Biondo, Gabriele

Gabriele Biondo († 1511), figlio del celebre umanista forlivese Biondo Flavio, è stato un sacerdote secolare, pievano di Modigliana e guida spirituale di una comunità sparsa tra Toscana, Emilia, Romagna e Veneto e coinvolta, ai primi del Cinquecento, in un processo per eresia.

Biografia

La formazione romana: tra cultura umanistica e ambienti curiali

Gabriele Biondo nacque intorno agli anni ‘40 del Quattrocento, il più giovane tra i numerosi figli dell’umanista forlivese Biondo Flavio e di Paola Maldenti. Il padre rivestì fino al 1449 l’ufficio di segretario papale, ma, caduto in disgrazia presso Niccolò V (1447-1455), abbandonò la Curia per ritirarsi nei suoi possedimenti romagnoli – tra Ferrara (San Biagio vicino Argenta), Rimini (Montescudo) e Ravenna – prima di tornare a Roma, ed essere reintegrato nelle sue cariche, tra il settembre e l’ottobre del 1453. Tra Roma e la Romagna trascorse dunque la sua infanzia Gabriele; ma soprattutto a Roma, ricevendo – come i fratelli Gaspare, Girolamo e Francesco – un’accurata educazione umanistica, e crescendo in un ambiente vicino alla Curia.
Ad eccezione di Francesco, tutti i figli di Biondo Flavio furono indirizzati alla vita ecclesiastica. Non sappiamo, tuttavia, quando fu ordinato sacerdote Gabriele, il cui nome compare per la prima volta nel dicembre 1468, in un diploma imperiale con il quale Federico III – in visita a Roma – lo nominava, insieme ai fratelli, conte del Sacro Palazzo Lateranense (Cherubini, 2007, pp. 84-91). A quelle date egli aveva probabilmente già conseguito il diploma di doctor utriusque iuris che gli è attribuito in un documento più tardo (Archivio Segreto Vaticano, Camera Apostolica, Diversa Cameralia, t. 44, f. 85r).
Sul finire degli anni ‘60 egli doveva essere ancora giovane, ma già autorevole – come testimoniano i carmi latini a lui rivolti dal poeta romano Paolo di Filippo Porcari (Napoli, Biblioteca Nazionale, V.E.57, ff. 52v-54r, 75v, 83v, 87r, 88v-90r; Ravenna, Biblioteca Classense, ms. 274, ff. 8r-v, 15v-16r, 53r-v), che celebra Biondo per la sua eloquenza e abilità poetica. E ancor più singnificative sono due lettere del fratello di Paolo, Agapito Porcari, nelle quali Biondo emerge come un’autorità morale e religiosa cui Porcari poteva confidare il proprio sdegno per la corruzione della Roma papale, tanto distante dall’originario messaggio cristiano (Dionisotti, 1968, pp. 335-336).
Tra i carmi di Paolo Porcari – pubblicati nel 1468 – e le lettere di Agapito – scritte all’inizio degli anni ‘70 – non trascorse molto tempo. Lo scarto tra la tematica amorosa dei primi e il tono moralmente e religiosamente sdegnato delle seconde induce perciò a pensare a una svolta, nella vita di Biondo, avvenuta sul finire degli anni ‘60. Sembra supportare questa ipotesi il cenno dello stesso Gabriele – in una lettera della fine degli anni ‘90 al nipote Paolo Biondo (figlio del fratello Francesco) – a una conversione religiosa, a una metànoia vissuta circa trentaquattro anni prima (Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magliab. XXXV.214, f. 87r). Se non una rottura, tale mutamento segnò indubbiamente una presa di distanza rispetto alle brillanti carriere ecclesiastiche o curiali dei fratelli, e al contempo un parziale rifiuto e una conversione degli interessi umanistici coltivati in famiglia in una direzione radicalmente mistica e spirituale.
Negli anni 1468-1470, in conclusione, attraverso vie che sfuggono nei loro contorni precisi, egli maturò a quanto pare le sue convinzioni sulla decadenza della Chiesa e sulla necessità della fuga dei pochi eletti da una istituzione irrimediabilmente corrotta. A tale mutamento di rotta contribuì con ogni probabilità l’attenta lettura, testimoniata dai successivi scritti di Biondo, delle opere dei cosiddetti ‘spirituali’ francescani (Angelo Clareno, Pietro di Giovanni Olivi, Ubertino da Casale – cui vanno aggiunte le laude più radicali di Iacopone da Todi), reperite verosimilmente grazie alla familiarità del padre con vari e autorevoli esponenti dell’Osservanza minoritica (inquisitori di fraticelli e dissidenti, ma spesso interessati – nel caso, ad es., di Giovanni da Capestrano – a conservarne gli scritti). In tale quadro, ad ogni modo, si pone il trasferimento di Gabriele a Modigliana, dove a partire dal 1470 è attestato come priore della pieve di Santo Stefano (Lodone, 2016b, pp. 115-121).

Alla pieve di Modigliana

Non sappiamo con precisione quanti anni Biondo rimase sulle appendici dell’Appennino tosco-romagnolo. Con qualche probabile interruzione, e trascorrendo per lo più a Firenze l’ultimo periodo della sua vita (dopo il 1498), è probabile che egli abbia mantenuto l’incarico di pievano di Modigliana fino alla morte, avvenuta il 14 maggio 1511 (nota a margine in Siviglia, Biblioteca Capitular y Colombina, ms. 325 (7-1-9), f. 81v).
Tra Modigliana – allora sottoposta al dominio politico fiorentino – e Firenze si svolse quindi la maggior parte dell’esistenza di Gabriele Biondo. In quei decenni, come documenta l’insieme della sua opera, egli si impegnò a fondo in un magistero spirituale rivolto a una comunità di uomini e donne (per lo più laici i primi, per lo più religiose le seconde) dislocata tra Modigliana, Firenze, Bologna e Venezia. Una comunità multiforme e difficilmente inquadrabile, che comprendeva anche alcune clarisse osservanti del monastero del Corpus Domini di Bologna (fondato pochi anni prima da Caterina Vigri), tra le quali Alessandra degli Ariosti – destinataria di numerose lettere di Biondo e di alcune delle sue opere maggiori – e Cecilia Gozzadini.
Per quanto riguarda la vita religiosa di Modigliana, dalle lettere inviate a Gabriele Biondo dal Generale dei Camaldolesi Pietro Dolfin emerge l’esistenza di una comunità che, raccoltasi intorno all’autorità morale di Biondo, aveva spontaneamente abbracciato un modello ‘regolare’ di vita cristiana. Tra il 1496 e il 1500 Dolfin concesse a un novizio incerto nella sua vocazione, un certo Giovanni da Bologna, di vivere a contatto con tale comunità, che contava probabilmente anche alcune donne, come le quattro pie virgines modiglianesi Maddalena, Lucrezia, Barbarina e Margherita, che tornano talvolta nelle lettere di Biondo – dove sono definite «discipule, o maestre più presto» – e per la cui morte egli compose un epitaffio in distici elegiaci e un’iscrizione funebre (Londra, British Library, Additional 14088, f. 212r; Siviglia, Biblioteca Capitular y Colombina, ms. 325 (7-1-9), ff. 81v, 101r-v).
Si tratta chiaramente di laiche («seculares»), che vissero dunque nel mondo e al di fuori da ogni inquadramento ecclesiastico un’esperienza religiosa cui Biondo attribuì i crismi della santità. E laiche religiose furono probabilmente anche Maddalena, Caterina e Dianora, le tre donne fiorentine in contatto con il monastero brigidino del Paradiso, alle porte di Firenze, cui Biondo inviò sul finire del 1505 due lettere che caddero in seguito sotto il giudizio severo di Paolo Giustiniani (Lodone, 2016a).
Tra i corrispondenti fiorentini spiccano, inoltre, Strinato di Francesco Strinati e Giovan Battista di Bernardo Bartoli. Al primo – che tra la fine del Quattrocento e i primi anni del secolo seguente occupò nel dominio fiorentino diverse cariche pubbliche di rilievo (tra le quali, dal 1° aprile al 1° ottobre del 1493, quella di podestà di Modigliana) – Biondo scrisse il 28 aprile 1498 una lettera molto dura nei confronti di Girolamo Savonarola, arrestato pochi giorni prima e destinato, di lì a poco a salire sul patibolo (Lodone, 2013). Dalla lettera emerge che il pievano di Modigliana, nei mesi precedenti, aveva negato l’assoluzione al castellano locale Marco di Bernardo Vespucci, aperto sostenitore del profeta di San Marco (scomunicato da quasi un anno); ed aveva altresì fatto «legere in piazza» le missive della Signoria riguardanti Savonarola che il podestà Niccolò di Luigi Quaratesi «non publicava».
Dopo l’arresto del domenicano (nella notte tra l’8 e il 9 aprile di quell’anno), Biondo poteva quindi pretendere dal governo fiorentino le opportune sanzioni nei confronti dei sostenitori del frate, e qualche garanzia per sé (dal momento che egli aveva subito pesanti minacce da parte del castellano). Ma, di lì a tre anni, l’attenzione delle autorità ecclesiastiche si appuntò su Biondo stesso e sui suoi insegnamenti.

Il processo veneziano

Nel corso del 1501, il patriarca Tommaso Donà ed il nunzio pontificio Angelo Leonini fecero incarcerare a Venezia un discepolo spirituale di Biondo, il medico tifernate Giovanni Maria Capucci. Al contempo, un trattato di Biondo intitolato Ricordo fu sottoposto a giudizio per eresia.
Da una questio difensiva scritta dal teologo scotista Antonio Trombetta, frate Minore conventuale e docente allo studio teologico di Padova, sappiamo che i sospetti si appuntarono sugli insegnamenti di Biondo ai laici in materia ecclesiologica e sacramentale, e in particolare sulle dichiarazioni riguardanti la superfluità (o perversità) della mediazione sacerdotale. La dotta e autorevole difesa di Trombetta riuscì a far scagionare il Ricordo, sottolineandone il lato polemico verso le superstizioni cui la pratica sconsiderata dei sacramenti poteva portare, e approvandone la diffidenza nei confronti dei carismi profetici e visionari incontrollati, molto frequenti in quegli anni. Tra questi, quello di Girolamo Savonarola (Poppi, 1962, p. 358).
L’argomento antisavonaroliano fu probabilmente un asso nella manica, per la difesa. Ma una spiegazione in chiave opportunistica dell’avversione di Biondo per il frate ferrarese (Dionisotti, 1968, p. 330) pare tutt’altro che convincente. Quell’avversione – che, come si è visto, si era trasformata, negli ultimi mesi di egemonia piagnona a Firenze, in un’opposizione pubblica non priva di rischi – era al contrario del tutto coerente con la visione della storia della Chiesa e della storia della salvezza che Biondo elaborò a partire dalla lettura di Angelo Clareno (Lodone, 2012). Convinto che l’unica vera riforma cristiana fosse tutta interiore e individuale, Biondo non poteva che giudicare diabolica la renovatio religiosa e al contempo sociale e civile promossa da Savonarola.

L’attacco postumo di Paolo Giustiniani

Non stupisce, perciò, il fatto che, pochi anni dopo, un riformatore del calibro di Paolo Giustiniani riconobbe qualche punto di convergenza tra la propria prospettiva e quella di Savonarola (se non fosse stato per la disobbedienza del domenicano nei confronti del papa); ma si contrappose invece perentoriamente all’insegnamento di Gabriele Biondo.
Il dato emerge da un dossier conservato tra le carte di Paolo Giustiniani, e contenente vari scritti rivolti contro Savonarola, Francesco da Meleto, il monaco Teodoro e Biondo stesso. Venuto in possesso, tra 1516 e 1519, di due lettere spirituali rivolte dal pievano di Modigliana ad alcune donne fiorentine, Giustiniani aveva scritto ad esse una lunga epistola, di cui ci sono giunti i materiali preparatori. Stando ad essi, l’eremita aveva fermamente preso posizione contro la proposta di Biondo di un rapporto col divino tutto interiore – ‘invisibile’ – e diretto, esortando le tre donne, con viva preoccupazione, a tenersi lontane dalle empie ed eretiche dottrine del loro maestro, definito «ministro del diavolo» (Lodone, 2016b).

Opera

I manoscritti

Che l’opera di Gabriele Biondo – un’opera ardua, a tratti esoterica – non sia mai arrivata alle stampe non può stupire. Fatta eccezione per il codice Magliabechiano XXXV.214 della Biblioteca Nazionale di Firenze – che parrebbe una copia di lavoro – gli altri tre manoscritti che trasmettono gli scritti del pievano di Modigliana sembrano allestiti da uno o più discepoli, tenacemente legati all’insegnamento e alla memoria del loro maestro.
Varie opere di Biondo di cui abbiamo notizia risultano perdute. I codici al momento noti contenenti la sua opera sono i seguenti:

  • Forlì, Biblioteca Comunale, Antico Fondo, ms. III.84 (già ms. 412);
  • Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, Magliabechiano XXXV.214;
  • Londra, British Library, ms. Additional 14088;
  • Siviglia, Biblioteca Capitular y Colombina, ms. 325 (7-1-9).

Poesie, trattati, lettere agli «amici de la verità»

Quarantaquattro lettere (per lo più in volgare, talvolta dei piccoli trattati); cinque poesie in volgare (tra sonetti e inni anche molto lunghi, che attirarono l'attenzione di Dionisotti – i testi sono editi ora in Lodone, 2017); tre trattati (il De meditatione e il De amore proprio – in volgare, nonostante il titolo latino; e il Ricordo, di cui ci è giunta solo una traduzione latina, di mano dello stesso autore, mentre l'originale in volgare è perduto) e altri brevi scritti in latino e in volgare documentano l’instancabile attività di ‘direttore spirituale’ (ante litteram) di Gabriele Biondo.
Quanto ai trattati, il Ricordo e il De meditatione gli furono richiesti da «amici timorati di Dio» e bisognosi di un sostegno spirituale. Il De amore proprio è invece una lunga lettera dottrinale che si propone di chiarire alla destinataria, la clarissa Alessandra degli Ariosti, la natura della «falsificata perfectione de la vita activa et contemplativa» allora imperante. L’intera opera di Biondo è finalizzata a rendere comprensibile a una comunità – con tutta verosimiglianza ristretta – di lettori un messaggio arduo, a tratti francamente oscuro da decifrare.
Ricollegandosi a una linea tracciata da Pietro di Giovanni Olivi e, più radicalmente, da Angelo Clareno, le dottrine mistiche ed escatologiche di Biondo sminuiscono di fatto (pur senza rifiutarla) la dimensione esteriore della professione religiosa, il valore delle appartenenze e delle definizioni istituzionali – e, in ultima analisi, della mediazione sacerdotale. La proposta cristiana di Biondo si fonda, infatti, sull’insistente invito all’annullamento di sé e all’abbandono mistico alla volontà divina: un abbandono tutto interiore (di qui l’opposizione a Savonarola), ma reso tanto più urgente dalla viva coscienza escatologica della prossimità degli ultimi tempi e del regno dell’Anticristo.

Bibliografia

  • Paolo Cherubini, L’intensa attività di un notaio di Camera: Gaspare Biondo, in Dall’Archivio Segreto Vaticano: miscellanea di testi, saggi e inventari, vol. II, Archivio Segreto Vaticano, Città del Vaticano 2007, pp. 25-145.
  • Carlo Dionisotti, Resoconto di una ricerca interrotta, in «Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa», s. II, 37, 1968, pp. 259-269 (poi in Id., Scritti di storia della letteratura italiana, ed. T. Basile, V. Fera, S. Villari, vol. II, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2009, pp. 325-336).
  • Michele Lodone, L’eredità dei francescani spirituali tra Quattro e Cinquecento. Una ricerca in corso su Gabriele Biondo, in «Oliviana», 4, 2012, on-line [URL: <http://oliviana.revues.org/index487.html>].
  • Michele Lodone, Savonarolismo e antisavonarolismo a Modigliana: Gabriele Biondo contro i magistrati fiorentini, «Studi romagnoli», 64, 2013, pp. 71-82.
  • Michele Lodone, Direzione spirituale e autorità eremitica. Paolo Giustiniani e le seguaci fiorentine di Gabriele Biondo, in «Aevum», 90, 2016a, pp. 523-545.
  • Michele Lodone, Invisibili frati minori. Profezia, Chiesa ed esperienza interiore tra Quattro e Cinquecento, tesi di dottorato in discipline storiche, relatori S. Pastore, S. Piron, C. Ginzburg, Scuola Normale Superiore di Pisa / École des Hautes Études en Sciences Sociales, 2016b.
  • Michele Lodone, L’opera poetica volgare di Gabriele Biondo, in «Interpres», 36, 2017, in corso di stampa.
  • Giovanni Miccoli, La storia religiosa, in R. Romano, C. Vivanti (a cura di), Storia d’Italia, vol. II/1: Dalla caduta dell’Impero romano al secolo XVIII, Einaudi, Torino 1974, pp. 429-1079.
  • Antonino Poppi, Lo scotista patavino Antonio Trombetta, in «Il Santo», 2, 1962, pp. 349-367 (poi in Id., La filosofia nello studio francescano del Santo a Padova, Centro Studi Antoniani, Padova 1989, pp. 63-85).
  • Cesare Vasoli, A proposito di Gabriele Biondo, Francesco Giorgio Veneto e Giorgio Benigno Salviati, in «Rinascimento», s. II, 9, 1969, pp. 325-330 (poi in Id., Profezia e ragione. Studi sulla cultura del Cinquecento e del Seicento, Morano, Napoli 1974, pp. 121-127).

Voci correlate

Article written by Michele Lodone | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]