Cenna, Giacomo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Giacomo Cenna (Venosa, 10 novembre 1560 – post 1640) è stato un letterato e storiografo.

Nacque da una delle più notevoli famiglie venosine, che poteva far risalire le sue origini fino al tredicesimo secolo, anche se certamente non poteva trarre tali origini dai Cinna di Roma, come ipotizzò lo stesso storico, né dai Cinna della tribù Horatia di Venusia, testimoniati da un bassorilievo antico. Infatti il primo dei Cenna di Venosa ad essere menzionato è Berardino Cenna, vissuto al principio del tredicesimo secolo, che aveva l'abitazione nella parrocchia di Santa Maria del Palagano, vicino a quei ruderi che dai venosini contemporanei di Giacomo Cenna erano considerati i resti della casa di Orazio. Il figlio di un tale Vincenzo Cenna, anch'egli vissuto nel tredicesimo secolo, Iacovo, fu soldato e combatté nell'esercito di Carlo d'Angiò a Benevento, il 26 febbraio 1266 e del quale il Cenna narrava che «per alcuni sdegni conceputi nella propria patria, e sopra tutti quelli della matrigna nella propria casa del padre, vagando molti paesi e molte parti del mondo, per terra e per mare, sempre con l'armi in mano mostrò molto saggio della sua persona», scrivendo, altresì, che «detto Carlo [d'Angiò] con l'aiuto di tanta gente e di detto Iacovo Cenna, fracassò l'esercito di Manfredi et ammazzò quello». Il fratello di Iacovo, Marino, fu invece il primo monaco nel monastero di San Domenico.
Per due secoli dei Cenna si persero le tracce, poiché solo nel 1470 risulta documentata una loro cappella gentilizia nella nuova cattedrale da poco costruita, dopo che Pirro Del Balzo nel 1470, come detto, fece abbattere l'antica cattedrale per costruirvi sul suo sito il suo castello. In questo periodo risulta che una Viva Cenna fu moglie del giureconsulto venosino Roberto Maranta e che donna Lucrezia Cenna sposò Marino Grosso, uno tra i più importanti esponenti del patriziato locale.
Durante la guerra franco-spagnola per il predominio nell'Italia meridionale i tre fratelli Fabio, Berardino e Agostino Cenna contribuirono alle vittorie riportate sui francesi dal Gran Capitano Consalvo di Cordua, che vennero poi celebrate in un'opera della giovinezza che valse a Giacomo Cenna la cittadinanza di Barletta, il Bellum Magni Ducis, sintetizzato da Cenna stesso come «Poema heroico della guerra fatta in questo Regno di
Napoli tra la terra della Cidignola et Barletta da Consalvo di Cordua Gran Capitano per discacciare i francesi da questo Regno di Napoli, quali l'havevano posseduto per molto tempo». Il padre di Giacomo, Ascanio, fu anch'egli un buon letterato, oltre che autore di trattati giuridici sulle leggi civili e canoniche (un trattato De colore judicji ed un altro De iniuriis et famosis libellis); raccolse le consultazioni legali del giurista Roberto Maranta, ne aggiunse di sue, scrisse versi e prose in latino ed in italiano, pubblicati nel Tempio di Donna Giovanna d'Aragona, e nelle Rime di Giovanna Castriota, marchesa di Nocera, e fece parte anche dell'accademia dei Piacevoli. A lui, inoltre, era da ricondurre anche un grosso volume con «seicento observationi occorse dopo il suo dottorato in Venosa», nonché due carmi in latino scritti in onore del giurista Roberto Maranta e fatti inserire da Roberto Maranta iunior nell'edizione dei Consilia sive responsa editi nel 1591 a Venezia. Ascanio si dedicò, dunque, anche alla poesia celebrativa e di occasione, fondando molto della propria produzione letteraria sul petrarchismo e sull'imitazione dei classici latini. Fu, inoltre, governatore a Potenza per alcuni anni e morì, probabilmente a Venosa, verso la fine del secolo, come si desume dall'assenza del suo nome tra quelli dei fondatori dell'Accademia dei Rinascenti nel 1612. Il nome di Ascanio compare, inoltre, anche tra quelli dei firmatari di un atto notarile rogato dal notaio Salvatore Carella in Venosa, l'11 aprile 1580, assieme a quello del figlio Giacomo, definito subdiaconus.
Giacomo nacque proprio a Venosa il 10 novembre 1560 da Ascanio e da una donna della famiglia Monaco. Avviato dal padre alla carriera ecclesiastica, ricevette gli ordini minori il 2 aprile 1572 dal vescovo di Venosa Baldassarre Giustiniani, come egli stesso ricordava, affermando: «Fui vestito tutto di bianco con Berretta bianca, co scarpe bianche, con sottana e cappa bianche coforme il voto di sopradetta mia madre. Do poi da detto R.mo Vescovo no molto dopoi sebbi alla prima ordinatione li quattro ordini minori». Il padre incoraggiò la vocazione letteraria del figlio Giacomo e volle che «per un inverno intiero (quello del 1575) attendesse anche a poesia; et ogni sera prima e dopo cena, voleva una lettione della Poetica del nostro Venusino Horatio Flacco, e dopo alcuni altri ragionamenti mi dava alcuno soggetto che nella sequente sera havesse portato alcuno epigramma per detto soggetto; il che seguì per tutto l'inverno e parte della primavera». Ed infatti risalgono a questo periodo giovanile il poemetto già citato, il Bellum Magni Ducis, nonché il De clade illata Minervinensibus a civibus civitatis Andriae, testimonianze di una probabile attività di poeta a pagamento, che componeva su commissione delle città, nel quadro di quel fenomeno in precedenza già ampiamente trattato che fu l'autorappresentazione dei paesi, che volevano rafforzare e nobilitare il proprio senso di identità municipale tramite il ricorso ad episodi della storia, documentata o quasi mitologica che fosse. Infatti nel primo poemetto era evidente l'intento della città di Cerignola di esaltare il ruolo decisivo da essa avuto nel conflitto francospagnolo di inizio Cinquecento, quando le truppe spagnole sconfissero definitivamente le truppe francesi, dando inizio alla dominazione spagnola con l'istituzione del Viceregno di Napoli. Il poemetto rappresentava, altresì, anche un modo di sottolineare la fedeltà della città di Terra di Bari alla corona spagnola, sin dagli inizi della dominazione iberica. Si potrebbe pensare che la commissione dell'opera in questo periodo (intorno alla fine degli anni Settanta del Cinquecento) assuma una rilevanza maggiore in quanto, in questi anni, fermenti di ribellione e spinte autonomistiche incominciavano ad emergere in alcuni domini di Filippo II. Un poema che esaltasse la vittoria spagnola rappresentava, quindi, in questi anni un modo per schierarsi su posizioni filo-governative e realiste. In ogni caso, il poemetto riscosse un successo tale da indurre i signori di Barletta, città che aveva avuto un ruolo parimenti importante a quello di Cerignola nel conflitto franco-spagnolo, a conferire la loro cittadinanza al giovane poeta. Il secondo poemetto testimonia l’attività prestata dal poeta in favore della città di Andria nel corso delle sue controversie con Minervino prima e poi con Trani. Spesso le città ricorrevano all'attività dei letterati per esaltare la propria importanza o quasi come avvocati difensori nel corso di dispute con altre università, con una pratica pratica era consueta anche tra gli ecclesiastici.
In ogni caso risulta che il padre volle che queste prove della precoce genialità del figlio fossero stampate ma «dopoi perchè detto mio padre andò a governatore in Potenza, et io nel istesso tempo andai nelli studi di Salerno, resto detto poema [il Bellum Magni Ducis] senza passare più avanti. Hora, dopo tanto longo tempo, essendomi di nuovo capitato tra le mani, ho voluto inserirlo in questo volume, acciò la memoria di detto poema heroico e tanta bella fatigha non si perda». Si laureò quindi in giurisprudenza a Salerno e divenne dottore in utroque jure.
Un’ulteriore testimonianza della sua attività giovanile risulta la Exhortatio ad Christicolas ut armis inter se positis, adversus Turchas bellum gerant. Anche se il tema dell'Exhortatio è quello dell'esortazione, appunto, a tutti i cristiani a combattere i saraceni infedeli, sicuramente il poema risale allo stesso periodo degli altri poemi latini già citati sopra, cioè il 1575-76, anche perché al tempo della battaglia di Lepanto (1571) Giacomo aveva solo undici anni. Si possono, comunque, distinguere nella produzione letteraria di Cenna due filoni: quello giovanile, costituito dai poemetti latini a carattere celebrativo, influenzati dall'umanesimo e dall'opera letteraria del proprio padre, e quello successivo, che emerge nel suo capolavoro, la Cronica Antica della Città di Venosa, influenzato dalle nuove esperienze seicentesche, come testimoniato dal fatto che l’autore non ricorse più all'uso del latino, per adoperare, invece, soltanto il volgare, sia pure infarcito di latinismi.
In seguito Cenna perfezionò gli studi a Napoli ed a Roma e, tornato a Venosa, dopo aver aperto una scuola di diritto (nella quale insegnava le Istituzioni di Giustiniano), fu nominato canonico ed arcidiacono del locale Capitolo Cattedrale, quindi diventando “porzionario” della ricettizia venosina. Si dedicò, quindi, dal 1614, su richiesta del vescovo Perbenedetti, alla compilazione della cronotassi dei vescovi della diocesi di Venosa da aggiungere in calce alle costituzioni sinodali, dando vita ad un'operetta, i Nomina episcoporum, qui pro tempore praefuerunt Ecclesiae Venusinae, che fu apprezzata dal vescovo, il quale, due anni dopo, gli commissionò una storia della città. Per attingere a fonti adatte a questo suo lavoro, ottenne il permesso di consultare l’archivio vescovile, tuttavia, probabilmente, incautamente portando a casa alcuni documenti. Infatti, mancando alcuni documenti dall'archivio della Cattedrale, Perbenedetti mandò i procuratori del Capitolo e gli arcipreti Angelo Spata e Giovanbattista di Santa Lucia nello studio di Cenna, riprendendosi le carte consultate.
Il canonico se ne risentì come di un attacco contro la propria dignità di onesto studioso e, con le sue proteste, si fece nemico Perbenedetti, a cui il poeta portò rancore fino alla morte del vescovo nel 1635, come traspare anche dalla differenza tra le due biografie da lui scritte sul vescovo: in quella prima dell'incidente viene descritto in termini positivi (tant'è che Cenna esalta il suo impegno in molte opere benefiche e gli augura anche una lunga vita) in quella successiva viene dipinto come «homo seuero e crudele».
Conseguenza dell'incidente fu anche la destituzione dall'incarico di arcidiacono da parte del vescovo Perbenedetti. Invano egli tentò, in seguito, di rientrare nelle grazie dei due successori di Perbenedetti (Frigerio per un solo anno e Conturla dal 1636 al 1640), dedicando loro poemi in latino ed in volgare inclusi nella Cronica nella sezione relativa ai vescovi di Venosa. In realtà, sembrerebbe che due sonetti riportati come da lui scritti in onore di Frigerio e Conturla, oltre ad altri tre sempre allegati alla Cronica, siano da attribuire ad altri autori, anche se il letterato venosino li spacciò per propri per esaltare la sua abilità poetica. Eppure, nonostante tanto impegno, i prelati non presero in considerazione la richiesta di reintegra a porzionario, come risulta evidente dalle parole dispregiative e sarcastiche con le quali descrisse anche i successori di Perbenedetti; in particolare, di Conturla si annotava che «attese sempre a darsi buon tempo, non usceua mai di casa, ma solo attendeua a magnare, e bere e dormire, ch'era introdotto il prouerbio di esso, per qualsiuoglia negotio: Fati uuoi. Finche ammalatosi grauemente, per consulta dei medici, doue recarsi in Napoli, dove nel monasterio dei Buoni fratelli fini sua uita a di due di maggio 1640». Questa sua annotazione sulla morte del vescovo Conturla è, peraltro, l'ultima testimonianza scritta dal Cenna, che, non menzionandone il successore, deve essere senz'altro morto poco dopo, anche perché ormai ottantenne.

Bibliografia

  • Giacomo Cenna, Cronaca Venosina, Con prefazione e note di Gerardo Pinto, rist. anast., Appia2, Venosa, 1991.
  • Antonio D’Andria, «Della antiquità e nobiltà di Venosa». Intorno alla Cronaca Venosina di Giacomo Cenna, in «Bollettino Storico della Basilicata», XXIII, 2008, n. 24.
  • Antonio D’Andria, Rappresentazione della città e luoghi del potere in Basilicata. La Cronaca Venosina di Giacomo Cenna, in Il Seicento allo specchio. Le forme del potere nell’Italia spagnola: uomini, libri, strutture, a cura di Cinzia Cremonini ed Elena Riva, Bulzoni, Roma, 2011.

Article written by Antonio D’Andria | Ereticopedia.org © 2019

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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