Giovanna d'Arco

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giovanna d’Arco (Jeanne d'Arc o Darc, Domrémy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431) è stata un’eroina nazionale francese vissuta durante la fase lancasteriana della Guerra dei Cento Anni, venerata come santa dalla Chiesa cattolica, conosciuta anche come la Vergine di Lorena o la Pulzella di Orléans (la Pucelle d'Orléans).

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Il contesto storico: la Guerra dei Cento Anni – la fase Lancaster (1411-1435)

La fase della Guerra dei Cento Anni definita Lancaster è la porzione finale di quel grande conflitto che vide contrapposte la Francia e l’Inghilterra del XV secolo. Si tratta di un periodo di particolare interesse sia per gli studi su Giovanna d’Arco sia per le vicende storiche che riguardano la campagna militare della pulzella d’Orléans; ma anche per comprendere il clima storico, politico e culturale in cui nacque questa fanciulla che, nel giro di pochi anni, avrebbe ribaltato le sorti di un conflitto durato più di un secolo. Questo conflitto causò disordini e colluttazioni interne che interessarono non soltanto il territorio francese, ma anche quello inglese e, se si guarda con attenzione alla sua estensione, si può rilevare come si sia trattata di una guerra durata ben 116 anni.

Giovanna d’Arco: la nascita, la spiritualità e le voci

La figura di Giovanna d’Arco è quella di una pastorella proveniente dalla Lorena e postasi a capo dell’esercito francese. Alla pastorella si associa l’immagine dell’eroina, della martire ed infine della santa che non ha mai smesso di incuriosire storici e studiosi che hanno ripercorso le gesta di un personaggio alquanto complesso. Jules Michelet ritiene che la vicenda di Giovanna d’Arco rispecchi le caratteristiche della “santa laica” a tutti gli effetti. La sua figura, infatti, andrebbe contestualizzata sotto un aspetto puramente patriottico: "come una figlia condannata dalla Chiesa e successivamente abbandonata al braccio secolare da un re, una sorta, dunque, di santa laica", ben diversa da uomini e donne che già, nei tempi antichi, avevano guidato popoli verso la rivoluzione e verso svariate conquiste. A differenza di tali personaggi, a proposito di Giovanna, Michelet afferma: "la fanciulla, al contrario, esercitò la sua opera per la viva luce che gettò, su una situazione oscura, per una forza di buon senso e gran cuore"1. Concorde con Michelet è sicuramente Robert Heymann, il quale nel suo volume Giovanna d’Arco, la leggenda vivente (1952) utilizza lo stesso termine dello storico francese presentando l’eroina come una “figlia del popolo” che, grazie alle sue imprese, divenne ben presto “leggenda vivente”.
Giovanna d’Arco nasce intorno al 6 gennaio del 1412 anche se, riguardo la cronologia, come i confini geografici del suo paese natale, (ossia Domrémy, un piccolo villaggio connesso alla castellania di Vacouleurs e circondato per buona parte da territori sottoposti al controllo delle truppe borgognone), rimangono ancora oggi delle incertezze, che vengono confermate anche dagli studi di Régine Pernaud, la quale sottolinea come, durante la Guerra dei Cento Anni, proprio a causa delle invasioni nemiche, spesso i confini dei villaggi erano soggetti a continui cambiamenti. Riguardo la nascita di Giovanna d’Arco, disponiamo dell’autorevole cronaca di Perceval de Boulanvilliers, all’epoca consigliere di Carlo VII di Valois, il cui passo ci viene riportato nel volume della storica Laryssa Juliet Taylor:

Vide la luce di questo mondo nella notte dell’Epifania, quando i cristiani commemorano lietamente la vita di Cristo. Era una cosa meravigliosa vedere quei giovani paesani colti da un accesso di gioia incredibile. Non sapevano della nascita della bambina, eppure si correvano incontro chiedendosi cosa fosse mai accaduto. Quasi araldi di una nuova gioia, i galli si misero a cantare emettendo melodie che nessuno mai si sarebbe aspettato da loro. Si battevano i fianchi con le ali, e per un paio d’ore lì si potè sentir annunciare la buona novella.2.

La data precisa riguardo la nascita di Giovanna d’Arco ci viene però fornita dalle testimonianze dirette rilasciate durante il processo di Rouen del 1431, quando la giovane affermò, dopo essere stata catturata, di aver compiuto appena 19 anni e ciò ci riconduce, con ogni probabilità, al fatto che sia nata nell’inverno del 1412. Riguardo la famiglia, la formazione e l’educazione ricevuta dalla ragazza, fondamentale è quel secondo processo, voluto da Carlo VII nel 1453, definito come “processo di annullamento”, in cui emergono testimonianze basilari per la ricostruzione dell’infanzia della fanciulla fino alla partenza per la sua missione. Dalle ricerche ci è noto che Giovanna d’Arco non era figlia unica, bensì la quinta figlia di una famiglia contadina. Il nome dei genitori: Jacques d’Arc e Isabelle Romée. Proprio riguardo suo padre, il cronista Athanase Renard, ci informa che egli era decano presso il villaggio di Domrémy. Egli si occupava della difesa, dell’ordine pubblico, della riscossione delle tasse e della supervisione dei pesi e delle misure. Al di là della famiglia di Giovanna, dei suoi possedimenti che le conferivano una posizione “agiata” rispetto agli altri contadini della Lorena, a sorprenderci è il fervore religioso che da sempre accompagnò la sua vita. Régine Pernaud e Inos Biffi, nelle pagine iniziali dell’opera La Spiritualità di Giovanna d’Arco, si soffermano proprio su quell’intensità che faceva della ragazza una buona e santa cristiana, principio di cui si dà nota anche nel processo del 1431, allorché la stessa accusata disse di aver appreso il Padre Nostro e l’Ave Maria da sua madre. Una fanciulla semplice, che maturò in sé una forte devozione e un radicato sentimento del “servire Dio” e tutto ciò venne rafforzato dall’integra obbedienza al comandamento delle voci. Giovanna iniziò a udire le voci celesti all’età di tredici anni. Queste le imponevano di andare in Francia per compiere la sua missione di liberazione. Franco Cardini, in un’interessante argomentazione sviluppata nel suo volume sulla pulzella, riprende l’ipotesi di vari studiosi ossia che, tali voci, si erano presentate nel periodo in cui, con certezza, Giovanna era soggetta ai primi turbamenti adolescenziali e in cui avviene quella fase che porta le ragazze a diventare donne. Da qui il paragone con la Vergine Maria, la quale ricevette la visita dell’arcangelo Gabriele proprio intorno ai 13 anni.

Da Vacouleurs ad Orléans, l’incoronazione di Carlo VII

Il viaggio di Giovanna d’Arco ebbe inizio nel 1429 quando, in compagnia di suo zio, un tale di nome Laxart, si recò presso la fortezza di Vacouleurs, rimasta fedele alla causa del Delfino, per incontrare il capitano Robert De Baudricourt. L’udienza chiesta da Giovanna venne rifiutata per due volte e si crede che lo stesso Robert di Baudricourt riferì allo zio della pulzella di rimandarla a casa dopo averla schiaffeggiata. Il successivo ripensamento del comandante fu probabilmente indotto da due cause: la prima è che egli conosceva bene il padre di Giovanna d’Arco (Jacques d’Arc) verso cui nutriva una profonda stima, la seconda era la stessa pulzella o ciò che rappresentava con la sua missione di liberazione in un contesto in cui la Francia non aveva più nulla da perdere. Giovanna non venne inviata subito dal Delfino, ma fu mandata a Burey (una città confinante con Vacouleurs) presso la casa di Herni e Catherine le Royer. Solo la sua insistenza e il suo discorrere con maggior sicurezza, giorno dopo giorno, indussero Badricourt a credere nella sua missione tanto da affidarle un cavallo, un’armatura e un drappello di soldati che l’avrebbero scortata fino a Chinon. La giovane arrivò alla corte di Carlo VII il 26 febbraio del 1429. Diversi storici hanno riproposto nei loro scritti quel celebre incontro in cui la fanciulla, poco più che diciassettenne, avrebbe fornito al delfino segni che lo avrebbero scosso profondamente. Inoltre, grazie alle testimonianze dirette di Simon Charles (uno degli accompagnatori di Giovanna) sappiamo che il Delfino cercò di trarre la giovane in inganno e lo fece camuffandosi tra i nobili presenti nella grande sala del castello, ma la ragazza lo riconobbe senza alcuna esitazione. Dopo aver parlato con Carlo VII, venne sottoposta ad alcuni esami tesi ad accertare in primis la sua purezza e il suo credo religioso e, in secondo luogo, che fosse davvero custode di una missione divina. Venne inoltre attestata la sua illibatezza da alcune donne appartenenti alla famiglia reale dei Valois, che affermarono che la fanciulla era illibata. Dopo il soggiorno presso Poitiers, dove la pulzella chiese un amanuense per redigere la famosa lettera agli inglesi con cui chiedeva a quest’ultimi, in nome di Dio, di abbandonare il suolo francese, le fu accordato il permesso di partire verso Orléans. L’ingresso di Giovanna d’Arco nella città di Orléans ci viene descritto dalle truppe e dai generali coinvolti in prima persona nel processo di liberazione. Essi spiegano che la sua comparsa, avvenne in un momento in cui l’assedio volgeva completamente a favore delle truppe inglesi che, in caso di vittoria, avrebbero avuto accesso libero verso il Mezzogiorno francese. Proprio per bloccare ogni tipo di rifornimento e prendere la città per fame, il generale inglese Salisbury aveva circondato il perimetro orleanese con un poderoso sistema di bastie (fortificazioni) e, in particolar modo, era stata messa sotto osservazione la zona Meridionale delle mura tramite la fortezza de Les Turelles. Grazie alle prodezze della pulzella vennero liberate prima le fortezze a Nord della città e successivamente quelle che attorniavano il perimetro cittadino. Un esempio è il primo assedio condotto alla fortezza degli Agostiniani il 6 maggio del 1428 in cui la giovane riportò una profonda ferita al piede destro. Vennero poi conquistate le fortezze di Saint Jean le Blanc, al Sud della Loira, L’Ile-aux-Toiles, situata al centro del fiume e la fortezza de Les Turelles. L’assedio a Les Turelles si rivelò particolarmente complesso, ma determinante per la liberazione di Orléans e, proprio durante tale battaglia, Giovanna rimase gravemente ferita al di sopra del seno a causa di un dardo inglese. In questo contesto la ragazza rifiutò alcuni rimedi “magici” che le erano stati offerti dai suoi compagni di battaglia per curare la ferita, dimostrando, ancora una volta, di essere una buona e santa cristiana. Dopo la liberazione di Orléans, vennero conquistate Jargeau e Troyes (nel maggio del 1429). Tali conquiste permisero l’incoronazione di Carlo VII di Valois, presso la cattedrale di Reims, il 15 luglio del 1429. Giovanna d’Arco, riprendendo fedelmente le parole della poetessa italo- francese Christine de Pizan, (coeva al periodo in cui visse la pulzella), utilizzate per descrivere le imprese e le gesta di Giovanna, possiamo affermare che assunse a tutti gli effetti il ruolo di una cheveitane, ossia “capo da guerra”. Furono infatti i criteri di rapidità ed efficienza in campo militare a determinare la liberazione, in tempi brevi, di numerose piazzeforti nemiche tanto più che la pulzella sembrava apprendere velocemente l’arte della guerra proprio perché accompagnata da valenti uomini d’arme.

Da Parigi a Rouen (1429-1431), la cattura, il processo e il rogo

Dopo la cerimonia d’incoronazione (sacre) la missione di Giovanna d’Arco non ebbe fine. I numerosi successi della pulzella d’Orléans fecero sì che lo stesso re e i suoi consiglieri iniziassero ad evitare lo scontro armato con gli inglesi preferendo trattive di natura diplomatica. Non sappiamo se, a questo punto della missione, Giovanna venne tradita o se la sua ostinazione nel voler combattere a tutti i costi l’avessero fatta diventare ostinata e superba ma, con certezza, dalle fonti consultate apprendiamo che Carlo VII, dopo la sua incoronazione, aveva avviato trattative segrete con il duca di Borgogna, Giovanni di Lussemburgo. Nonostante l’opposizione di Carlo VII, la giovane in armi metterà sotto assedio la città di Parigi (allora pesantemente fortificata dagli inglesi) l’otto settembre del 1429, violando una legge simbolica che, all’epoca, vietava di combattere nei giorni festivi (essendo l’otto settembre la festa della Natività della Vergine Maria). L’assedio fu condotto in prima persona dalla pulzella che, nell’attraversare il primo fossato antistante la città, venne ferita alla gamba da un colpo di balestra. Ben presto, i francesi, si resero conto che la conquista di Parigi era irrealizzabile, sia per il numero di soldati sia per le ingenti fortificazioni. Giovanna d’Arco fu costretta a ripiegare sotto volontà di Carlo VII verso la fortezza di Saint-Denis. Sentendosi tradita, mise su un suo esercito composto principalmente da coloro che credevano ancora nella sua causa e giunse nell’autunno del 1429 in soccorso della città di Compiègne nella Piccardia, dove, durante uno scontro con un contingente anglo-borgognone proprio a ridosso del ponte che permetteva l’accesso alla città, venne fatta prigioniera.
Dopo varie trattative, in cui i francesi non intervennero al fine di liberare la ragazza, Giovanni di Lussemburgo la vendette agli inglesi per circa diecimila lire tornesi. Giovanna venne scortata presso la città di Rouen in un edificio pesantemente fortificato chiamato Bauvreil intorno alla Vigilia di Natale del 1430. Venne tenuta in una gabbia di ferro, creata dal fabbro di Rouen Etienne Castille, in condizioni desolanti e con dei ferri che, serrandole braccia e gambe, le impedivano qualunque movimento tenendola ancorata ad un tavolo di legno usato come giaciglio. La vera e propria apertura del processo contro Giovanna d’Arco, avente come base l’accusa di eresia, si ebbe intorno al 9 gennaio del 1431 alla presenza di Pierre Cauchon, il quale introdusse l’indagine contro l’imputata insieme ad altri dotti teologi. Tra i principali partecipanti al processo ricordiamo: Jean Le Maistre, Thomas de Caurcelles, Martin Ladvenu e Isembard de la Pierre. Ancora oggi gli storici sono in dubbio sulle reali intenzioni di Pierre Cauchon. Certo è che, all’apparenza, egli cercò di progettare un processo che fosse, nello svolgimento e nella sostanza, quanto più possibile veritiero e dignitoso ma, a far difetto, era l’ingerenza degli inglesi, essendo Rouen sottoposta alla giurisdizione di quest’ultimi. Cauchon, dunque, cercò fin da subito di indurre Giovanna a contraddirsi durante le sue dichiarazioni, usando parole che, in un secondo momento, le sarebbero state ritorte contro dagli stessi giudici. La pulzella venne subito colpita sulla sua devozione: venne privata sia della confessione che dell’eucarestia e ciò fin quando non si fosse sottomessa alla Chiesa militante, definizione che, probabilmente Giovanna comprendeva a stento. I giudici, inoltre, durante le sedute inquisitoriali, cambiavano continuamente oggetto della discussione per far sì che l’accusata cadesse in contraddizioni nelle sue stesse affermazioni: ciò veniva fatto sovrapponendo a questioni rilevanti, altre di minore importanza. Il 27 marzo del 1431 si ebbe il passaggio dall’introduzione al processo ordinario in cui, dal frate inquisitore Jean d’Estivet, venne presentata un’istanza di 70 articoli ai quali la giovane venne invitata rispondere e in cui, oltre all’accusa di eresia, venne affiancata anche quella di magia e stregoneria. Dai settanta articoli, tra il 7 e l’8 aprile ne vennero desunti 12 e, quest’ultimi, vennero sottoposti all’attenzione dei dotti teologi dell’università di Parigi per analizzare sia i capi d’accusa, sia le risposte dell’accusata. Il processo contro Giovanna continuò senza interruzioni fino ad arrivare al 2 maggio del 1431 in cui venne emessa una prima sentenza dal vescovo Pierre Cauchon nella quale si invitava l’accusata a ritornare in seno alla chiesa e a rinunciare alle sue eretiche blasfemie abbandonando, inoltre, gli abiti da uomo che da sempre l’avevano accompagnata in battaglia. Il 19 maggio del 1431, frattanto, Giovanna venne dichiarata eretica, scismatica, apostata della fede e malvagia dall’università di Parigi e, tale verdetto, trovò il consenso del tribunale. Il 24 maggio del 1431 si arrivò a quella che gli storici definiscono come la “Comédie De l’Aburation”. La pulzella venne condotta al cimitero di Saint Ouen in cui era stato già issato il rogo. Le venne letto un documento in cui l’accusata ammetteva di aver peccato contro la Chiesa e che avrebbe ritrattato le sue erronee convinzioni. Su tale documento, probabilmente per paura delle fiamme, Giovanna appose una firma con la speranza di essere trasferita presso una prigione ecclesiastica dove avrebbe trovato delle donne ad occuparsi della sua persona. Questo accordo, ovviamente, non venne rispettato e Pierre Cauchon ordinò che la ragazza venisse riportata nelle stesse carceri da cui era uscita. Condannata al carcere perpetuo, la pulzella, secondo un preciso punto del documento da lei firmato avrebbe dovuto rinunciare definitivamente ad indossare abiti maschili e Giovanna compì tale gesto, riprendendo i consueti abiti femminili, al cospetto dei teologi presenti al processo. Il suo pentimento durò fino al 28 maggio del 1431 quando, secondo la testimonianza dell’usciere delle carceri, Jean Massieu, la ragazza venne costretta ad indossare nuovamente abiti da uomo, precisamente il venerdì prima della Pentecoste e che questi vennero messi un sacco e gettati nella sua cella. Giovanna venne accusata di essere un’eretica recidiva e, a quel punto, il rogo divenne inevitabile. Il luogo prescelto fu la piazza del Mercato Vecchio di Rouen, dove erano vennero eretti tre palchi: uno per i giudici, uno per i teologi, il terzo per il balivo e il quarto per Giovanna. Con l’esecuzione della pulzella si assistette, dunque, alla già mitizzazione della figura della Vergine di Lorena: la sua infanzia, la sua campagna militare e il processo erano di fatto già diventati un “mito” in parallelo alla verità storica nel momento in cui le fiamme avvolsero il suo corpo il 30 maggio del 1431.

Bibliografia

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Nota bene

Questa voce fa parte della sezione "Dominae fortunae suae". La forza trasformatrice dell’ingegno femminile, che approfondisce il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere.

Article written by Mariano Ciarletta | Ereticopedia.org © 2019

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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