Bruno, Giordano

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

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Giordano Bruno, al secolo Filippo Bruno (Nola, 1548 – Roma, 17 febbraio 1600), è stato un filosofo condannato a morte dall'Inquisizione romana e arso vivo a Roma, in piazza Campo de' Fiori.

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Biografia

Nato a Nola 1548, si trasferì a Napoli e nel 1563 entrò nell'ordine domenicano. Tra 1576 e 1578 intraprese una serie di viaggi per l'Italia (Roma, Genova, Savona, Torino, Venezia, Padova, Bergamo). Nel 1578 abbandonò definitivamente l'abito, recandosi prima a Chambery poi a Ginevra, dove la sua conversione (di comodo) al calvinismo non fu fortunata.
Nel 1579 si trasferì a Tolosa, dove fu lettore di filosofia. Passò quindi a Parigi, dove insegnò con grande successo alla Sorbona e fu notato da re Enrico III, che lo nominò "lecteur royal".
Nel 1583 accompagnò l'ambasciatore francese Castelnau a Londra, quindi passò ad Oxford (insegnando per un breve periodo presso la locale università), al seguito del principe Laski. A Londra Bruno pubblicò i suoi sei dialoghi italiani: La Cena de le Ceneri, De la causa principio et uno, De l'infinito universo et mondi, lo Spaccio de la bestia trionfante, la Cabala del cavallo pegaseo, De gli eroici furori (1584).
Nel 1585 rientrò a Parigi ma fu cacciato dopo una controversia con gli aristotelici. Dal 1586 al 1588 soggiornò e insegnò a Wittenberg, congedandosi con un'Oratio valedictoria che contiene un accorato elogio di Lutero per la sua coraggiosa lotta contro Roma (ferme restando le sue forti critiche alla teologia protestante). Nel 1588 approdò brevemente a Praga, nel 1589 a Helmstadt, poi si spostò a Francoforte e a Zurigo, rientrando quindi a Francoforte.

Nel 1591 si recò quindi a Venezia ospite di Giovanni Francesco Mocenigo, che nel 1592 lo denunciò all'Inquisizione. Nel 1593 la Repubblica di Venezia, seguendo una prassi consolidata nei casi di sudditi stranieri accusati di eresia, concesse la sua estradizione a Roma. Morì sul rogo a Campo de' Fiori il 17 febbraio 1600.

Processo a Giordano Bruno: il sangue, prezzo della libertà di pensiero

Il ‘caso’ Giordano Bruno: paradigma di un fenomeno sommerso

Gli studi sulla parabola umana e processuale del filosofo di Nola, a più di quattro secoli dal suo tragico epilogo – apparentemente ‘scontati’ o eccessivamente prolifici – costituiscono un’acquisizione relativamente moderna. A partire dal martirio in Campo dei Fiori, in effetti, la Chiesa negò sempre che Bruno fosse stato bruciato e ancora nel 1885 uno scrittore cattolico, Theophile Desdouits, parlava della “Leggenda tragica di Giordano Bruno […], di origine sospetta, inverosimile”. A riscattare definitivamente il Nolano dall’oblìo fu la pubblicazione dell’atto di morte, registrato (e contenuto nel volume 15, alla carta 87) nei libri della “Venerabile Arciconfraternita di San Giovanni Decollato detta della Misericordia della nazione fiorentina in Roma”, a cui era affidato l’ufficio di accompagnare all’estremo supplizio i condannati del Tribunale dell’Inquisizione. Soltanto di fronte a tale evidenza la Chiesa tacque, non potendo più negare tale episodio ma continuando ad affermare che esso fosse stato l’unico e il solo. L’importanza capitale dell’Archivio di San Giovanni Decollato apparve, dunque, allorché si volle dimostrare il rogo di Bruno. Non solo: i libri della Compagnia della Misericordia (conservati nell’Archivio di Stato, come fondo speciale) sono la testimonianza documentale della pratica (mai del tutto ammessa dalla Chiesa) di ardere i condannati per eresia; comprendono 28 volumi e abbracciano un periodo che va dal 1497 al 1870. Grande merito, nel trarre fuori dall’Archivio della Confraternita di San Giovanni Decollato il nome di tanti sconosciuti martiri del libero pensiero, va senz’altro riconosciuto a Domenico Orano.
Gli episodi più noti di processi per eresia, tra cui spiccano per fama quelli a Giordano Bruno, a Galileo Galilei, a Tommaso Campanella, a Paolo Sarpi, costituiscono, dunque, soltanto la ‘punta dell’iceberg’ di un processo storico più vasto.

Necessità di un recupero

Molti passi sono stati compiuti, a partire dai primi decenni del secolo scorso, per riscattare il nome di Giordano Bruno dall’oblìo e da interpretazioni distorte: dalle faticose ricostruzioni biografiche di Vincenzo Spampanato (le cui ultime ricerche sul filosofo di Nola rimasero incompiute e furono pubblicate, postume, da Giovanni Gentile), al ritrovamento di documenti inediti sul processo, riportati alla luce da Enrico Carusi.
Gli atti originali del processo romano si ritengono andati irrimediabilmente perduti – insieme ad altri processi del Santo Offizio – nella sciagurata vendita conclusa, tra il 1815 e il 1817, con una fabbrica parigina di cartoni da Marino Marini, allora prefetto dell’Archivio Vaticano, in occasione dell’incarico affidatogli da Pio VII e dal cardinale Consalvi di ricondurre a Roma gli archivi pontifici, trasportati a Parigi nel 1810. Da tale vendita furono ricavati 4300 franchi, somma che fa pensare si sia trattato di un numero davvero ingente di volumi. Pare che fu lo stesso Marini a raccontare candidamente l’episodio nell’Appendice alle Memorie storiche dell’occupazione e restituzione degli archivi della S. Sede preposte all edizione del Regestum Clementis Papae V, vol. I, Romae 1885 (pp. CCLXXII s., CCLXXV, CCLXXIX).
Fortunatamente, nel 1942 Angelo Mercati pubblicò una specie di sommario di tutto il processo di Bruno – compilato non prima dell’estate 1597 – traendolo dall’Archivio Segreto Vaticano (dove era stato rinvenuto fin dal 1886-1887 ma conservato segreto). Soltanto nel 1949 fu recuperato e pubblicato, da Luigi Firpo, un volume in cui era stato ricopiato l’originale del processo a Bruno. Come ha acutamente Diego Quaglioni, che ne ha curato l’edizione del 1993:

Dove Firpo colpiva nel segno era soprattutto nello stabilire la differenza essenziale fra la Congregazione dell’Indice e quella dell’Inquisizione, che pure, ovviamente, «lavoravano in stretto collegamento»: «La Congregazione dell’Indice agisce sui morti, sui lontani, sui protestanti, cioè su persone che […] non sono perseguibili di fatto. L’inquisizione invece opera su persone che sono riducibili al carcere e costituite davanti al tribunale per rendere conto di ciò che hanno pensato, scritto o commesso». Perciò il processo di Bruno assume, nell’opera di Firpo così come ancor oggi, nella nostra riflessione, un significato di storico discrimine.

(D. Quaglioni, Il processo e l’autodifesa, in Autobiografia e filosofia: l’esperienza di Giordano Bruno: atti del convegno (Trento, 18-20 maggio 2000), a cura di Nestore Pirillo, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2003, pp. 129-130)

La vicenda processuale

Bruno fu arrestato a Venezia sulla base della denunzia presentata da Giovanni Mocenigo, il quale, dopo averlo in un primo tempo ospitato nel suo soggiorno veneziano, era rimasto deluso nell’apprendere che la ‘magia’ praticata dal Nolano, di cui egli avrebbe voluto carpire i segreti più reconditi, era nient’altro che magia naturale.
Ecco, in sintesi, le fasi essenziali essenziali dei due processi al Nolano:

  • 23 Maggio 1592: denuncia di Giovanni Mocenigo all’inquisitore di Venezia Giovan Gabriele da Saluzzo;
  • Maggio-Luglio 1592: la fase veneziana del processo offensivo, prime testimonianze;
  • Agosto 1592-Febbraio 1593: l’estradizione;
  • Autunno 1593: la seconda denuncia;
  • Ultimi mesi del 1593: continuazione e fine del processo offensivo;
  • Gennaio-Marzo 1594: il processo ripetitivo;
  • Aprile 1594-Febbraio 1595: ultimi incidenti, difesa e avvio di spedizione;
  • Marzo 1595-Dicembre 1597: la censura dei libri;
  • Gennaio 1598-Febbraio 1600: dalle ritrattazioni al rogo.

Nel 1611, e poi, di nuovo, nel 1621, Kaspar Schopp, noto polemista, già protestante, che aveva abiurato per diventare uno strenuo apologeta della Chiesa di Roma e delle pratiche del Santo Uffizio, descrisse il supplizio di Campo dei Fiori e diede pubblica ragione delle accuse mosse a Bruno dal Santo Uffizio, accusandolo di «execrabiles in Christum et Apostolos contumelias ac blasfemias». Nella famosa lettera a Conrad Rittenshausen del 17 febbraio 1600 (scritta il giorno stesso dell’esecuzione del Nolano) Schopp afferma che Bruno era stato condannato «propter haeresim», ed in particolare per aver sostenuto:

«[…] mundos esse innumerabiles, animam da corpore in corpus, imo et alium in mundum migrare, unam animam bina corpora informare posse, magiam esse rem bonam et licitam, Spiritum sanctum non esse aliud nisi animam mundi et hoc voluisse Moysen, dum scribit eum fovisse aquam; mundum esse ab aeterno; Moysen miracula sua per magiam operatum esse, in qua plus profecerat quam reliqui Aegyptii; eum leges suas confinxisse, sacras litteras esse somnium, Diabolos salvatum iri; solos Hebraeos ab Adamo et Eva originem ducere, reliquos ab iis duobus quos Deus pridie fecerat, Christum non esse Deum, sed fuisse magum insignem et hominibus illusisse, ac propterea merito suspensum (italice: impiccato), non crucifixum esse, Prophetos et Apostolos fuisse hominem nequam, magos et plerosque suspensos […]»

(Cit. in V. Spampanato, Documenti sulla vita…, Olschki, Firenze 1933, pp. 200 sgg.)

Le accuse mosse a Bruno dal Santo Uffizio, contenute nella sentenza di condanna e nella denunzia di Mocenigo agli Inquisitori, di aver sostenuto che i mondi sono innumerabili, che l’anima può passare da un corpo ad un altro, che la magia è cosa buona e lecita, che Mosè era un mago, che il mondo è eterno, che le Sacre Scritture sono un sogno, che non vi è punizione per i peccati, che non esiste l’Inferno né il Purgatorio, che anche il diavolo sarà salvato, che solo gli Ebrei hanno origine da Adamo ed Eva, che i dogmi dell’Incarnazione e della Trinità sono pure fantasia, che Cristo era un mago insigne, faceva miracoli apparenti, e che mostrò di morire malvolentieri, sono tutte fondate sulle posizioni sostenute da Bruno sia nei dialoghi volgari che nelle opere latine, e discendono una ad una dalla concezione bruniana della materia.
Ad ogni modo, i processi per eresia – in generale – sono da considerare un fenomeno non episodico ma omogeneo (visto pure l’ampio arco temporale in cui si collocano) e strumento utile alla Chiesa per abbattere, nel corso dei secoli, praticamente qualsiasi nemico dell’ortodossia cristiana – se è vero che il novero degli eretici ricomprendeva una casistica estesa a dismisura: manifesti e occulti, affermativi e negativi, condannati dal diritto canonico o menzionati nella legge civile, condannati dai legàti del papa nella curia o altrove, eresiarchi, impenitenti o relapsi. In particolare, in caso di esecuzione di eretico impenitente – come fu considerato Bruno – al giustiziando non veniva riconosciuto neppure il diritto di testare; negli altri casi, invece, l’ultima volontà dei condannati era raccolta dalla Compagnia della Misericordia, che la annotava in appositi libri o giornali delle esecuzioni a cui aveva preso parte.

La religione di Bruno

Bruno presta un'attenzione particolare alla magia naturale, intesa come arte di penetrare nel flusso di antipatie e simpatie che legano cielo e terra per combattere gli influssi negativi ed attirare il favore celeste. Di qui derivano concetti, presenti nella filosofia umanistica sin dalle sue origini, come anima mundi, coincidentia oppositorum, homo copula mundi e l'idea di una prisca filosofia o prisca teologia, che tuttavia Bruno riadatta e riprende in modo originale, giungendo a conclusioni nettamente antiumanistiche.

Nello Spaccio della Bestia Trionfante Bruno discorre a proposito delle virtù degli Egizi, i quali hanno saputo adorare gli dei con immagini vive di bestie, poiché la natura è Dio in tutte le cose ed è proprio qui che, per Bruno, risiede la grandezza di questo popolo e il motivo per cui esso ha incarnato la giovinezza del mondo. Gli Egizi hanno saputo comunicare con le divinità in mille modi diversi attraverso quella sapienza, quell'arte e di quell'industria che Bruno chiama "magia". Gli Egizi erano riusciti a comunicare con gli dei attraverso voci naturali, stabilendo un grande sistema di comunicazione tra natura, uomini, dei, ed è proprio per questo motivo che l'Egitto rappresenta la giovinezza dell'umanità a differenza dei Cristiani che ne hanno inaugurato la vecchiaia adorando "gli escrementi di cose morte et inanimate". I Cristiani, per Bruno, si sono dimostrati asini e ignoranti producendo solamente separazioni, morte e distruzione. Per Bruno occorrerebbe tornare alla concezione di "natura" egizia, cioè di Vita-materia infinita; bisognerebbe addirittura restaurare l'antico linguaggio dei sapienti Egizi: tra "giovinezza dell'umanità" e "linguaggio naturale" c'è infatti un nesso organico. La differenza fondamentale tra Egizi e Cristiani o meglio tra Bruno e questi ultimi sta nel fatto che vi è una diversa concezione della Vita- materia infinita ed una diametralmente opposta di sapienza. Rifacendosi ad Egizi e Caldei, Bruno vuole avviare un processo di rinnovamento dell'umanità. Le opere magiche nascono nel 1588 quando Bruno si trasferisce a Helmstedt e vi compone opere come il De magia e il De rerum principis, entrambe strettamente connesse all'ontologia della Vita-materia infinita.

Vita-materia infinita è il concetto che sta alla base di tutto la filosofia del Nolano e, in particolare, del De la causa. Bruno sostiene infatti che fuori dal grembo della materia non esiste alcuna forma, in essa sono contenuti gli inizi di tutte le forme: tutto si può fare e tutto può essere disfatto. Inoltre, come già aveva sostenuto David de Dinant, la materia è cosa divina e quindi principio infinito di vita. Ed è proprio da questo caposaldo della "musa nolana" che trovano vita la concezione dell'universo infinito e dei mondi innumerabili, la visione della natura come realtà viva e animata; l'interpretazione dell'uomo e la sua funzione nel cosmo, nella natura e nella storia, che, trovandosi al di fuori dell'umanesimo, apre la strada alla nuova problematica sul carattere e sul fine della conoscenza umana. A Bruno sono estranei i concetti di "creazione" e di "morte", dato che ciò che muore è il composto mai la sostanza, che si produce di continuo. Per questo egli sostituisce al termine morte quello di "mutazione" usandolo sia discorrendo dell'universo, sia degli astri e delle cose terrestri e umane . Nella Cena delle Ceneri infatti si legge: "ne gli animali quali noi conoscemo per animali anche la terra ,e ogni altro astro, riceve l'efflusso, et influsso delle parti, per quali molti animali (a noi manifesti per tali ) ne fan vedere espressamente la lor vita: come è più che verosimile (essendo che ogni cosa partecipa de vita ) molti et innumerabili individui vivono non solamente in noi, ma in tute le cose composte". L’ontologia della Vita-materia infinita si impone quindi a tutto: ai piccoli come ai grandi animali i quali sono un continuo movimento di atomi e di parti che aggregandosi e disgregandosi sono all'origine della vita e della morte di ogni composto. E' dunque nell' infinito che si configura la vicissitudine come struttura base dell'essere a ogni livello sia che si parli di noi o dei mondi. Scrive Bruno: "siamo in continua trasmutazione, la qual porta seco che in noi se dipartono li già altre volte accolti ". Se non esistesse il "moto" non sarebbe possibile la vicissitudine di ogni cosa e quindi verrebbe meno tutto il "prodursi" della Vita-materia infinita: infinito è l'universo: unito e animato, simulacro di Dio dove ogni cosa si risolve. Quindi l'universo infinito viene a coincidere con l'infinito di Dio. Bruno, credendo in un Dio immanente si rifà alla propensione rinascimentale nel vedere Dio nel mondo a tal punto che in lui si carica anche di una tinta panteistica, di identificazione tra Dio e la natura. Lo stesso male del mondo è ridotto a “mutazione vicissitudinale”.

Nella sua concezione (assai anti-umanistica) dell'uomo Bruno attribuisce alla "mano" una funzione molto importante in quanto strumento fondamentale della civiltà umana e unica differenza tra uomo e animali. Entrambi hanno intelletto: anzi, da questo punto di vista ci sono bestie superiori all'uomo: ciò sta a provare che l'intelletto non può essere utilizzato come terreno di superiorità dell'uomo su gli altri animali. Nel secondo dialogo della Cabala del cavallo pegaseo, durante la discussione tra Onorio e Sebasto, Onorio sostiene che "molti animali possono aver più' ingegno e molto maggior lume d'intelletto che l'uomo". Il primato dell'uomo non può basarsi sull'intelletto ma sulla corporeità e cioè sulla mano. Nell'opposizione tra "mano" e "orecchio" (i cristiani raccogliendo tutte le energie negli orecchi per poter ascoltare cosa fare da altri per Bruno si sono trasformati in "asini") Bruno denuncia la concezione dell'uomo del cristianesimo, che è per lui ozio, pedanteria e asinità e causa della "vecchiaia" del mondo. In questo Bruno non fa distinzione tra cattolicesimo e protestantesimo, ritenuti entrambi ripugnanti ed assurdi ed utili solo per "l'istituzione di popoli rozzi che denno esser governati" (De Infinito). La religione di Bruno si fa attraverso la natura e il "filosofo" per eccellenza, che si pone un gradino sopra al “saggio”, il quale accetta serenamente e quasi stoicamente la “mutazione vicissitudinale” con tutte le sue implicazioni contenendo la sua passionalità, è il "furioso", cioè un assetato di infinito che tramite uno sforzo "eroico" e appassionato, superando ogni limite, riesce ad arrivare ad una immedesimazione con il processo cosmico per cui l'universo è nelle cose e viceversa. L'Eroico furore è proprio dell'uomo "arso d'amore" che non essendo appagato dall'amore carnale va in cerca dell'infinito innalzandosi al di sopra delle cose finite stabilendo una forte unione tra sé stesso e la natura. In Bruno male e bene sono due facce della stessa medaglia: l'ontologia della Vita-materia infinita fa sì che anche il male sia ridotto a pura necessità.

Bibliografia

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  • Enrico Carusi, Nuovi documenti sul processo di G.Bruno, «Giornale crit. della filosofia ital.», VI, 1925.
  • Guido Del Giudice, Giordano Bruno. Il profeta dell'universo infinito, The Giordano Bruno Society, Napoli 2015
  • Theophile Desdouits, La légende tragique de Jordano Bruno: comment elle a été formé, son origine suspecte, son invraisemblance , Ernest Thorin, Paris 1885
  • Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1949 (nuova edizione: Il processo di Giordano Bruno, a cura di Diego Quaglioni, Salerno, Roma 1998.
  • Angelo Mercati, Il sommario del processo di Giordano Bruno; con appendice di documenti sull’eresia e l’Inquisizione a Modena nel secolo XVI, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1942
  • Corrado Mornese, Gustavo Buratti, Eretici dimenticati, DeriveApprodi, Roma 2004,
  • Domenico Orano, Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVII secolo, Bastogi, Foggia 1980.
  • Achille Pognisi, Giordano Bruno e l’Archivio di San Giovanni Decollato, Paravia, Torino 1891.
  • Diego Quaglioni, Il processo e l’autodifesa, in Autobiografia e filosofia: l’esperienza di Giordano Bruno: atti del convegno (Trento, 18-20 maggio 2000), a cura di Nestore Pirillo, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2003.
  • Saverio Ricci, La fortuna del pensiero di Giordano Bruno, 1600-1750, prefazione di Eugenio Garin, Le Lettere, Firenze 1990.
  • Kaspar Schoppe, Gasp. Scioppij Ecclesiasticus auctoritati serenissimi D. Iacobi Magnæ Britanniæ regis oppositus. In quo cùm argumento magnam partem nouo, tùm exemplo nemini adhuc vsitato disputatur De amplitudine potestatis & iurisdictionis ecclesiasticæ … De regum ac principum christianorum … De natura & ingenio Ecclesiæ rebellum … De charactere,…, Hartebergae [indicazione di luogo di pubblicazione falsa: probabilmente stampato ad Augusta da Chrysostomus Dabertzhofer (cfr: SWB, Union catalog southwest Germany on line, n.: 025717685), oppure a Meitingen (cfr: BL STC German, 1601-1700, vol. 4., S1195)] 1611.
  • Vincenzo Spampanato, Vita di Giordano Bruno, Principato, Messina 1921.
  • Vincenzo Spampanato, Documenti sulla vita di Giordano Bruno, Olschki, Firenze 1933.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]