Bonincontro, Giovan Guglielmo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giovan Guglielmo Bonincontro (Boniscontro, Bonoscontro o Bonscontro) (Palermo 1520/1530 - Palermo 1575/1576) è stato un giurista e letterato inquisito per eresia dal Tribunale del Sant’Uffizio di Palermo.

Biografia

Giovan Guglielmo Bonincontro, nacque a Palermo tra il 1520 e il 1530, da Blasi Bonincontro e dalla moglie Giovannella, primogenito di quattro figli; i fratelli minori erano Ludovico, Mariano e Desiderio. Dopo un soggiorno giovanile a Genova, di cui resta testimonianza solo nei versi del suo Capitolo in lode della torta (1565), compì studi giuridici prima a Bologna e poi a Ferrara, e nella città estense conseguì il titolo di utriusque iuris doctor il 9 luglio 1545; tra i suoi promotori figurava Ludovico Cato. Due anni dopo, il 27 luglio del 1547, si laureò in legge nel medesimo ateneo anche Mariano, letterato e poeta: una coincidenza che contribuì a generare l’assimilazione nelle fonti bibliografiche tra i fratelli, cosicché molti componimenti di Giovan Guglielmo furono in seguito attribuiti al fratello minore. Dal 1546 egli si trovava certamente in Sicilia, dove collaborò con il Tribunale della Gran Corte nel biennio 1546-’47 e 1551-’52; ma non si può affermare, come fece Garufi, che egli fu Giudice della Gran Corte, poiché non compare nell’Elenco dei Giudici conservato a Palermo, mentre figura in un documento allegato. Anche il fratello Mariano compare nel medesimo elenco negli anni 1561-’63 e 1565-’66.
Il primo di ottobre del 1551 fu nominato avvocato fiscale del Tribunale del Sant’Uffizio di Palermo dal potente inquisitore Bartolomé Sebastiàn (Bartolomeo Sebastian), con un salario di dieci once l’anno, in sostituzione del defunto Vincenzo Gaso, come dimostra il Libro dei pagamenti della Ricevitoria del Sant’Uffizio degli anni 1500-1569. Bonincontro ricoprì questo incarico fino al 1561, poiché allora figura l’ultimo pagamento a lui effettuato dal ricevitore del Tribunale, Percolla.
L’8 marzo del 1552 i quattro figli di Blasi si accordarono sulla ripartizione in quattro porzioni dell’eredità familiare, eredità assegnata loro con testamento del padre presso il notaio Pietro Ricca. Il 24 novembre del 1554, invece, Bonincontro stese il proprio testamento in favore dei figli avuti dalla moglie Vincenza: Ottavio, Urbano e Virginea. Ai due maschi egli lasciava tutti i propri beni (già ereditati dal padre Blasi) equamente distribuiti, mentre assegnava alla figlia una dote di mille once da corrisponderle quando si fosse sposata, raccomandando per lei un matrimonio in regime di separazione dei beni.
Nel 1554 Bonincontro fu consultato per dirimere, entro sei mesi, un contenzioso tra Simone II, erede della famiglia Ventimiglia, e l’arciprete don Bartolo Di Prima, che era stato procuratore generale del padre di Simone, Giovanni II.
La svolta per le sorti economiche dell’ambizioso giureconsulto si ebbe, comunque, grazie al lascito dello zio Ambrogio Panicola. Questi investì della propria eredità il nipote con un testamento steso dal notaio Giuseppe di Rosa il 25 febbraio 1555, testamento inventariato il 17 marzo dell’anno successivo. Da quel momento Giovan Guglielmo divenne proprietario di numerosi beni immobili di cui resta traccia grazie alla puntigliosa annotazione del recettore del Santo Uffizio che avrebbe diligentemente steso, all’atto dell’incriminazione per eresia, un dettagliato elenco di quanto andava a sequestrare all’ex-avvocato fiscale. Per espressa volontà del Panicola, tuttavia, l’avvocato sarebbe decaduto dal ruolo di erede universale se avesse in futuro commesso o anche solo «cogitatum» un delitto contro la Corona o la Chiesa. Tra i numerosi beni ricevuti compare anche il vasto podere della Torre Vecchia nella piana di San Lorenzo, dove l’avvocato trascorrerà gli ultimi anni di vita. Tale proprietà era stata inizialmente assegnata al fratello minore di Giovan Guglielmo, Ludovico, il quale preferì cederla poiché essa era gravata da debiti contratti dal Panicola (Archivio di Stato di Palermo. Tribunale del Sant’Uffizio. Giudice dei sequestri. 167 Ristretto della causa tra Ludovico Bonoscontro e il ricevitore del S.U. per la restituzione dei beni confiscati al fratello Giov. Guglielmo Bonoscontro e 168 Calcolo dell’eredità del quondam Ambrogio Panicoli spettante al magnifico Ludovico Bonoscontro).
L’attività lavorativa di Bonincontro crebbe ancora sul finire degli anni Cinquanta: il 19 aprile del 1559 gli furono corrisposte dieci once dall’hospitali grandi di Palermo per i suoi servizi; nello stesso anno – ad agosto – ricevette un salario, per i mesi di giugno e luglio, di otto once e dodici tarì come avvocato della Città. Nel 1561 la Matricula de los oficiales, familiares de la sancta inquisición del reyno de Sicilia annoverava ancora tra i suoi ufficiali «Joane Guillermo Bonincontro, Advocato de li carcerati, salarico».
L’arresto di Bonincontro, accusato di eresia «lutherana», avvenne i primissimi giorni di giugno del 1565. Infatti, l’inventario completo dei suoi beni fu stilato il 4 giugno 1565, come emerge dalle carte del Santo Uffizio conservate presso l’Archivio di Stato di Palermo. Allo stesso tempo, il 6 giugno 1565 risultano pagate 6 once a «certi mori per portare li libri e scritture de la casa di Gioan Guglielmo Bonascontro al secreto del Santo Officio».
Inoltre, il 16 gennaio 1565, i governatori della Tavola di Palermo avevano fatto fede a un atto di Ludovico Bonincontro per il pagamento a Guglielmo di 20 once per una casa a Piedigrotta dove l’uomo abitava, ma che era di proprietà del fratello maggiore. Già nel dicembre del 1566 e nel luglio del 1567, però, Ludovico devolveva il denaro per l’affitto a Percolla, receptore del Santo Uffizio; confermando che a quel tempo Giovan Guglielmo non gestiva più le sue proprietà, che erano passate a rimpinguare le casse degli inquisitori.
Bonincontro fu accusato di luteranesimo da tre testimoni anonimi ma, per il ruolo che aveva ricoperto all’interno del Tribunale inquisitoriale e per i numerosi legami con le famiglie aristocratiche siciliane, il suo caso richiedeva particolare cautela. La minuta di una lettera anonima, datata 9 luglio 1565, conservata nella Biblioteca Comunale di Palermo (Qq F 51), reca informazioni sulle accuse mosse all’uomo e contiene la richiesta di consigli su ciò che fosse opportuno fare in un caso così delicato. Si può ipotizzare che il mittente fosse Juan Bezerra de la Quadra, inquisitore in Sicilia dal 1562 e imbastitore del processo contro l’avvocato, mentre il destinatario fosse Bartolomeo Sebastian, il promotore della carriera di Bonincontro, ormai ritiratosi nella sua diocesi di Patti (che mantenne fino al 1567) e che sarebbe morto a Tarragona solo nel 1568.
I documenti consultati nell’Archivio di Stato di Palermo consentono, quindi, di anticipare di due anni la data dell’arresto e della conseguente carcerazione di Bonincontro, data indicata nel 1567 da Garufi, e in seguito accolta da tutti gli altri storici. Questo significa anche che il Capitolo in lode della Torta, composto dopo cinque mesi di prigionia, fu scritto tra l’ottobre e il novembre del 1565, e non del 1567.
Lo spettacolo di fede nel quale Bonincontro sfilò dinanzi ai suoi concittadini, per essere riconciliato e al contempo condannato per penitenza a indossare per dieci anni il sambenito, si svolse il 30 marzo del 1568; in quella occasione gli inquisitori ricordarono che egli era stato imprigionato «por aver creydo algunas proposiciones de la setta de Lutero, mayormente contra la intercession de los sanctos, ymagines, ayuno y officios divinos, y que no se avia de dezir otra oracion si no el “pater noster”».
Bonincontro scontò l’infamante condanna nella solitudine della campagna palermitana e ivi morì in data non precisata, probabilmente tra la fine del 1575 e l’inizio del 1576.
Per salvare almeno il patrimonio famigliare dall’alienazione a opera del Sant’Uffizio, tuttavia, la moglie, i figli e il fratello Ludovico impugnarono il sequestro dei beni, ricorrendo proprio alla clausola apposta dal Panicola sul suo testamento, sostenendo che «alla successione delli detti beni ereditarij di Panicoli esso Ludovico è anteriore al fisco: perche ponderate bene le parole del testamento […] si troverà che il detto quondam Giovan Guglielmo fu escluso dalla detta eredità sei mesi innanti, che havesse pensato di perpetrare delitto, toccante, tanto alla fede Catolica, quanto alla fedeltà di sua Cesarea Maestà, et che in tal caso fosse exeredato et privato, et cascasse della detta heredità, et sia instituito erede universale il detto Ludovico Bonoscontro: con le qual parole si prova largamente l’anteriorità di esso Ludovico alla successione delli beni sopradetti». La causa fu vinta dagli eredi circa dieci anni dopo la morte di Giovan Guglielmo. Il 24 dicembre del 1583, infatti, Francisco de Alpuche, promotore fiscale del Sant’Uffizio dal 1555 e poi notaio del Tribunale, dichiarò ufficialmente di aver assistito a una dichiarazione del Bonincontro, nella quale egli ammetteva « incepisse hereticare et fide domini Nostri Jesu Christi se deviasse in anno millesimo quingentesimo quadragesimo quinto in circa»; quindi lo stesso accusato avrebbe confessato la propria colpa ma anticipandola addirittura al periodo ferrarese (Archivio di Stato di Palermo. Ricevitoria del SantoUffizio, 188 Miscellanea).

Opere

La damnatio memoriae ricaduta sull’uomo ha contribuito a sottrargli la paternità di molte opere, che furono attribuite al fratello minore Mariano. Fu Garufi il primo ad appassionarsi tanto alla sorte di questo «reconciliado» da avere la costanza di cercare tracce della sua produzione letteraria. Lo studioso, dati biografici alla mano, passò in rassegna i versi e le prose tradizionalmente attribuiti a Mariano, scoprendo che alcuni eventi chiaramente registrati in essi coincidevano, in realtà, con la vita e le tribolazioni di Giovan Guglielmo.
Garufi gli assegnò così: il Capitolo in lode della Torta; tre lettere facete datate 1568, 1571 e 1575; l’ottava Mentre la scupa è nova, lu patruni, contenente un attacco contro le spie che potrebbe alludere a coloro che in forma anonima lo avevano accusato di eresia; ancora, le ottave, Un mulu grassu pri tropp’orgiu usau e Un asinu na vota s’insaccau, che accenna all’inchiesta del visitatore generale Quintanilla ai danni del Bezerra, nel 1572.
Al Bonincontro dovrebbe pure attribuirsi un componimento di dieci ottave in siciliano, A Gasparu di Riggiu, in cui è presente un chiaro riferimento alle accuse di eresia che gli furono mosse, in particolare quella di aver profanato la Scrittura.
Particolarmente rilevanti, nel complesso di questa disomogenea produzione di difficile attribuzione, il Capitolo in lode della Torta e le tre epistole. Il primo, costituito da terzine di endecasillabi (per un totale di ben 571 versi), è indirizzato al gentiluomo lucchese Gerardo Spada, accademico degli Accesi e governatore di Monreale, in risposta a un componimento sullo stesso tema scritto dallo Spada che è andato perduto. Tenendo conto del modello bernesco, Bonincontro inserisce soprattutto nell’incipit e in chiusura del Capitolo riferimenti alla propria condizione di recluso, abbandonando il registro comico-burlesco, che occupa tutta la parte centrale di esso, con un linguaggio spesso sibillino.
Le lettere, rade dal punto di vista temporale e tramandate rigorosamente manoscritte, hanno carattere privato e furono composte a diversi anni di distanza l’una dall’altra; la prima è del gennaio del 1568, quando l’autore attendeva in prigione l’autodafé con cui sarebbe stato reconciliado; la seconda è del dicembre del 1571, quando – costretto a portare il sambenito – viveva in esilio, presumibilmente già nella piana di San Lorenzo; la terza fu stesa nell’agosto del 1575 – pochi mesi prima della morte – mentre dall’isolamento delle campagne registrava le notizie sulla peste che martoriava l’isola. Il destinatario fittizio dell’epistola del 1568 è l’arcivescovo di Cefalù, Antonio Faraone, in realtà oggetto della satira dell’inquisito insieme ad altri personaggi noti, come l’aristocratico Carlo Ventimiglia, il diplomatico e letterato Scipione di Castro e lo stesso Bezerra. Attraverso una prosa funambolica e densa di metafore – tutta strutturata sui giochi di parole e condotta in una lingua che in parte ricalca, parodiandolo, il latino ecclesiastico e in parte fa ricorso a termini dialettali e al vocabolario colloquiale e basso – Bonincontro offre al lettore una sapida descrizione dell’ambiente ecclesiastico e inquisitoriale del tempo. Ancora una satira contro i religiosi è contenuta nella lettera del dicembre del 1571, probabilmente indirizzata a Cesare Lanza, conte di Mussomeli; prendendo spunto da uno sfortunato incidente occorso a un suo conoscente, Bonincontro si lancia in un’invettiva contro i benedettini del monastero di S. Martino delle Scale, accusati di aver dimenticato la carità cristiana, e descrive con accenti grotteschi, e attraverso il ricorso frequente alle citazioni bibliche, la scortese accoglienza riservata dai monaci agli ospiti della loro foresteria. Infine, nella lettera del 1575, indirizzata ancora a Lanza, l’autore deride le massime autorità civili e politiche della città di Palermo, pavide, egoiste e inette spettatrici degli effetti che la peste stava producendo sull’intera città.

Fonti e bibliografia

Fondi archivistici

  • Biblioteca Comunale di Palermo
    • Qq C 15 Fascio delle cose di Palermo di Vincenzo Auria
    • Qq F 51 Alcune carte e relazioni riguardanti l’abolita Inquisizione
    • Qq F 55 Consuetudini di varie città e terre della Sicilia, ed alcuni consigli di antichi nostri giuristi, raccolti dal Canonico Rosario Gregorio
    • Qq F 238 Mescolanza siciliane
    • Qq F 239 Scritture varie appartenenti al Tribunale dell’Inquisizione del S. Uffizio di Sicilia
    • Qq H 175 Serie cronologiche
    • 2 Qq A 30 Raccolta di poesie siciliane di autori diversi
    • 2 Qq B 23 Raccolta di canzoni siciliane di vari autori
    • 2 Qq C 18 Raccolta di poesie latine, italiane, e siciliane edite ed inedite, di vari autori la più parte siciliani
    • 2 Qq C 21 Paruta Filippo. Patritii panormitani, Carmina latina et italica, manu propria conscripta
    • 2 Qq C 34 Mescolanze di varie materie
    • 2 Qq D 18
  • Biblioteca Centrale Regione Sicilia, Palermo: ms II D 4
  • Biblioteca Comunale Forteguerriana, Pistoia: ms A.8 Fondo Forteguerriano
  • Biblioteca Regionale Universitaria, Catania: ms 90
  • Archivio di Stato di Palermo. Ricevitoria del Sant’Uffizio di Sicilia
    • Conti
      • 24 Libro di cassa 1557-1558
      • 25 Note di spese per carceri 1558-1566
      • 29 Libro giornale 1562-1564
      • 31 Libro giornale 1564-1567
      • 32 Libro dei censi 1564-1567
      • 33 Libro dei salari 1564-1568
      • 34 Entrata e uscita 1564-1569
      • 35 Conti 1567-1569
      • 44 Bilancio dell’amministrazione del ricevitore Juan Salvador Luna 1583
  • Archivio di Stato di Palermo. Tribunale del Sant’Uffizio. Lettere. 150 Corrispondenza degli inquisitori con familiari, delegati e commissari 1576-1579
  • Archivio di Stato di Palermo. Tribunale del Sant’Uffizio. Giudice dei sequestri
    • 163 a. Registro di lettere e suppliche 1570
    • b. Atti del juzgado dei beni confiscati (lettere e suppliche) 1570
    • 167 Ristretto della causa tra Ludovico Bonoscontro e il ricevitore del S.U. per la restituzione dei beni confiscati al fratello Giov. Guglielmo Bonoscontro, riconciliato 1583
    • 168 Calcolo dell’eredità del quondam Ambrogio Panicoli spettante al magnifico Ludovico Bonoscontro, 1587
  • Archivio di Stato di Palermo. Tribunale del Sant’Uffizio. Diversi.
    • 179 Il libro dei pagamenti 1500-1569
    • 180 «Penas y penitencias» 1546-1651
    • 187 Miscellanea 1548-1580
    • 188 Miscellanea 1553-1597
  • Archivio di Stato di Palermo. Notai
    • Notai I Stanza vol. 6416 anni 1553-1554 La Rosa Giuseppe
    • Notai I Stanza vol. 6418 anni 1556-1557 La Rosa Giuseppe
    • Notai I Stanza vol. 6447 anni 1556-1557 La Rosa Giuseppe
    • Notai I Stanza vol. 466 Ricca Pietro
    • Notai I Stanza vol. 467 Ricca Pietro
    • Notai I Stanza vol. 469 Ricca Pietro
    • Notai I Stanza vol. 470 Ricca Pietro
    • Notai I Stanza vol. 504 Ricca Pietro

Bibliografia essenziale

  • A. Amaduri, Sub specie lusus. Eresia e letteratura da Grazzini a Sciascia, Bonanno, Acireale-Roma 2010.
  • A. Amaduri, “Un luogo aspro di tenebre vestito”: Giovan Guglielmo Bonincontro nelle carceri del Sant’Uffizio di Palermo, in Carceri vere e d’invenzione dal tardo Cinquecento al Novecento, Atti del Congresso internazionale di Ragusa, 14-16 novembre 2007, Bonanno, Acireale-Roma 2009.
  • O. Cancila, Alchimie finanziarie di una grande famiglia feudale nel primo secolo dell’età moderna, in «Mediterranea. Ricerche storiche», III, aprile 2006, p. 85.
  • C. A. Garufi, Fatti e personaggi dell’Inquisizione in Sicilia, Sellerio, Palermo 1978.
  • C. Giardina, La vita e l’opera politica di Scipione di Castro, Scuola tip. “Boccone del Povero”, Palermo 1931.
  • F. Giunta, Dossier Inquisizione in Sicilia, Sellerio, Palermo 1991.
  • V. La Mantia, Origine e vicende dell’Inquisizione in Sicilia, Sellerio, Palermo 1977.
  • C. Mutini, Bonincontro (Bonscontro o Boniscontro) Gian Guglielmo, in Dizionario Biografico degli italiani, vol. XII, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1970, pp. 212-14 [http://www.treccani.it/enciclopedia/gian-guglielmo-bonincontro_(Dizionario-Biografico)].
  • F. Renda, L’Inquisizione in Sicilia. I fatti. Le persone, Sellerio, Palermo 1997.

Voci correlate

Article written by Agnese Amaduri | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]