Negri, Francesco

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Francesco Negri (Bassano del Grappa, 1500 - Pinczòw, 1563) è stato un eretico antitrinitario.

Biografia

Dalla nascita all’entrata in monastero (1500-1516/17?)

Francesco Negri nasce nel 1500, a Bassano da antica, e nobil famiglia ivi stabilita fino dal 1396, e originaria da Oderzo, dove si era trasferito un ramo di Giovanni Negri Veneziano, che pe’rilevanti servigi da lui prestati alla Repubblica nella guerra di Chiozza nel 1381 era stato dichiarato Patrizio Veneto1.
Suo padre, Cristoforo, discendeva da questo ramo della famiglia; egli sposò nel 1496 la nobile vicentina Dorotea Buonamente2. Della loro discendenza si conosce soltanto la nascita di Francesco e del fratello Gerolamo, non sapendo tuttavia chi sia il maggiore, ma ipotizzando che la destinazione al monastero di un figlio potesse coinvolgere, anche una famiglia di ceto medio-alto come quella del Negri, il secondogenito. Il padre, Cristoforo, era dedito alla mercatura: un esempio lo troviamo in una lettera del 1524, di cui è mittente il figlio Gerolamo, il quale antepone al racconto di fatti rilevanti circa la vita di suo fratello, l’esito della sua transazione mercantile in Padova.
Francesco poté studiare, negli anni della sua formazione, alla scuola di due precettori: dal 1511 al 1515 con Andrea Locatelli, di Bassano, mentre per i due anni successivi, fino al 1517, con Giovanni da Reggio3. Era molto versato nelle lettere classiche, o come riporta il Verci, «s’applicò per tempo alla Filosofia e alla Poesia specialmente […] giunto a un sommo grado di stima appresso gli uomini, comunemente veniva chiamato il Bassano»4. Al termine della sua formazione primaria a Bassano, Francesco Negri, per sua volontà o per volontà della famiglia, entra in monastero, entrando a far parte della famiglia benedettina. Considerando che l’età minima per entrare in monastero secondo le norme della Congregazione benedettina cassinese erano i diciassette anni, il 1517 è l’anno più attendibile per l’entrata del Negri.
Il Carrara pone invece come data dell’entrata in monastero il 15225, confortato dal Verci6 e dal Roberti7, mentre lo Zonta, basandosi su di una procura ricavata dagli Annali dell’Archivio di S. Giustina, vol. VII, «Ad vendendum bona Monasterii S. Justinae», datata 9 ottobre 1521, fa risalire l’entrata di Francesco Negri in quel monastero attorno al suo ventesimo anno di età8.
Il primo marzo 1517 Francesco Negri emette la sua professione presso il monastero di San Benedetto Po, nel mantovano, insieme ad altri due confratelli9. Dopo un periodo di noviziato, che secondo gli usi della Congregazione variava da qualche mese ad un anno10 – e per il quale è possibile ipotizzare che Francesco avesse raggiunto San Benedetto Po già nel 1516 – il nostro assume il nome di «D. Simeon a Bassano», dal nome del santo armeno attorno al quale è stato costruito il monastero del mantovano nella seconda metà dell’XI secolo, la cui ricorrenza liturgica è divenuta memoria obbligatoria per la Congregazione.11.
È da notare che a Bassano erano presenti due monasteri benedettini, quello dei Santi Ermagora e Fortunato (unitosi successivamente al monastero madre della Congregazione, quello di Santa Giustina in Padova) e quello di Santa Croce di Campese, divenuto alla fine del XV secolo priorato alle dipendenze di San Bendetto Po e, per quanto interessa il Negri, legato alla famiglia bassanese da interessi commerciali. Sul legame con il priorato di Campese e gli affari economici del padre con i monaci che lo abitavano, vale la pena citare una lettera che Francesco, già professo e prossimo alla conversione, gli scrisse il 26 gennaio 152412.
Sulle motivazioni della monacazione, si possono avanzare diverse ipotesi. La prima e forse più immediata, è la destinazione di Francesco, per volontà della famiglia, al monastero in quanto secondogenito. Questa ipotesi tuttavia non è suffragata da fonti.
Zonta, sulla scia degli autori precedenti, dà come giustificazione alla vocazione del Negri «questa inclinazione appunto verso gli studi umanistici, associata ad una ascetica tendenza del suo spirito»13; un’altra ipotesi suggestiva, proveniente dalla letteratura e dalla leggenda locale, è legata anche alla successiva motivazione della fuoriuscita del Negri dal monastero: il Carrara in primis14, recuperando la tradizione a lui antecedente, ma rimasta nel folklore avalla la tesi secondo la quale il Negri sarebbe entrato in monastero dopo una delusione d’amore. La fanciulla, appartenente alla famiglia bassanese dei Rossi, entrata prima in monastero e poi uscitavi per il matrimonio con un altro giovane, avrebbe causato nel cuore del giovane Francesco un forte desiderio di vendetta, sfociata nell’assassinio della ragazza quando era già era monaco. Il Verci tuttavia, attento a questa testimonianza, colloca l’omicidio presso la chiesa di S. Giuseppe, vicina al Duomo di Bassano.

Dove matura la conversione: da S. Benedetto Polirone a S. Giustina (1517-1525)

Dopo il primo anno di professione, norma vigente della Congregazione era lo spostamento dei monaci onde poter loro attribuire incarichi di diversa consistenza o più semplicemente riorganizzare e razionalizzare il loro percorso di studi.
La prima testimonianza che abbiamo di Francesco, alias Simeone, nel monastero padovano di S. Giustina, il monastero-madre della Congregazione, è il 1521, nella procura «Ad vendendum bona Monasterii S. Justinae» di cui si parlava in precedenza. Prima, nessun accenno a lui. Dopo, solo fino al capitolare del 1523, per l’elezione abbaziale. Nel 1524 già non ci sono riferimenti alla sua presenza, perché si trova a Venezia, e così anche nei primi atti del 152515.
Si può ipotizzare pertanto che nel quinquennio 1517-1521 egli risiedesse ancora a San Benedetto Po per attendere agli studi di preparazione teologica. In quello stesso periodo, tuttavia, il monastero stava vivendo una forte tensione con la popolazione locale, che era stata coinvolta e a dir poco sfruttata nella bonifica delle aree rurali annesse al complesso abbaziale.
Sono quelli gli anni della formazione del Negri, dei quali l’eco della memoria di quei fatti si ritroverà in un passaggio della sua opera più nota, la Tragedia del Libero arbitrio – nell’edizione del 1550 –, laddove scriverà «una volta i monasteri erano onesti ricetti e sante scuole di uomini dabbene, [ora] di libere scuole divennero servili prigioni, di ricetti d’uomini da bene spelonche di ladroni, di esercizi di opere pie fucine d’ogni empietà e ribalderia»16.
Tra il 1520-1521 lascia il Mantovano per passare a Padova, nel monastero di Santa Giustina: sono gli anni della dieta di Worms17. Il 17 e il 18 aprile 1521 Lutero si presentò a Carlo V per sostenere e difendere le proprie posizioni dottrinali, esposte l'anno precedente in quarantuno tesi e condannate da papa Leone X de’Medici. Lutero rifiutò di rinnegare i suoi scritti e fu per questo bandito dall'impero con un editto emanato nel maggio dello stesso anno.
La possibilità per il Negri di entrare in contatto con gli ambienti del fermento riformatore veneto fu sicuramente a Venezia, presso il monastero di San Giorgio Maggiore, che in quegli anni stava rifiorendo grazie all’impronta umanistica data dall’abate, Ambrogio de Ferrari da Milano18. E proprio in quegli ambienti, il Negri poté stringere amicizia con il prete Lucio Paolo Rosello, e recuperare i testi di Lutero ai quali si stava sempre più interessando, malgrado fossero stati vietati per ordine del patriarca19. Per avere una fonte documentaria certa che attesti il legame del Bassanese con il parroco di Maron si dovrà attendere il 1530, con una lettera che il primo invierà al secondo da Strasburgo20.
Il Negri aveva intuito e sosteneva la congruità delle dottrine di Lutero, lui che, assai lodato per la sua sapienza e per la sua conoscenza della cultura umanistica, non aveva esitato ad acconsentirvi e a difenderle.
È il 1524, e sono gli ultimi mesi di don Simeone. Dopo di questi, sarà solo Francesco. Del gennaio 1524 è la già citata lettera che il Negri invia al padre perché onori il suo debito con il priorato di Campese.
Convinto dell’ortodossia del Negri è un certo Angelo Vettori, che non esita a scrivergli per darli notizia di un certo Alessio, il cui cognome risulta illeggibile, che dopo le sue «infinite capestrerie» era caduto in disgrazia. La sollecitudine di questo amico, che saluta il Negri come «monacho probo ac eiusdem monasterii portario degnissimo, quam plurimum honorando», può essere causata dal fatto che il benedettino volesse essere messo a conoscenza delle sorti di questo Alessio, che non sarebbe fuori luogo – ma resta soltanto ipotesi – poter indicare come il «D. Alexius ab Edito» che professò con lui il primo marzo 1517 a Polirone, o con «D. Alexius a Padua», che professò a S. Giustina il 3 maggio 150621.
Ma nel frattempo il padre, Cristoforo, era venuto a sapere delle inclinazioni spirituali del figlio religioso, e pertanto mandò l’altro figlio, Girolamo, a sincerarsi della verità dei fatti22. Girolamo Negri, il 18 febbraio 1524, da Padova scriveva al padre il resoconto della sua missione: giunto a Venezia per sbrigare altre faccende, attese il fratello di ritorno al monastero di «Santo Zorzi» con il cellerario; ebbe la possibilità di parlargli mentre lo riaccompagnava per sbrigare alcune faccende in città. Dal colloquio che segue, il fratello non è in grado di cogliere che la frattura nella spiritualità di Francesco è ben più profonda di come la racconta al padre:

[Francesco] dice che la doctrina di Martin è fondata supra la Sacra Scrittura et che cercha se puol averne qualche libro. […] Seguita adunche per questo che essi vogliono andar a trovarlo? Certo che no23.

La vicenda pare conclusa. Ma Francesco affida le sue reali preoccupazioni all’amico Antonio Gardellin, podestà di Rovereto, al quale scrive una lettera, datata 17 maggio 152524, l’anno decisivo per la sua vita. «Sembra ch’egli siasi partito senza la solita licenza de’ suoi superiori; imperciocchè gli scrive, che avendo avuto l’idea di domandar questa al Capitolo Generale, avea mutato opinione, e che più espediente gli sembrava di aspettar»25. Così il Verci.
Una tradizione non sostenuta da fonti documentarie certe, ma solo dalla cultura popolare, è il racconto della fuga dal monastero da parte del Negri per motivi affettivi. Egli infatti avrebbe voluto vendicarsi della donna che aveva amato prima di entrare nel chiostro, ed allora, per gelosia, prossima alle nozze con un altro uomo, egli avrebbe voluto ucciderla; e poi, compiuto l’omicidio, avrebbe preso la via per «l’Alamagna» passando per Trento. Lo sostengono massimamente il Verci26 e il Comba27, ma già il Carrara28, suo primo biografo, escludeva la veridicità di questa storia, perché non suffragata da fonti certe.

Dall’esilio in Germania alla residenza nei Grigioni (1525-1538)

«Christophorus Niger cessat»29. È il 30 ottobre 1525: appena il tempo che la notizia della fuga del figlio dal monastero padovano raggiunga Bassano e si diffonda, e il padre, forse per il dispiacere arrecato dal figlio, muore; gli Atti del Consiglio cittadino ricordano questa data. Intanto, in Germania, scoppiava una grande rivolta che segnava i confini dell’entrata di quel popolo nella modernità; essa nacque dalla crescente oppressione economica, religiosa e giuridica alla quale erano sottoposte le classi più povere da parte dei nobili e del clero.
Francesco non era nuovo agli scontri tra ceti, soprattutto tra quello contadino e quello rappresentato dal potere dominante: nel caso germanico, dalla nobiltà feudale. Quello che possiamo ricostruire della sua vita come esule religionis causa in Germania, lo ricaviamo dalla corrispondenza con il Rosello, dove il Negri lo mette al corrente di quanto ha fatto nei mesi precedenti, ma anche dalla corrispondenza tra Capitone e Zwingli.
Il Carrara scrive che il Negri «si unì in amicizia con Zuinglio, ed entrò in tutti i di lui errori»30; lo Zonta tuttavia, di fronte alla vulgata che lo volle discepolo ed accompagnatore di Zwingli nelle dispute dottrinarie, rimane incerto, soprattutto a causa della carenza – o per meglio dire, dell’inesistenza – di fonti certe31.
Certo è invece che il Negri si trovasse ad Argentina, ovvero a Strasburgo, almeno nel 1530, e si può supporre che avesse raggiunto la città almeno qualche tempo prima. Strasburgo, passata sotto l’autorità del Consiglio cittadino, è la città dove Mathias Zell e Wolfgang Capitone avevano cominciato a predicare la Riforma evangelica, e dove, nel 1523, erano stati raggiunti da Martin Bucero, anch’egli in fuga a causa della scomunica del vescovo di Spira32. Bucero da un lato polemizza con gli anabattisti presenti in città e il loro radicale disimpegno civile, e dall’altro con Erasmo, che accusava le autorità civili di prevaricare quelle religiose.
Il dialogo, altrove difficile, con l’anabattismo, ebbe a Strasburgo una diversa declinazione, potendolo definire una ‘variante locale’ della setta diffusasi ormai a macchia d’olio. La città aveva ospitato diversi profughi anabattisti, i quali avevano trovato alloggio presso la casa del Capitone: tra questi, il Sattler33, lo Schwenckfeld, il Cellarius34.
Nel 1530, durante la dieta di Augusta, fallito il colloquio di Marburgo, Lutero presentò la sua Confessio, detta Augustana, mentre Bucero presentò quella Tetrapolitana – per le città di Strasburgo, Costanza, Memmingen e Lindau – e Zwingli la Fidei ratio, nemmeno presa in considerazione dal sinodo35.
Capitone è fonte di notizie storiche intorno a Francesco Negri, che in questo lustro (1525-1530) complice la sua latitanza, diventano oscure e difficilmente organizzabili. È lui che, nel 1531, poco prima della disfatta di Kappel, raccomanda il bassanese a Zwingli perché possa trovargli una sistemazione per vivere. «Egli possiede – scrive il Capitone – una eccellente istruzione nelle discipline profane e nelle lingue antiche, inoltre ha bene appreso il ministero evangelico»36. Ne loda le capacità e l’operato a favore della Riforma.
Da una successiva lettera di Giovanni Comander a Zwingli, il riformatore svizzero viene a sapere dello spostamento del Negri a Tirano, nei Grigioni, con l’appunto per cui «se mai ne avrà una cattiva riuscita, ritornerà ad Argentina»37. Era l’8 agosto 1531.
In un breve tempo, il Negri era riuscito ad ottenere una raccomandazione per andarsene e tentare la fortuna, mettendo a frutto le sue capacità. Da qui proviene forse la convinzione del Carrara38 che Francesco fosse stato vicino a Zwingli tra il 1529 al 1531, da Marburgo alla battaglia di Kappel. Il Verci39 sostiene che «[il Negri] non credette che vi fosse migliore partito che questo [quello di Zwingli], onde punto non esitò ad unirsi a lui»; dice ancora che il Negri «accompagnò lo Zuinglio nell’anno 1529 alla Conferenza di Marpurgo, maneggiata da Filippo Langravio d’Assia; […] andò ancora in compagnia di molti altri zuingliani alla famosa Dieta di Augusta, già convocata da Carlo V l’anno 1530» e afferma che nella battaglia di Kappel fu presente al fianco di Zwingli. «In questo mentre, Francesco pensò di andare in Argentina, dove disbarazzatosi di alcuni suoi affari premurosi, passò in Chiavenna, nella qual città […] si mise a fare il maestro di Scuola».
Recuperiamo ora la lettera che il Negri scrisse al Rosello, datata 5 agosto 1530: «…sarìa troppo longa storia voler scriver quanto qui, dopo il partir mio d’Italia, mi sia accaduto, neque omnia tuto literis committerentur»40. Così gli scrive, dopo avergli raccontato la difficoltà di reperire nunzi che facciano recapitare lettere a Venezia. E sappiamo che nella «quadragesima prossima passata», sotto mentite spoglie, raggiunse alcune figure di rilievo in diversi luoghi d’Italia: visitò, per certo, Venezia, una «villa nel Veronese presso Lignago», Padova e Brescia. Adducendo come scusa la necessità di sbrigare alcune faccende, parlò a Venezia con pre Alvise Fornasieri da Padova «olim in monachatu chiamato D. Bartolommeo»41: potrebbe trattarsi del «D. Bartholomaeus a Padua» che professò in S. Giustina il 30 novembre 150242.
A Padova parlò con pre Bartolomeo Testa, bassanese, al quale, dice il Negri «lasciai el benefizio mio, che al presente è maestro de casa de Monsignor Stampa»43. Nei pressi di Legnago, nel veronese, parlò «due giorni copiosamente cum pre Marino Gujoto, qui, quondam monachus, dicebatur D. Petrus a Padua»: identificabile con il «D. Petrus a Padua» che professò il 21 aprile 1516 in S. Giustina. A Brescia, con «Vincenzo di Mazi».44.
A loro viene indirizzato il Rosello, qualora voglia sapere di più sulla vita dell’amoco in quegli anni. Il Wenneker riporta il nome di una donna, forse dei Grigioni, con la quale il Negri avrebbe contratto matrimonio in quegli anni, sulla scia della predicazione e della dottrina di Bucero a Strasburgo: Regina Cunegonda Fessi45.
L’ultima testimonianza epistolare di questo periodo è la lettera scritta il 5 gennaio 1538 all’amico sacerdote Bartolomeo Testa, inviata da Chiavenna46. Il Negri informa l’amico della compiuta traduzione, risalente all’anno precedente, dei Commentarii delle cose turche di Giovio, opera intrapresa per vincere l’ozio dei giorni in cui doveva cercare una sistemazione definitiva. Importante invece è il racconto che egli fa del suo mestiere di insegnante di lingue classiche in una scuola privata, lavoro che gli rende il necessario per vivere. In calce, dopo la richiesta all’amico di spedirgli al più presto un volume di cui necessita per le sue lezioni, troviamo che «[…] il socero, la socera, la donna et li figliuoli miei salutano V.S. di core et se raccomandano a Lei, et pregano Dio continuamente che le doni la grazia sua».

Il primo periodo a Chiavenna: dalla scuola di lettere alla prima edizione della Tragedia (1538-1546)

Nella città di Chiavenna, Francesco Negri aveva aperto una scuola privata di lingue classiche, ma accanto a questo lavoro continuava ad adoperarsi affinché la comunità evangelica si legasse con la Chiesa di Zurigo47.
Il 5 giugno 1538, “Cunegonda Fessi del fu Niccolò, da Strasburgo”, nominava Francesco Negri suo procuratore, ovvero lo incaricava di ricevere a suo nome, e disporre liberamente, dei beni in suo possesso48. Presumibilmente con quei beni, la famiglia Negri poteva trasferirsi definitivamente a Chiavenna, e il 2 gennaio 1539, dopo aver aperto la sua scuola e aver assunto il titolo pubblico di «scholarium rector», il Negri affittava una casa da un certo Antonio detto Travaino, da Soglio, in contrada Oltremera. Il contratto di locazione prevedeva, dal primo marzo fino al giorno di san Martino, ovvero l’11 novembre, il pagamento di diciassette fiorini renani, e da quel giorno, per i successivi tre anni, venticinque fiorini di affitto annuo. Dalle ricevute che il Travaino firma al Negri emerge che il maestro di scuola, l’8 febbraio 1541, recede dal contratto di locazione senz’altro onere che la perdita di trentadue fiorini e l’impegno, da parte del Travaino, di non avanzare pretese sugli affitti insoluti49.
Dagli atti si legge anche che la moglie, nel periodo 1539-1540, sarebbe morta di parto e che il Negri avrebbe contratto nuove nozze. Riguardo a queste, non si hanno altre informazioni. La sua nuova casa si trovava in contrada Borgonuovo, cioè a Santa Maria.
Fin qui le informazioni sulla difficile situazione economica del Negri e sul lutto che colpì la sua famiglia. Gli anni Quaranta sono, in Valtellina, il periodo più fecondo per la predicazione degli italiani e per il loro contributo alla diffusione della Riforma predicata da Zwingli, ed ora portata avanti, con migliore qualità e risultati, dal Bullinger, che diventerà riferimento epistolare di molta corrispondenza del Negri.
Gli italiani che intrecciarono la loro vicenda biografica con quella del Negri furono, tra gli altri, il Vergerio, l’Ochino, Lelio Sozzini, Celio Secondo Curione, Camillo Renato e il Mainardi50.
Il Negri nel frattempo, come maestro di scuola, aveva dato alle stampe due opere ad uso dei suoi scolari: le Ovidiane Metamorphoseos Epitome per F. Nigrum Bassianatem collecta51, del 1538, e i Rudimenta grammaticae in quorum tirunculorum usum ex auctoribus collecta52, del 1541.
È questo il periodo più importante per il mondo della Riforma: papa Paolo III Farnese convoca nel il 22 maggio 1542 un concilio, per trovare una soluzione alle questioni teologiche ed ecclesiologiche sollevate dai grandi riformatori. Le divisioni sono tante anche all’interno della compagine protestante, ma la fiducia negli appoggi degli ecclesiastici cattolici inseriti in un movimento riformatore è alta. Il concilio comincerà tre anni dopo, il 13 dicembre 1545, soltanto dopo la stipula della pace di Crépy del 18 settembre 1544, tra Francesco I e l’imperatore Carlo V, a Trento53.
Il Negri, tacciando di «nicodemismo» il comportamento poco intraprendente del cardinale inglese Reginald Pole e di altri prelati ed intellettuali che fino almeno al 1542 avevano militato nel circolo valdesiano, così appunterà nell’introduzione alla seconda edizione della sua Tragedia del Libero arbitrio:

Per il che non posso fare invero ch’io non mi maravigli grandemente del card. Polo d’Inghilterra col suo Priuli et Flaminio, del card. Morone, del sig.r Ascanio Colonna, del s. Camillo Orsino, et de molti altri omini di grandissima autorità sì in lettere, sì in altre dignità mondane, i quali paiono aver fatto una nuova scola d’un cristianesimo ordinato al loro modo, ove essi non niegano la giustificazione dell’uomo essere per Giesù Cristo sì, ma non vogliono admettere le conseguenze, che indi necessariamente ne seguono, perciò che vogliono tuttavia con questo sostenere il papato, vogliono avere le messe, vogliono osservare mille altre papistice superstizioni ed empietà, alla veramente cristiana pietà del tutto contrarie imaginandosi non so in qua modo, che queste cose possino aver convenienza insieme54.

Dall’introduzione dell’opera, rivista e corretta in un periodo più maturo, si evince come il Negri sia diventato un acuto osservatore dei fatti del suo tempo; ma l’edizione del 1546 risulta essere il primo tentativo, da parte dell’ex monaco benedettino, di uscire dall’anonimato e proporsi come voce influente e significativa della Riforma.
La Tragedia è stata stampata per la prima volta nel 1546, e questo fa supporre che il maestro di Chiavenna vi stesse lavorando da molto più tempo; il frontespizio reca impresso il titolo: «TRAGE|DIA DI F^N^B^ | INTITOLATA | LIBERO AR|BITRIO. MDXLVI»; ne seguiva una ristampa per l’anno successivo, immediatamente condannata dalla censura di mons. Giovanni Della Casa. La seconda edizione, sottoscritta questa volta pubblicamente dall’autore, è del 1550: «DELLA TRAGEDIA DI M. FRANCESCO NEGRO BASSANESE INTITOLATA LIBERO ARBITRIO EDITIONE SECONDA CON ACCRESCIMENTO. DELL’ANNO MDL». Del 1558 è l’edizione francese, del 1559 quella latina, ad opera del figlio Giorgio Negri; quella inglese, tradotta ad opera di Henry Cheeke, è del 158955; fu inserito all’Indice, con decreto pontificio, nel 1564.
L’interesse del Negri non fa altro che muoversi attorno ad uno dei capisaldi della predicazione della Riforma, quello del libero arbitrio, già oggetto di dibattito tra Lutero ed Erasmo, di cui si ricorda l’infiammato scontro nelle rispettive opere.
Il Negri così sintetizzò il suo pensiero, unendosi ai due teologi ed umanisti, ai quali poteva – o voleva – ascriversi, componendo un’opera che, nella biblioteca minima della Riforma, costituiva, per i militanti della cultura libraria, un trittico indispensabile:

Il principio teorico che muova la sobria azione drammatica costruita nella sua tragedia e l’inconciliabilità esistente tra la libertà come facoltà personale e la potenza e grazia divine. […] Probabilmente l’autore ha raccolto, durante le fasi della compilazione del testo, influssi diversi da persone appartenenti alla sua cerchia di amicizie, e il risultato [è quello] di una denuncia anonima e ispirata da una coscienza di gruppo nutrita di tematiche esistenziali ed elaborazioni dottrinali. Il testo di quest’opera anticuriale è stato accolto con perplessità…56.

La trama della Tragedia viene presentata dallo stesso autore nell’Incipit dell’opera:

Il Signore Libero arbitrio, figliuolo della signora Ragione & della signora Volontà, Principe della Provincia dell’Operationi humane, se ne viene per il mezzo de Theologi scolastici a stare in Roma: ove fatto dal Papa Christiano Papeo, & appresso etiamdio Re invittissimo, riceve da Sua Santità la corona del Regno delle Buone opere. Dapoi havendo per mezzo del signore Atto elicito suo maestro di casa, meritato d’haver per moglie la signora Gratia de congruo: genera da lei la signora Gratia de condigno. Et così con questa sua famiglia, per longo tempo felicemente nel suo regno vivendo cava di quello per via della gabella per Merito, che v’è sopra, una quantità grandissima di tesoro. Alla fine intesa egli la ribellione dei molti suoi soggetti per lettere di Ferdinando Re, portate dal dottore Ecchio, opera col Papa, che si fa buona provisione a tal disordine. Ma mentre che a ciò si provede, la signora Gratia giustificante, mandata da Dio di cielo in terra, mozza secretamente il capo a esso Re. Et il Papa finalmente scorto per il vero Antichristo, riceve da Dio la sententia d’essere a poco a poco ucciso con la parola divina57.

Ogni personaggio della Tragedia ha una sua collocazione nel sistema dottrinario condiviso dal Negri; egli si serve esso di alcuni termini teologici della scolastica, come Atto elicito, ovvero l’azione che procede liberamente dalla volontà, o come la differenza concettuale e quindi terminologica sulla natura della gratia. Dietro alcuni personaggi della sua messa in scena, si nascondono uomini del suo tempo: il dottor Ecchio non sarebbe altri che il teologo cattolico tedesco Johan Eck, avversario di Lutero.

Il secondo periodo a Chiavenna: i «collegia» veneziani e la seconda edizione della Tragedia (1546-1551)

Questi anni sono per Francesco Negri i più decisivi: sono gli anni durante i quali sia per la produzione letteraria, sia per le relazioni interne alla Chiesa di Chiavenna, sia per la sua maturazione spirituale, dovrà fare delle scelte molto importanti. Entrerà in relazione in quel periodo con i dissidenti Agostino Mainardi, Camillo Renato e Francesco Stancaro.
Agostino Mainardi, espulso dall’ordine agostiniano per decreto del generale, il Seripando, giunse a Chiavenna, dove fu accolto nel 1545 come precettore e pastore, avendo come coadiutore proprio Francesco Negri58.
Nel 1545 si trasferisce a Chiavenna anche l’ex minorita Camillo Renato, alias Paolo Ricci, il quale aprì anch’egli una scuola privata, del tutto simile a quella del Negri; tra i due nacque una profonda amicizia, condivisa in parte anche dal Mainardi, pastore della comunità: da una lettera del Renato al Bullinger emerge che almeno fino al luglio del 1547 tra i tre non era ancora sorto alcun dissenso:

Quod reliquum est, salutant te Augustinus Mainardus, Franciscus Niger, qui abhinc quatridue aegrotat graviter, et omens ad unum fratres quorum nomine salutabis, idque in Domino, collegas tuos et universam ecclesiam Tigurinam59.

Fu negli anni successivi, dal 1548 al 1550 che la comunità di Chiavenna venne sconvolta dall’incertezza dottrinaria: le idee religiose di Camillo Renato andavano ben oltre quell’ortodossia che il Mainardi, come pastore della comunità clavennate, stava cercando in ogni modo di difendere: il Renato negava l’azione della grazia persino nei due sacramenti accettati dalla Riforma, il battesimo e l’eucaristia, e metteva in dubbio la natura divina di Cristo60. Di fronte a queste posizioni, il Mainardi rispose emettendo una Confessione valida per la Chiesa di Chiavenna, in venti articoli, di cui il decimo condannava, senza nominarlo, le proposizioni del Renato.
Sul finire del 1548, giunse in città un altro dissidente italiano, il mantovano Francesco Stancaro, protetto da Giovanni Camander: anch’egli era delle stesse idee del Renato, e anzi, metteva in dubbio la capacità mediatrice di Cristo.
Il Negri era amico del Renato e dello Stancaro, e quando il Mainardi obbligò la popolazione a sottoscrivere la sua Confessione, il bassanese si schierò dalla parte dei due radicali: che il Negri stesse maturando una linea dottrinale più incline all’anabattismo e all’antitrinitarismo verrà confermato dalla sua partecipazione ai «collegia» veneziani, veri e propri sinodi con deliberazioni dottrinarie formali delle sette anabattiste della penisola: nei costituti di Pietro Manelfi leggiamo:

Li convenne d’Italia Ticiano sudetto, Nicola da Treviso, l’abbate Hieronimo Buzzano napolitano et un maestro Antonino suo compagno, et Benedetto da Asolo di Treviso il quale fu iustitiato in Rovigo per tal causa, Iulio da Vincenza moto in Vicenza di sua morte […], il Nero venne da Chiavenna, Francesco bassanese che venne da Chiavenna, et altri da san Gallo da quelle parti dei Grisoni…61.

Nella memoria del prete anconetano, la figura del Negri viene sdoppiata, ma si percepisce che si tratta proprio del bassanese. Questo basta per comprendere verso cosa si fosse orientato Francesco Negri, che nelle parole – e soprattutto nel pensiero – del Mainardi al Bullinger continuava ad essere descritto come «vir facilis», ovvero un ingenuo senza un idea precisa in materia di religione62.
Nel frattempo il Mainardi convocava per il 1550 due sinodi della Rezia, in seguito ai quali lanciò la scomunica su Camillo Renato (che, beninteso, non compare tra i nomi dei partecipanti al «collegium» veneziano di quello stesso anno insieme al Negri); Francesco Stancaro fugge invece in Europa orientale, dove erano già presenti comunità di anabattisti e antitrinitari63.
Quando il Negri fece ritorno a Chiavenna si può immaginare abbia abiurato le dottrine fino a quel momento professate nell’anabattismo, e, come atto di sottomissione alla Confessione del pastore Mainardi, ne pubblicò il testo in appendice alla sua edizione del 1550, ma data alle stampe nel 1551: questa edizione risentiva della presenza di alcuni elementi propri della dottrina di un altro riformatore italiano, conosciuto dal Negri nel 1549 durante una sosta nei Grigioni: era l’ex vescovo di Capodistria, Pier Paolo Vergerio64.
Le altre opere letterarie scritte da Francesco Negri in questo convulso periodo furono: la traduzione in latino dell’Apologia scritta dal Vergerio sulla drammatica morte dell’avvocato cittadellese Francesco Spiera, che reca il titolo Francisci Spierae casum, P. P. Vergeri episcopi iustinopolitani, Apologia, ex italico sermone in latinum conversa; ancora, la composizione di una sorta di agiografia con la quale si esaltava il martirio – e nello stesso tempo si accusava la Chiesa romana e papa Paolo III – del fornaio Fanino Fanini e del fedele Domenico Cabianca da Bassano, impiccati rispettivamente a Faenza e a Ferrara per aver predicato idee luterane: De Fanini Faventini ac Dominici Bassanensis morte, datata 1550.
E una terza e ultima opera, un catechismo con domanda e risposta, rivolto ai fanciulli della comunità clavennate, sempre del 1550, e intitolato Brevissima somma della dottrina christiana recitata da un fanciullo, in domanda e resposta65.

Il silenzio biografico e la morte in Polonia (1550-1563?)

Si può ricostruire l’ultima parte della vita di Francesco Negri grazie alla corrispondenza epistolare che vede citato il bassanese tra il 1551 e il 1566.
Le prime cinque lettere che prenderemo in considerazione sono tutte di Pier Paolo Vergerio, divenuto grande amico del Negri, e di tutte è destinatario Heinrich Bullinger. Sono state scritte tra l’ottobre 1551 e il 2 gennaio 1553, tra Chiavenna e Vicosoprano; due di queste esaltano il bassanese come ottimo traduttore dall’italiano al latino, in un'altra egli compare tra coloro che, in compagnia del vescovo, chiedono di portare i loro saluti al Bullinger: «salutant te Martinengus, Zancus et Niger, imo una omnes symmistas atque totam ecclesiam salutant66». Nell’ultima, il Vergerio confida al Bullinger come in Valtellina tutti coloro che sono insofferenti al dogmatismo e vogliano professare la loro dottrina possano trovare accoglimento, tuttavia è preoccupato per l’estrema liberalità, quasi un’assenza di linee comuni. Coglie l’occasione per indicare il Negri come domicilio per la sua corrispondenza privata: «Si quid scribere volueris, mitte literas Clavennam ad d. Franciscum Nigrum67 ».
Questa insolita vesta di «deposito postale» di alcuni riformatori di passaggio, come il Vergerio, non fa altro che confermare la rilevanza della sua posizione nella realtà sociale dei Grigioni: così il Comander, in una lettera del gennaio 1553 al Bullinger68.
Se al 1555 è datata l’edizione dei Canones grammaticales, ristampa dei Rudimenta del 1541, sappiamo da una prima lettera di Federico de Salis al Bullinger del luglio 1559 del trasferimento del Negri a Tirano, dal 1555 al 1559, mentre dalla postilla di una seconda lettera del novembre dello stesso anno, veniamo a conoscenza del ritorno del bassanese a Chiavenna.
Durante il suo soggiorno a Tirano egli scrisse una lettera, pervenutaci, datata 27 maggio 1556 e indirizzata a Johann Frisius: dopo aver parlato dei suoi problemi di salute, racconta della traduzione latina della sua Tragedia a cui sta lavorando insieme al figlio, Giorgio Negri69.
Johann Wolphius è destinatario invece di un’altra importantissima lettera, necessaria per ricostruire gli ultimi anni di vita di Francesco Negri: l’italiano Francesco Lisimanni fa sapere del ruolo che il bassanese ha assunto nell’ecclesiola italica formatasi nella città polacca di Pinczow: «Franciscus Niger Bassanensis mecum vivit et docet ecclesiolam italica, quae est Pinczoviae70 ». La lettera è datata 1563, l’anno della morte del Negri.
Sappiamo da altre fonti che il bassanese lasciò i Grigioni nel 1562, trasferendosi col figlio Giorgio nella città polacca dove trovavano da tempo asilo molti italiani profughi religionis causa. Divenuto insegnante, forse di Sacre Scritture, diede alle stampe la sua ultima opera, la Ad evangelicam ecclesiam in Polonia renascentem in Psalmum CIII brevissima paraphrasis, insieme alla seconda edizione latina della Tragedia71.
Ed è a Cracovia che morirà nel 1563, di peste, nel tempo in cui stava progettando di rientrare presso la famiglia a Chiavenna: il figlio Giorgio verrà ucciso dieci anni più tardi, dopo aver predicato la dottrina riformata, durante un tumulto di contadini cattolici72; da un documento del 1571 sappiamo che la figlia Maddalena aveva sposato un calzolaio, Giovanni Facio da Domodossola; la figlia di quest’ultimo, Susanna, avuta da un precedente matrimonio, sarebbe andata in sposa al secondo figlio maschio del Negri, Francesco73, «ludi preceptoris litterarii».
Terminiamo con due lettere di Girolamo Zanchi, succeduto al Manardi nel 1563, dopo la sua morte, e recanti le date 7 maggio 1564 e 7 ottobre 1566, destinate a Heinrich Bullinger74. Egli conferma la morte del Negri e si premura di dare qualche notizia sulle sorti del figlio Giorgio.

Opere

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Link

Nota bene

La voce riprende la ricerca dell'autore nel saggio Francesco Negri da Bassano. Aggiornamenti bio-bibliografici e nuovi percorsi di ricerca sul monaco benedettino passato alla Riforma, in "Protestantesimo", 71, fasc. IV, 2016, pp. 359-383.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]