città e Regno di Napoli» di Giovanni Antonio Summonte, in Sardegna, Spagna e Stati italiani nell’età di Carlo V, a cura di B. Anatra e F. Manconi, Bulzoni, Roma 2001, pp. 51-61.
  • Antonio D’Andria, Identità svelate. La parabola dell’antico nelle storie locali del Mezzogiorno moderno, Lacaita, Manduria-Roma-Bari 2018, pp. 47-74.
  • Saverio Di Franco, Summonte, Giovanni Antonio, in DBI, vol. 94 (2019).

Nota bene

Questa voce è parte del Dizionario degli storici meridionali, progetto condiviso tra Ereticopedia e il portale "Storia della Campania" che mira ad offrire a studiosi ed appassionati un Dizionario biografico on line dedicato alla produzione di storie nel Mezzogiorno d’Italia dal Rinascimento alla prima metà del Novecento.

ARTICLE WRITTEN BY ANTONIO D'ANDRIA | ERETICOPEDIA.ORG & STORIADELLACAMPANIA.IT © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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