Gianavello, Giosuè

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Giosuè Gianavello (Liorato, val Pellice, 1617 - Ginevra, 5 marzo 1690) è stato uno dei comandanti della resistenza valdese nel corso delle guerre iniziate con le "Pasque Piemontesi", il massacro dei valdesi del Piemonte avvenuto nell'aprile del 1655. Il suo vero nome è Giosuè Gignous, il soprannome "Janavel" (dall'occitano giavanas con cui si indicava il gufo reale, anche italianizzato in "Gianavello") è attribuito al ramo della famiglia Gignous della quale Giosuè faceva parte.

Biografia

Il paysan valdese (1617-1655)

Giosuè Gianavello era figlio dei coniugi Giovanni e Caterina Gignous-Janavel ed era il terzo dei quattro fratelli Gignous-Janavel: Margherita, Giacomo, Giosuè e Giuseppe. Una famiglia di contadini originaria dell'alta valle che nella prima metà del Seicento aveva acquistato numerose terre e case nella bassa val Pellice.

Alla morte della madre, nel 1639, Giosuè sposa Caterina Durand di Rorà e divide con il fratello Giacomo il patrimonio di famiglia. Insieme alla moglie, che gli darà quattro figli, Giosuè si stabilisce in una casa più a valle dove conduce un'azienda agricola e avvia un discreto commercio di miele e cera d'api. Il fratello minore, Giuseppe, resta invece sotto la tutela e amministrazione di Giosuè fino al compimento della maggiore età, nel 1647, quando riceve dal fratello la liquidazione della sua parte di eredità. Nel 1641 l'altro fratello Giacomo aveva acquistato a credito una cascina nel territorio di Luserna, ma dieci anni dopo fu costretto a venderne una parte per non essere riuscito a saldare tutto il suo debito.

Già prima del massacro del 1655, che gli avrebbe consegnato la leadership politico-militare sui comuni di valle, Gianavello partecipava attivamente alla vita civile della sua comunità: compare nei verbali del "Consiglio della Magnifica Università di San Giovanni", i registri notarili lo indicano preceduto dall'appellativo di "commendabile", e spesso viene eletto esattore delle taglie. Inoltre la sua sincera fede e la frequentazione assidua della chiesa riformata di San Giovanni, in val Pellice, gli valgono l'amicizia del pastore riformato Jean Léger, ministro di quella parrocchia e moderatore delle chiese valdesi. Nell'agosto del 1656, un anno dopo gli eventi bellici che lo videro protagonista, Gianavello fa testamento in compagnia della moglie Caterina ed entrambi affidano al pastore Léger la tutela dei quattro figli, esimendolo peraltro dal rendere conto per iscritto dell'amministrazione dei loro beni.

Il capitano della resistenza valdese (1655-1658)

Il 25 gennaio del 1655 l’auditore della Camera ducale Andrea Gastaldo pubblicò un ordine di sgombero dalla bassa val Pellice per tutti i riformati proprietari di terre e case nelle zone escluse dai "limiti di tolleranza" del culto riformato, pattuiti nel 1561. Giosuè Gianavello aveva trentotto anni, era un padre di famiglia impegnato nella conduzione della sua solida azienda agricola ed era un «capo di casa» ben inserito nel tessuto sociale e politico della sua comunità. Soprattutto era uno dei molti proprietari di terre e case nei territori oggetto dell'ordinanza, e come tale si trovò di fronte alla scelta fra la conversione al cattolicesimo - che gli avrebbe garantito la continuazione del possesso del suo patrimonio - e la vendita dei beni al Patrimonio Ducale. Gianavello fu uno dei tanti «irriducibili» che scelsero di disobbedire all’ordine anziché svendere le terre e – con esse – la possibilità di vivere in pace nella propria comunità.

Come tutti i suoi correligionari, nei giorni precedenti all'arrivo dei primi contingenti militari ducali, spediti per dare attuazione alle confische, Gianavello si era ritirato con la famiglia nei comuni dell'interno, e precisamente a Rorà, il villaggio di origine della moglie Caterina. Qui organizza una squadra di 18 uomini, armati di beidane, fucili, archibugi e fionde, che per una settimana tengono a freno gli assalti dei ducali, guidati dal marchese Cristoforo Manfredi di Luserna. Tuttavia il 25 aprile 1655 il marchese Carlo Emanuele Filiberto Giacinto Simiana di Pianezza, comandante delle truppe ducali, lancia un assalto in forze a tutte le roccaforti dei valdesi e ordina il saccheggio e l'incendio di tutte le case. L'operazione segna l'inizio dei massacri.

Gianavello perde i contatti con la moglie e le tre figlie, catturate dai ducali e deportate nelle prigioni della pianura piemontese. Insieme al figlio di otto anni e ai suoi compagni riesce ritagliarsi una via di fuga dalle linee nemiche e, mentre il villaggio è dato alle fiamme e i soldati ducali si abbandonano al massacro, il marchese di Pianezza invia un dispaccio a Gianavello ordinandogli di arrendersi e convertirsi, perché altrimenti sua moglie e le sue figlie sarebbero state uccise. Il capitano valdese rifiuta ogni resa e precisa che non ci sarebbe peggiore tormento dell'abiura, quindi si dirige con i superstiti verso la frontiera con la Francia, trovando infine asilo nelle terre del Queyras. Qui Gianavello si ferma per qualche giorno, mentre la sua squadra si ingrossa grazie all'arrivo di numerosi altri rifugiati. Dopo aver fatto rifornimenti di provviste e munizioni, gli uomini di Gianavello ripassano il confine e prendono posizione su un alpeggio fra i comuni di Villar e Bobbio, in alta val Pellice.

Frattanto anche coloro che avevano trovato rifugio nelle vallate adiacenti si erano riorganizzati. Già dal 27 aprile 1655 i pastori e i sindaci delle comunità tennero un'assemblea nelle terre della val Perosa, sotto il dominio francese, e decisero di proseguire con la linea della resistenza. Le milizie furono riorganizzate sotto il comando di Barthélemi Jahier, console della val Perosa, mentre anche sul versante della val Pellice Giosuè Gianavello si era mosso con i suoi riprendendo il controllo delle comunità della valle. Alla fine di maggio i due reparti si congiungono sulle alture di Angrogna e iniziano insieme una dura guerriglia che - anche grazie alle pressioni diplomatiche dei cantoni evangelici svizzeri, degli Stati Generali Olandesi e dell'Inghilterra di Cromwell - costringe il governo ducale a intavolare un negoziato di pace. Le Patenti di grazia e perdono pubblicate il 18 agosto 1655 segnano la fine delle ostilità e garantiscono a tutti i ribelli, quindi anche a Gianavello, l'amnistia da ogni procedimento giudiziario.

Gianavello il bandito (1658-1664)

L'esilio a Ginevra (1664-1690)

Fonti e bibliografia

Article written by Martino Laurenti | Ereticopedia.org © 2014

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]