Mannarino, Francesco

Francesco Mannarino è un cristiano rinnegato di Palermo, processato dall’Inquisizione in Sicilia nel 1609. Fin da bambino, insieme al padre, si dedica alla pesca nel quartiere marinaro di Sant’Erasmo, a Palermo. All’età di 13 anni circa viene catturato in una delle frequenti rappresaglie corsare che colpiscono le coste siciliane e viene portato a Biserta dove viene venduto come schiavo al rais di una nave corsara. In nave, come spesso succede in questi casi, Mannarino viene costretto dal suo nuovo padrone a rinnegare la fede cristiana per l’Islam. Tuttavia, la conversione non gli risparmia i maltrattamenti inflitti dal rais ai suoi schiavi: durissimo lavoro, frustate, percosse e punizioni. Francesco insieme a tutti gli altri schiavi è costretto a sopportare atroci sofferenze.
Un giorno, di fronte all’ennesima punizione, l’equipaggio si ammutina, uccide il rais e fa rotta verso Venezia. Qui, Francesco e i compagni vendono la nave e si spartiscono il ricavato.
Durante la sua permanenza a Venezia, Francesco si presenta presso il tribunale dell’Inquisizione per confessare di essere stato costretto a rinnegare la fede a suon di percosse. In questi casi, l’Inquisizione concede l’assoluzione in forza dell’antico precetto prima caritas in suis, essendo l’imputato sottoposto a un reale ed imminente pericolo di vita. Così, con la sua quota della vendita e la sentenza di assoluzione, Francesco può tornare a Palermo.
Rientrato in città, si ricongiunge con il padre, il quale lo esorta a presentarsi al Sant’Uffizio, pur essendo in possesso dell’assoluzione veneziana. Tutti coloro che provengono dalla Berberia infatti, devono passare al vaglio degli inquisitori spagnoli per dimostrare la propria buona fede. Così, nel 1609, all’età di 22 anni, Francesco Mannarino si reca presso il Palazzo Chiaromonte Steri, sede dell’Inquisizione in Sicilia, in presenza degli inquisitori Domingo Llanes, Fernando Matienzo e Estevan de Torreçilla. Purtroppo, per il suo caso, c’è un aggravante: prima che egli si presentasse presso il tribunale di Palermo, due delatori l’hanno già accusato di aver sostenuto che in Berberia si vive meglio che in terra cristiana. A questi si aggiunge un altro testimone, il quale afferma che Francesco voleva convincerlo a fuggire in Berberia su una nave siciliana. Francesco riesce facilmente a far cadere le accuse a suo sfavore, poiché dimostra che i tre delatori sono tre uomini con la mala fama di essere ladri, pertanto le loro accuse non hanno peso. I tre delatori, infatti, gli avevano rubato parte del ricavato derivante dalla vendita della nave corsara a Venezia. Ma gli accertamenti richiedono tempo e Francesco rimane nelle carceri del palazzo in attesa della conclusione della sua causa.
In cella, come tanti altri detenuti, Francesco inganna il tempo scrivendo e disegnando sulle pareti. Il suo nome, infatti, è oggi visibile a caratteri cubitali in una delle celle del piano terra del Palazzo Chiaromonte. Probabilmente, è l’autore della grande battaglia navale posta proprio sotto il suo nome la cui impostazione grafica con le navi turche da un lato e quelle cristiane al centro, lascia supporre che l’autore abbia voluto rappresentare la battaglia di Lepanto del 1571, quando la flotta della Lega Santa vince su quella Ottomana. Durante la sua esperienza in nave, Francesco ha di certo sentito parlare della battaglia, essendo essa largamente nota negli ambienti marinari.
Il 13 giugno 1610, Francesco viene assolto ad cautelam nell’autodafé celebrato all’interno del palazzo Chiaromonte Steri: qui Francesco ascolta una messa, legge l’abiura dai propri errori e poi, finalmente, torna a casa.

Riferimenti archivistici

  • Archivo Histórico Nacional de Madrid, Inquisición Sicilia, libro 900, f. 139 v.
  • Archivo Histórico Nacional de Madrid, Inquisición Sicilia, libro 899, f. 390 v.

Bibliografia

  • Maria Sofia Messana, Il Santo Officio dell’Inquisizione. Sicilia 1500-1781, Istituto Poligrafico Europeo, Palermo 2012, pp. 52-55.

Article written by Valeria La Motta | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]