Vialardi, Francesco Maria

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Francesco Maria Vialardi (nato a Vercelli, poco prima del 1540 – morto a Roma, nel 1613 o, al più, nel 1614), fu agente, informatore politico e letterato.

Cenni biografici

Probabile figlio naturale di Francesco Vialardi di Villanova, attese agli studi umanistici tra Mondovì e Torino e dette avvio alla sua attività di agente e scrittore politico nel 1569, maturando relazioni internazionali, competenze linguistiche, esperienze diplomatiche tra Spagna, Boemia, Terrasanta, Ungheria, Paesi Bassi, Austria e Francia. Il suo primo importante committente, a partire dal 1575, risulta l’arciduca Ernesto d’Austria (1553-1595), secondogenito dell’imperatore Massimiliano II d’Asburgo (1527-1576). Nel 1576, fu a Savona, ospite di Giulio e Ambrogio Salinero, e l’anno successivo entrò nell’Accademia degli Accesi. Nel 1578, a Torino, assistette agli onori tributati alla Sindone (trasportata in città da Chambéry) e conobbe Torquato Tasso. Vi ritornò l’anno seguente, rimanendovi fino al 1580, ospite dell’ammiraglio Provana e del conte Crivelli, e ritrovandovi Giovanni Battista Guarini, con il quale era entrato in rapporti nel 1570, presso la corte di Savoia.
Tra il 1581 e il 1582, Vialardi lavora per gli Asburgo: indaga, tra Torino e i territori dell’Impero, su un furto di gioielli di enorme valore subìto dall’infanta di Spagna. A Torino, fa ritorno nel 1582, coniugando, come sempre, l’attività di commentatore politico all’esercizio letterario. Lo impegna soprattutto la preparazione dell’opera sua di maggior successo editoriale (Della famosissima Compagnia della Lesina), un testo che, «interamente giocato sulla satira della taccagneria, con molti rimandi culinari e di vita privata ed un rimarchevole dizionario gastronomico», raccoglie gli statuti umoristici di una immaginaria accademia di spilorci1. Nel 1589, su incarico dei Cybo, Vialardi si sposta da Genova a Firenze, dove entra a far parte dell’Accademia fiorentina; si inserisce nel circuito di intellettuali che fa capo al conte Giovanni Bardi del Vernio; conosce il liutista Vincenzo Galilei, padre dello scienziato, e ottiene nuove committenze. Il suo primo avviso al duca Vincenzo I Gonzaga risale al 17 settembre 1589; il primo al granduca Ferdinando I de’ Medici è datato 17 maggio 1590. Il piemontese tiene orgogliosamente a distinguersi dai comuni menanti: acquisisce informazioni di prima mano da remoti distretti europei; fatto ciò, le filtra e le combina fra loro, allegando ai suoi dispacci, redatti spesso sotto pseudonimi, lunghi e perspicaci commenti a quanto si agita sulla scena politica internazionale. Di lui, il benedettino Angelo Grillo, suo amico e corrispondente, scrisse: «sa trovar gli uomini fuor del mappamondo, et spia quel, che si fa nel globo della luna»2. Francesco Maria non pianse il disastro dell’Armada di Filippo II, nel 1588. Al cospetto, dell’ultima fase delle guerre civili francesi, parteggia per Enrico di Navarra, acclamato sul trono dei Capetingi dopo l’assassinio di Enrico III di Valois (I agosto 1589) e fronteggiato dalla Lega cattolica. Netta è la sua avversione alle ambizioni egemoniche continentali del monarca iberico; altrettanto decisa è la sua ostilità ai disegni del duca di Savoia. Siffatti orientamenti, espressi con arrischiata libertà di linguaggio, gli attirarono inimicizie e sospetti, prodromi per lui di una grama vicenda giudiziaria dinanzi al Sant’Uffizio. Nel novembre del 1590, Vialardi si recò a Roma, richiestone dal cardinale Giovanni Antonio Facchinetti de Nuce (poi papa Innocenzo IX), desideroso di farsi un concetto delle «cose di Francia», mentre era in corso il conclave che si sarebbe concluso il 5 dicembre, con l’elezione di Gregorio XIV. Non è noto con quale calcolo il non certo sprovveduto vercellese si arrischiò a compiere un viaggio nell’Urbe per abboccarsi con un porporato legato ai Farnese, alla Spagna e alla Lega, tenendosi pronto a sottrarsi – come effettivamente riuscì a fare di giustezza – agli agenti dell’ambasciatore iberico, non senza però mobilitare ulteriori dubbi sul suo conto. Tornato a Genova (ai primi di febbraio del 1591), venne informato dai Cybo che l’Inquisizione era sulle sue tracce. Subìta la perquisizione del domicilio e il sequestro delle scritture, Francesco Maria – facendo conto sulla protezione dei suoi committenti (il duca di Mantova, il granduca di Toscana, i Cybo e il luogotenente d’Ungheria Ernesto d’Austria) – si presentò spontaneamente dinanzi all’arcivescovo genovese, imbastendo le proprie difese. All’inizio del 1592, fu convocato a forza a Roma dinanzi al Sant’Uffizio e il 6 maggio venne condotto in carcere, subendo un primo interrogatorio solo un anno dopo. Nel 1594, la testimonianza di Giordano Bruno – anch’egli, come noto, sotto processo –, aggravò la sua posizione. Il nolano lo accusò di empietà e di aver pronunciato «parole horrende contro Dio, la religione, e la Chiesa»3 ma, contrariamente a quanto poté temere, Vialardi non subì alcuna contestazione da parte degli inquirenti, i quali si limitarono trattenerlo in cella, lontano dall’arena politica, sino all’agosto del 1595, ovvero alla vigilia della ribenedizione di Enrico IV di Borbone (17 settembre), quando lo prosciolsero da ogni addebito, trattenendolo in carcere altri 22 mesi solo in ragione del suo rifiuto di pagare il conto pari a 300 scudi presentatogli per le spese del suo mantenimento. Francesco Maria lasciò la prigione nel giugno del 1597: Clemente VIII provvide personalmente a condonargli l’intera somma e i cardinali del Sant’Uffizio gli conferirono addirittura 50 scudi, a titolo di indennizzo. Da questo momento in poi, il vercellese, che aveva potenti amici in curia, non sembra essersi più allontanato dalla capitale pontificia, se non per un soggiorno nel granducato di Toscana, tra la fine del 1597 e il settembre del 1598, nelle vesti di istitutore di Cosimo II. Sebbene fosse stato assente per un quinquennio dalla scena politica, Vialardi conservò intatta la sua rete di confidenti e riallacciò senza difficoltà i propri antichi rapporti di servizio. Sappiamo che prolungò quelli con il duca di Mantova di altri quindici anni (1597-1612) e quelli con il granduca di Toscana di ulteriori dodici. Già nel luglio del 1597, aveva in serbo notizie polacche e ottomane per Vincenzo Gonzaga e Ferdinando de’ Medici, all’epoca al fianco dell’esercito imperiale contro i turchi; parimenti, era in grado di relazionare il duca di Urbino su quanto accadeva in Transilvania, né gli mancavano news della corte francese e dettagliate informazioni sulle imprese dei corsari sulle coste del Mediterraneo. Lo scrittore, ancora una volta, non si limita a fornire ragguagli di cronaca e affilati commenti agli accadimenti. Egli aggiorna i propri aristocratici corrispondenti sugli sviluppi di situazioni intricate; soppesa da par suo le strategie degli avversari; esamina con acume le loro possibili mosse future. Al contempo, i suoi orientamenti politici si manifestano in modo vistoso, allorché, nel 1598, si spende a favore della salvaguardia dei ritrovati sentimenti di “maternità spirituale” della Santa Sede verso la Francia, sua “figlia prediletta”, e si premura di smussare i rinati sospetti su Enrico IV suscitati dall’editto di Nantes.
Nel 1600, Vialardi entrò fra i primi nell’Accademia degli Umoristi4., inaugurando un decennio letterariamente fecondo, contrassegnato dalla produzione di una serie pamphlet politici, nei quali spicca un realismo acuto e maturo5. Terminato quest’ultimo, la parabola biografica del vercellese si avviò a una mesta conclusione. Nel 1610, già turbato dalla morte di Ferdinando de’ Medici, avvenuta nel febbraio del 1609, Francesco Maria venne raggiunto dalla notizia dell’assassinio di Enrico IV (14 maggio 1610), l’antico suo riferimento politico6. Due anni più tardi, sempre a febbraio, scomparve Vincenzo I Gonzaga e, a seguire, il nuovo signore di Mantova, come già quello della Toscana, gli preferì altre penne. Il piemontese servì per ultimo il cardinale Maffeo Barberini, il quale, apprezzandone la vena di scrittore, si valse di lui dal 1605 a 1613. Nello stesso 1613, Vialardi pubblicò la sua ultima Historia7, mettendo a frutto la mole di fonti d’archivio messegli a disposizione dai Cybo nel corso di tanti anni. Era il suo commiato a quel casato che gli aveva offerto riguardi e protezione. Firmati, anonimi o sotto pseudonimi, i dispacci di Vialardi si annidano negli archivi e biblioteche di buona parte del continente europeo.

Fonti e bibliografia

  • Angelo Grillo, Delle lettere […], appresso Gio. Battista Ciotti, in Venetia 1604, vol. [I], p. 549; vol. II, per Evangelista Deuchino, in Venetia 1616, p. 217.
  • Luigi Firpo, In margine al processo di Giordano Bruno. Francesco Maria Vialardi, in «Rivista storica italiana», 68 (1956), pp. 325-364.
  • Luigi Firpo, Il processo di Giordano Bruno, a cura di D. Quaglioni, Salerno Editrice, Roma 1993, ad indicem.
  • Stefano Guazzo, Lettere, presso Barezzo Barezzi, in Vinegia 1592, pp. 382-383 (S. Guazzo a F. M. Vialardi. 29 gennaio 1589); 455-456 (23 gennaio 1589).
  • Francesco S. Minervini, Curiosità epistolari tardo-rinascimentali: su alcune lettere a Francesco Maria Vialardi (Guarini Guazzo Manfredi Marino), in Roma, Napoli e altri viaggi. Per Mauro de Nichilo, a cura di D. Canfora – C. Corfiati, Cacucci Editore, Bari 2017, pp. 307-314.
  • Eileen Reeves, Evening News. Optics, Astronomy, and Journalism in Early Modern Europe, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 2014, pp. 103-105.
  • Tomaso Vialardi di Sandigliano, Un cortigiano e letterato piemontese del Cinquecento: Francesco Maria Vialardi, in «Studi piemontesi», XXXIV (2005), pp. 299-312.
  • Bonifacio Vannozzi, Delle lettere miscellanee […], appresso Gio. Battista Ciotti sanese all'Aurora, in Venetia 1606, pp. 22-23, 54, 63-64.
  • Francesco Maria Vialardi, Della famosissima Compagnia della Lesina dialogo, capitoli, e ragionamenti […], appresso li heredi di Perin libraro, ad instanza di Barezzo Barezzi libraro in Venetia, in Vicenza 1589.
  • Francesco Maria Vialardi, Lezzione recitata dal c. Francesco Maria Vialardi gentil’huomo del ser.mo principe Ernesto arciduca d'Austria nell’Accademia publica fiorentina nel consolato di Giovanni Mazzei, appresso Girolamo Bartoli, in Genova 1590.
  • Francesco Maria Vialardi, Tumulo, o Inscrizione alla sepoltura del gloriosissimo e christianissimo Enrico IV re di Francia, et di Navarra. Nel quale sommariamente si descrive tutta la vita, et attioni reali di Sua Maiesta Christianissima, cavato dal francese […], e dato in luce in memoria d'un tanto heroe, ad instantia d'Iseppo Marcello, in Venetia 1610.
  • Francesco Maria Vialardi, Historia delle vite de sommi pontefici Innocenzio ottavo, Bonifazio nono, et del cardinale Innocentio Cybo […]. Al serenissimo prencipe Maurizio di Savoia cardinale di santa Chiesa, appresso i Sessa, in Venezia 1613.

Article written by Gennaro Cassiani | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]