Manfredi, Fulgenzio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Fulgenzio Manfredi (Venezia, 1560 ca. - Roma, 5 luglio 1610) è stato un teologo appartenente all'ordine dei minori osservanti, condannato a morte dall'Inquisizione romana.

Biografia

Nato a Venezia verso la metà del ‘500, nel 1580 veste l’abito di san Francesco, prima come cappuccino poi nell’Osservanza francescana e nel 1586 è ordinato prete. Dal 1594, nella chiesa di S. Francesco della Vigna a Venezia, si fa notare con una predicazione mordace e polemica contro gli abusi della Corte di Roma, fino ad essere privato del permesso di predicare per quattro anni. Forse per lottare contro l’ozio, inizia un’attività letteraria e produce Il ritratto della città di Venetia e l’effigie di tutti li dogi [Venezia, Mazza e Uccelli, 1598]. Si tratta di un compendio in formato lungo, illustrato con dodici tavole sulla città di Venezia e novanta ritratti di dogi, incisi su rame dal fratello Giambattista. Nel 1602 pubblica la Degnità procuratoria di San Marco di Venetia [Venezia, Domenico Nicolini]. Nel 1604 porta alla luce la sua Predica … fatta nella chiesa delli Santi Apostoli predicando tutto l’anno 1604 [Venezia, Bonfandino]: si tratta dell’abbozzo di un progetto di più ampio respiro sulle vite dei santi e beati veneziani. Due anni dopo appare un altro tassello: una Vita di S. Piero Orseolo, di doge e principe di Venetia fatto monaco et eremita in Guascogna [Venezia, Bonfandino]. Questa produzione agiografica non è meritevole di memoria (secondo Gino Benzoni) e durante il suo colloquio con Christoph Von Dohna, Sarpi lo qualifica come cappuccino illuminato (28 luglio 1608). Nel 1605 gli viene attribuita una Apologia overo Difensione sopra la riformatione dell’ordine suo [sine nota], iscritta all’Indice.
Manfredi ha acquistato una certa fama all’epoca dell’Interdetto fulminato contro Venezia dal papa Paolo V Borghese pur non essendo, come lo evidenzia Sarpi nelle sue lettere del 9 dicembre e 11 novembre 1608 indirizzate a Jérôme Groslot de L’Isle, né ministro publico né stipendiato dalla Republica. Appartiene a quel gruppo detto dei teologi minori che portano assistenza ai consultori e teologi ufficiali della Serenissima. Detta collaborazione spiega perché tanti particolari della fine di Manfredi ci vengono consegnati dall’epistolario sarpiano.
Prima nella chiesa del Redentore poi, dopo lo sfratto dei gesuiti, nella chiesa dell’Umiltà, Manfredi riprende la sua infuocata predicazione contro Roma; ma nel mese di novembre 1606 è denunciato al S. Uffizio da Paolo di Zevio (un francescano veronese, spia del nunzio a Venezia, Berlingero Gessi) e convocato ad respondendum fide. Non si presenta ma risponde con due scritti pubblicati a Venezia: un Manifesto al documento della sacra Inquisitione di Roma che lo cita ad apparire davanti ad essa ed un appello in latino e in italiano A tutti li reverendissimi Padri in Christo. La sua scomunica è proclamata il 5 gennaio 1607 ma non smette di predicare negando il magistero della Chiesa, autoproclamanandosi Evangelicae veritatis propugnator acerrimus con tanto di suo ritratto e stende sulla facciata della «sua» chiesa dell’Umiltà un telone con il simbolo della Santa Sede vacante.
Dal momento che la contesa tra Venezia e Roma giunge ad una relativa composizione, il 21 aprile 1607 la Serenissima tenta di porre limiti al suo attivismo ritirandogli la gestione della chiesa dell’Umiltà e lasciandolo senza pulpito. Stimandosi abbandonato da Venezia e lusingato dalla promessa di un salvacondotto, Manfredi decide di recarsi a Roma per giustificarsi davanti al pontefice (vedasi lettera di Sarpi del 30 settembre 1608 a Groslot). Non dà retta a chi gli mostra il pericolo incorso, fra cui Nicolò Contarini e Sarpi (lettera del 11 novembre 1608 a Groslot). Inoltre, Sarpi aggiunge (nella sua lettera del 26 agosto 1608 a Antonio Foscarini) che sarebbe andato a Roma con molte doble di Spagna. L’8 agosto parte per la via di Rimini, Ferrara e Bologna, e arriva a Roma il 30. Due giorni dopo, è ricevuto in udienza da Paolo V che gli promette la massima libertà in cambio d’informazioni sulla diffusione del protestantesimo a Venezia: avrebbe allora fatto il nome di Sarpi. Manfredi ha capito troppo tardi e chiede aiuto a Venezia che lo ignora (troppo felice di sbarrazzarsi di un personnaggio scomodo). Agli arresti domiciliari nel convento di S. Pietro in Montecitorio e accusato di tentativo di fuga in Inghilterra, è imprigionato il 6 febbraio 1610 nel carcere di Tor di Nona poi trasferito alle prigioni del’Inquisizione (lettera di Sarpi del 22 aprile 1610 a Duplessis). È processato per possesso di libri proibiti, relazioni epistolari con eretici stranieri, scritti autografi (pubblicati et non) contro il pontefice e contro i decreti del concilio di Trento, eresia (lettere del 16 febbraio, del 20 marzo e del 20 luglio 1610 a Castrino) ed anche relazioni con una Veneziana di cui avrebbe conservato il ritratto (lettera del 16 febbraio 1610 a Castrino). È condannato come eretico relapso. Il 4 luglio 1610 è degradato e, il 5, giustiziato in Campo de’ Fiori (lettere del 20 luglio 1610 a Castrino, del 3 agosto a Groslot in cui Sarpi analizza e giustifica giuridicamente la sua condanna, del 21 dicembre a Groslot).

Bibliografia

  • Roberto Zago, Manfredi, Fulgenzio, in DBI, vol. 68 (2007), pp. 683-686.
  • Gino Benzoni, I teologi minori dell’Interdetto, in "Archivio veneto", s. V, CI, 1970, pp. 31-108.

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Article written by Marie Viallon | Ereticopedia.org © 2014
http://correspondance-sarpi.univ-st-etienne.fr

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]