Bozio, Francesco

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Francesco Bozio (Gubbio, 1562 circa – Roma, 4 aprile 1643), membro della Congregazione dell’Oratorio, è stato tra i primi collaboratori di Cesare Baronio durante il processo redazionale degli Annales Ecclesiastici e ha pubblicato a suo nome il trattato De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione (Roma 1601), elaborato contro «impios politicos et haereticos» e assai affine alla trattatistica del più noto fratello Tommaso, teologo e teorico dell’ordine ecclesiastico, di cui ha poi curato l’edizione postuma degli Annales antiquitatum (Roma 1637), interrotti al primo tomo.

Biografia

Fratello minore di Tommaso Bozio (forma latinizzata di Bozzi), Francesco nacque a Gubbio in data incerta, ma da collocarsi tra la fine del 1562 e il principio del 1563, da Onofrio – proveniente da una nobile famiglia corsa trasferitasi in Umbria agli inizi del secolo – e da Drusiana Semarchia. Fin dall’adolescenza manifestò la sua inclinazione per gli studi storici, filosofici e letterari e intorno ai primi di novembre del 1575 fu affidato da suo padre al fratello maggiore, che nel 1567 si era laureato a Perugia in utroque e poi si era trasferito a Roma per intraprendervi la professione forense; la frequentazione dell’Oratorio gli fece però cambiare idea e il 1° ottobre 1571 Tommaso entrò a far parte stabilmente della comunità filippina di S. Giovanni dei Fiorentini, prendendo l’anno seguente gli ordini sacri. Fu così che Francesco, al seguito del fratello e non ancora tredicenne, fece la conoscenza di Filippo Neri, al quale fu subito molto caro, «e lui mi mise nella Congregatione de l’Oratorio, l’anno santo di papa Gregorio 13»1.
Fu tra i primi allievi della scuola di diritto deputata alla formazione dei giovani che frequentavano la Congregazione, di cui si era fatto direttamente promotore il fratello Tommaso, tutto dedito a quel tempo all’apostolato religioso, alla vita filippina, ai sermoni dell’Oratorio, alle letture spirituali e teologiche. La partecipazione di Francesco Bozio, fin da giovanissimo, alle pratiche religiose dei padri oratoriani, si tradusse anche in un legame assai stretto con Filippo Neri, di cui fu penitente per molti anni. Le notevoli competenze acquisite nel campo della storia sacra e dell’erudizione ecclesiastica indussero poi Cesare Baronio a coinvolgerlo nella revisione degli Annales Ecclesiastici, di cui si attendeva da tempo la stampa del primo volume2.
In seguito all’istituzione dell’Oratorio napoletano nel biennio 1584-86, il giovane Bozio lasciò Roma per Napoli, ove si unì a Francesco Maria Tarugi, rettore della casa, Antonio Talpa e Giovenale Ancina, costituendo con essi – e con l’esuberante nizzardo Tommaso Galletti – il primo gruppo di residenti filippini3. Concluso a Napoli il periodo di noviziato, ‘Franceschino’ – come amava chiamarlo padre Filippo – fu ordinato sacerdote nel 1588, ma già l’anno seguente «per le soverchie fatiche cadde infermo». Tale circostanza provocò la pronta reazione dei padri romani, affidata il 10 marzo del 1589 alla penna esperta di Nicolò Gigli (segretario della comunità filippina e tra i primi ordinatori dell’archivio della Congregazione), i quali esortarono il rettore Tarugi «a sgravarlo quanto più fosse possibile»4.
L’intenso lavoro apostolico condotto a Napoli dai padri dell’Oratorio, specialmente da Tarugi, Talpa, Ancina e Francesco Bozio, contribuì a creare un clima di generale apprezzamento della neocostituita comunità, che si espresse in manifestazioni di stima e di sincera riconoscenza da parte del clero locale e della popolazione. Si giunse perfino a caldeggiare l’elezione di Tarugi alla guida episcopale della città, «sommamente» desiderata anche dal cardinale Valier, raffinato autore del Dialogo della gioia cristiana sulla spiritualità filippina, ma tale aspirazione era destinata a rimanere un sogno perché sgradito agli spagnoli e le motivazioni, a dire del Baronio, potevano essere le seguenti: «che sia vassallo del granduca di Toschana, vi si pol aggiungere che hebbi gran seguito del popolo, et sia atto in un punto a mover gli animi de tutti. Né vi mancò chi disse, quando fu levato da Napoli, che tal causa fusse per raggion (come dicono) di Stato»5. Eletto arcivescovo di Avignone il 9 dicembre 1592, Tarugi rientrò tempestivamente nella comunità romana, lasciando il rettorato napoletano nelle mani di padre Talpa, che lo mantenne fino alla morte. Quanto a Francesco Bozio, era stato invitato a fare ritorno a Roma già durante il mese di ottobre del 1591 e «nel dicembre dell’istesso anno cominciò ivi a ragionare nell’Oratorio con gran sodisfattione degli ascoltanti»6.
Quando il 22 luglio 1593, in seguito alla rinuncia del Neri, Baronio fu eletto preposito generale, l’incarico di stendere la relazione della sua nomina fu conferito al minore dei Bozio, che a buon diritto poteva considerarsi, al pari del fratello Tommaso, assai stimato all’interno della Congregazione e fuori7. Assorbito oltremisura dalle occupazioni della casa e dai consueti sermoni dell’Oratorio, fu confessore apprezzato e assai richiesto, ragion per cui non si poteva più impegnarlo in altri uffici: «il P. Francesco è tanto occupato alle confessioni che è impossibile da quelle distoglierlo»8. Tra i suoi penitenti vi furono anche personalità di particolare rilievo curiale come il cardinale Francesco Paolucci, assai vicino al Baronio e membro della Congregazione del Sant’Uffizio, e il domenicano Giacomo Ricci, assiduo frequentatore dei padri della Vallicella, il cui nome è in buona parte legato alle azioni intraprese come segretario della Congregazione dell’Indice e all’ampliamento della fortunata biografia di Filippo Neri pubblicata nel 1622 dall’aretino Pietro Giacomo Bacci, che superò il centinaio di edizioni e apparve anche in forma di compendio e in traduzione latina9.
La Vita di S. Filippo Neri riedita nel 1672 a cura di Giacomo Ricci, finanziata come la princeps dalla Congregazione per promuovere il suo fondatore e «accresciuta di molti fatti e detti dell’istesso Santo», presentava in appendice una raccolta di biografie dal titolo Breve notizia di alcuni compagni di S. Filippo, comprendente nell’ordine quelle dedicate ai padri Giovenale Ancina, Francesco Maria Tarugi, Cesare Baronio, Angelo Velli, Flaminio Ricci, Pietro Consolini, Alessandro Fedeli, Tommaso e Francesco Bozio, Giulio Savioli, Antonio Gallonio, Giovanni Matteo Ancina, Agostino Manni e Nicolò Gigli, con un capitolo conclusivo riservato ai più virtuosi tra i «fratelli laici contemporanei di S. Filippo». Dipendente in gran parte da un’opera pionieristica come Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio, rimasta poi inedita in tre volumi in Vallicelliana, di cui Paolo Aringhi fu raccoglitore, curatore e soltanto per alcune di esse anche autore10, l’«aggiunta» del domenicano Ricci – e in particolare la stessa vita di Francesco Bozio – servì in seguito da fonte all’oratoriano Giovanni Marciano11.
In considerazione delle sue riconosciute competenze e della larga erudizione, Francesco Bozio ricoprì l’ufficio triennale di bibliotecario vallicelliano dal 20 maggio 1602 al 3 maggio 1605, coadiuvato da Angelo Saluzzi, succedendo al vecchio amico Tommaso Galletti (10 maggio 1599 – 20 maggio 1602), che il 15 novembre 1602 fu però espulso dalla Congregazione per le sue continue intemperanze12. La dedizione alla vita della Congregazione è documentata anche dalla sua presenza, nel corso di più trienni, ai vertici dell’Oratorio: nel 1611 e poi ancora nel 1626 e nel 1635 figura infatti tra i quattro padri deputati che avevano il compito di supportare il preposito nel governo della comunità filippina. Al processo di canonizzazione di Filippo Neri depose il 19 settembre 1595 e l’ultima volta quindici anni più tardi13. Dopo la morte del fratello Tommaso, avvenuta nel volgere di un paio di giorni il 10 marzo del 1610, cercò di riordinare il vastissimo materiale da lui lasciato manoscritto e solo parzialmente riconducibile alle indagini storiche compiute ai tempi della sua collaborazione con Baronio. Va sottolineato particolarmente il lavoro condotto sui dieci volumi di Annales antiquitatum, e ricordato da Giammaria Mazzuchelli negli Scrittori d’Italia, di cui Francesco riuscì a revisionare e pubblicare nel 1637 un solo tomo, mentre i rimanenti rimasero manoscritti in Vallicelliana insieme a una ricca serie di scritti miscellanei di carattere giuridico, storico, teologico, agiografico e spirituale, solo in minima parte elencati dal fratello a conclusione della sua Vita di Tommaso Bozio, che precede la prefazione all’opera14.
Il 4 aprile 1643, in seguito a una occlusione da volvolo, morì nella sua stanza alla Vallicella «mentre i Padri assistevano al suo transito», durato «poche hore»15. L’alto profilo raggiunto da Francesco Bozio nelle scienze sacre e nell’erudizione ecclesiastica passò spesso in secondo piano e anche all’interno della Congregazione – con mirato disinteresse per l’attività intellettuale svolta lungo tutto l’arco di una vita – si preferì ammirarlo essenzialmente per le virtù cristiane, quale riflesso evidente dell’insegnamento ‘eroico’ del Padre, come attesta del resto il suo necrologio, trascritto un secolo dopo da Pier Luigi Galletti:

1643. 4 apr. † P. Franciscus Bozzius Eugubinus morum simplicitate ac suavitate spectabilis duodennis in s. Philippi fidem se contulit mox eodem iubente in congregationem vocatus et ascriptus ad ultimam usque diem laudabiliter vixit. Demun ecclesiasticis sacramentis summa cum alacritate susceptis dierum ac bonae spei plenus migravit e vita anno aetatis suae 80, ab ingressu congregationis 68 postremus omnium sacerdotum qui cum s. Philippo vixerunt. VIII.16.

Il contributo agli Annales di Baronio

Favorevolmente impressionato dalle specifiche attitudini di Francesco Bozio nel campo dell’erudizione ecclesiastica, Baronio pensò bene di servirsene per il lavoro redazionale degli Annales, analogamente a quanto già faceva suo fratello Tommaso per effetto di un decreto della Congregazione dell’Oratorio datato 8 marzo 1582. La stampa del primo volume, più volte annunciata e poi rimandata, fu finalmente iniziata l’8 giugno 1587 dalla Tipografia Vaticana, dandone la concessione allo stampatore Domenico Basa («qual ha havuto da Sua Santità la stampa publica»), che ebbe a disposizione complessivamente sei torchi. Per venire incontro alle esigenze del Baronio, era stato previsto anche un correttore di bozze. Ai fini della redazione dell’indice, lo storico sorano aveva pensato in un primo momento di affidarne la stesura a Francesco Bozio e a Tommaso Galletti: «Hor perché stampato sia il volume, bisogna havere in ordine l’indice fatto; perché io non vi posso attendere, vorrei dare questa fatiga al nostro m. Tomaso Galletti e m. Francesco Bozio che vi attendessero»17. Ma di lì a poco li rilevò Camillo Severini, che in breve tempo portò a termine una stesura provvisoria che non dispiacque al Baronio; questi decise tuttavia di affidare ad altri la responsabilità del lavoro, a causa dell’alone di persistente diffidenza che gravava ancora sull’imprudente filippino, già deferito al Sant’Uffizio e poi condannato per errori teologici, infine definitivamente espulso dalla Congregazione18.
Quando poi Francesco Bozio passò da Roma alla comunità napoletana, si alternò con l’Ancina, Galletti e Severini nella revisione dei testi manoscritti e delle bozze di stampa, ma alle correzioni di Bozio e di altri, Baronio preferiva sempre quelle «del severo p. Giuvenale»19. Nonostante le sue continue doglianze, lo storico sorano poteva dunque contare su una discreta rete di collaborazioni interna all’Oratorio, in particolare a Napoli, dove si era costituito un parallelo laboratorio di ricerca e revisione letteraria dei testi coordinato da Antonio Talpa, con apporti occasionali dello stesso Tarugi. Ai padri napoletani si devono insistenti pressioni affinché si inserisse negli Annales, e con il dovuto rilievo, il martirio di s. Gennaro, forse perché sollecitati dai deputati del Tesoro del Santo. Baronio si sentì perciò in dovere di inviare subito a padre Talpa quanto aveva già scritto su s. Gennaro, invitandolo ad «aggiungere o minuir cosa alcuna»20. Il confratello gli fece pervenire dopo qualche giorno le integrazioni migliorative ritenute più opportune, a cui diede un valido contributo critico anche Francesco Bozio: «Ho fatto quanto del R. P. Giuvenale [Ancina] dal R. P. Francesco è stato avertito, alli quali tutti renderete molte gratie da mia parte. A quel che ha aggionto il R. P. Francesco di s. Gennaro, doppo quelle sue parole (quasi vicino “illius laetetur affectu”) mi è parso aggiongervi queste parole: “martyrii corona decori, et fontem unde manavit intelligens, ei recurrere, unde fluxit, exoptet; illudque iterum animare festinans, morae resurrectionis impatiens”»21. In ogni caso, il lavoro editoriale di Francesco Bozio risultava prezioso e sempre puntuale: «Mando la prefatione ad Lectorem secondo il tomo da V. R. datomi. L’ha revista il p. Francesco»22].
Dopo la morte del Baronio, avvenuta il 30 giugno 1607, nella congregazione generale del 2 gennaio 1608 si deliberò di continuare la stesura e la stampa degli Annales a nome dell’Oratorio, dispensando Tommaso Bozio dal prendere parte all’impresa, per non compromettere l’ampio lavoro che stava conducendo sugli Annales antiquitatum, e affidando la compilazione dei testi al fratello Francesco, a Giovanni Matteo Ancina e a Pietro Consolini. In particolare, Francesco Bozio doveva farsi carico in prima persona anche dei ‘ragionamenti’ filippini a tema storico, considerati propedeutici all’elaborazione storiografica strutturata sulle fonti, emulando in tal modo il magister Baronio. Tuttavia, dell’iniziativa non se ne fece poi nulla e il compito di continuare gli Annales, dopo l’infruttuoso tentativo di Cesare Becilli, fu assegnato a Odorico Rinaldi, forse già a partire dal 1636.

Che si seguitino a comporre gli Annali Ecclesiastici cominciati dalla buona memoria del signor Cardinale Baronio, et si stampino in nome della Congregatione. Poiché nessuno soggetto particolare di essa Congregatione si giudica possi attendere a questa impresa esattamente per se stesso, come ricerca l’opera, eccetto il Padre Tommaso Bozzi, quale nondimeno per attendere alle altre sue compositioni et in specie dell’Istoria Ecclesiastica ab origine Mundi, non haverebbe tempo per l’un et l’altra. Si determinò, che sei, o otto soggetti che saranno stimati più atti, trovino in diversi Autori che si saranno assegnati, la materia per l’opera: et che Messer Giovanni Matteo Ancina, padre Francesco Bozzi et padre Pietro Consolini la disegnino, et la stendano, trovandosi perciò insieme una volta la settimana, et di più. Che il padre Francesco Bozzi ragioni all’Oratorio l’istessa materia che si ha da trattare negli Annali, come faceva la buona memoria del padre Cardinale Baronio.23.

Opere

Nel 1601 l’editore Luigi Zanetti fece uscire a nome di Francesco Bozio il primo tomo («pars prima») dell’ambizioso trattato De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione, dedicato a Clemente VIII e inizialmente previsto in tre parti, che appare legato a doppio filo alla precedente produzione di Tommaso Bozio «adversus Macchiavellum» e «adversus impios politicos»24. L’anno seguente l’autore, seguendo una consuetudine che fu già del fratello, autorizzò una ristampa tedesca a cura di Johann Gymnich IV – editore, tra gli altri, anche del Baronio e di Antonio Gallonio – contenente un esplicito riferimento ai suoi avversari politici, bollati nell’intitolazione come «impios politicos et haereticos», il che faceva pensare ancora di più a una ripresa della linea polemica seguita da Tommaso Bozio25.
Senza mai citare le opere del fratello, ma con un paio di riferimenti agli Annales del Baronio, Francesco Bozio intende difendere la giurisdizione temporale della Chiesa sul duplice piano storico e giuridico. Al pontefice romano spetta la regia potestas, che di fatto viene estesa anche al sacerdozio sul fondamento di s. Paolo, dei Padri e della teologia romana. Agli ecclesiastici deriva pertanto il potere, per diritto divino e naturale, di intervenire nella sfera temporale, essendo il loro rango più elevato «super laicos et seculares» e potendosi legittimamente affermare che «sacerdoti imperium iure naturae super omnia debitum est»26. Tale postulato serve all’autore per ribadire l’idea di fondo del trattato: «ecclesiasticam potestatem per sacerdotium, et regnum divino revelato, et naturali iure esse omnino super secularem»27.
La conclusione a cui giunge lo scrittore filippino appare inevitabilmente scontata: la Chiesa romana costituisce la suprema autorità temporale nel regno terreno. Tesi, questa, che colloca Francesco sulla medesima linea dottrinale di Tommaso Bozio, autore di un’ampia quanto prolissa trattatistica data alle stampe con grande tempestività negli anni in cui si dibatteva la controversa questione della riconciliazione di Enrico IV con la Curia romana. In questo particolare momento storico il partito ‘spagnolo’ – che aveva nell’autorevole canonista Francisco Peña il suo leader indiscusso – intraprese una ‘crociata’ antienriciana senza precedenti, a cui si associò una ripresa in grande stile della polemica contro Machiavelli e il machiavellismo, allargata non a caso ai politiques e agli ugonotti, fino a comprendere in un’unica condanna anche gli atei e gli eretici, come aveva suggerito nel 1552, con largo anticipo, il domenicano Ambrogio Catarino Politi nella severa censura del capitolo XVIII del Principe («Quam execrandi Macchiavelli discursus et institutio sui Principis»), formulata all’interno dell’invettiva De libris Christiano detestandis et a Christianismo penitus eliminandis. Fu in tale contesto che Bozio fece uscire rapidamente tre volumi «adversus Macchiavellum», elaborati su esplicita richiesta di papa Aldobrandini (come si evince dalla dedicatoria a Clemente VIII del terzo trattato De antiquo et novo Italiae statu, che in verità era stato il primo della serie ad essere elaborato): De robore bellico diuturnis et amplis catholicorum regnis liber unus (Romae, ex Typographia Bartholomaei Bonfadini, 1593; ed. successiva: Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1594); De imperio virtutis sive imperia pendere a veris virtutibus non a simulatis libri duo (Romae, ex Typographia Bartholomaei Bonfadini, 1593; ed. successiva: Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1594); De antiquo et novo Italiae statu libri quatuor (Romae, apud Guglielmum Facciottum, ad instantiam Bartholomaei Grassi, 1596: stampato in realtà nel 1594; l’imprimatur è del 22 giugno 1593; altra ed.: Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1595). Contro i fautori della ragion di Stato, considerati senza mezzi termini «empi politici», Tommaso Bozio pubblicò in seguito gli otto libri De ruinis gentium et regnorum adversus impios politicos (Romae, apud Gulielmum Facciottum, 1596; ed. successiva: Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1598). Sul terreno polemico della difesa dei privilegi ecclesiastici contro il diritto dello Stato, lo scrittore filippino fu ancora più severo e risoluto nel De iure Status sive de iure divino et naturali Ecclesiasticae libertatis et potestatis (Romae, Typis Bartholomaei Bonfadini, 1599 e 1600; replicato come al solito in Germania: Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1600)28.
Non è questa la sede per ritornare diffusamente sulla posizione di Tommaso Bozio e dell’Oratorio dinanzi all’istanza di assoluzione papale formulata da Enrico IV di Navarra, che nel 1593 costituì il tema di fondo della legazione romana di Ludovico Gonzaga duca di Nevers e poi rimase al centro dei rapporti diplomatici tra la Francia e la Santa Sede lungo tutto il biennio 1594-9529. Anni che peraltro coincidono, come si è già detto, con la nota sovraesposizione politica di Bozio, impegnato con raro zelo contro Machiavelli e i politiques, sia pure «Pontificio iussu». Tuttavia, il recente rinvenimento del carteggio tra Tommaso Bozio e il Nevers, custodito a Parigi presso la Bibliothèque Nationale de France, restituisce una personalità di religioso ancora più complessa: un Bozio che sul versante polemico attacca a tutto campo i seguaci di Machiavelli e i principi di simulata virtù, mentre su quello diplomatico si schiera nell’Oratorio con Filippo Neri e Baronio a favore del perdono a Enrico IV, impegnandosi per il suo ritorno da penitente nella Chiesa di Roma30. Tale apporto documentario e la contestualizzazione storica che ne deriva riaprono, ma non chiudono, la discussione storiografica sulla complessa problematica enriciana e, in particolare, sul posizionamento politico-religioso dell’Oratorio e delle sue componenti più autorevoli, in primis Filippo Neri, Baronio e per l’appunto Bozio31.
Occorre qui sottolineare che i tre trattati del Bozio contro Machiavelli uscirono in rapida successione quando la questione enriciana era sostanzialmente ancora aperta e i loro contenuti esplicitamente polemici nei confronti dei sovrani di simulata virtù e dei fautori del primato della ragion di Stato sulla potestà ecclesiastica determinarono una sorta di formidabile pressing sulla diplomazia francese e sulla stessa condotta politica del Navarra. Contribuirono, inoltre, a creare un alone di palpabile diffidenza curiale sulla sua richiesta di assoluzione, la quale, tra il 1593 e il 1595, non era per nulla scontato che andasse a buon fine. Anzi, a ben vedere, autorevoli disamine come quelle di Tommaso Bozio, con le loro punte di elevato radicalismo teologico, rischiavano seriamente di comprometterne l’esito. Del resto, l’assoluzione papale del Navarra era rimasta pericolosamente in bilico anche dopo la stampa, nel 1594, del volume V degli Annales di Baronio, che pure poteva esibire una eloquente dedicatoria a Clemente VIII in cui l’autore esprimeva un parere favorevole circa l’assoluzione dei relapsi, dovendo la Chiesa attenersi ai soli segni esteriori del pentimento.
L’opposizione curiale a Enrico IV si giocò le ultime carte con Francisco Peña, che nel mese di luglio del 1595 fece uscire in gran fretta una Relacion sumaria para los cardenales, in cui si voleva dimostrare la tesi della conversione simulata del Navarra, giudicato sotto questo profilo – anche in considerazione della recente pubblicistica di Tommaso Bozio – un degno allievo di Machiavelli. Incalzato dal Peña e dall’aspra opposizione ‘spagnola’, Baronio raccolse il suggerimento che gli veniva da Clemente VIII e organizzò in fretta con l’Apologeticus una replica finalizzata a illustrare su basi storiche l’atteggiamento conciliante osservato dalla Chiesa nei confronti di eretici e relapsi, la cui linea di fondo evidenziava sostanziali divergenze con la posizione assunta da Bozio nella sua trilogia antimachiavelliana. In ogni caso, fu proprio l’Apologeticus del Baronio a contrastare l’ultimo rigurgito di animosità antienriciana, favorendo un documentato ampliamento del fronte ‘francese’ fino a comprendere lo stesso Clemente VIII, che frattanto aveva definitivamente sciolto le sue ultime riserve sulla concessione dell’assoluzione a Enrico IV. Fu così che il 17 settembre 1595 la bolla assolutoria redatta da Silvio Antoniano fu recapitata al sovrano francese da Alessandro Del Bene, politicamente legato al Navarra e noto anche al Baronio per il tramite di Gian Vincenzo Pinelli, amico comune. Il 19 settembre dell’anno seguente fu ratificata da Enrico IV e consegnata al cardinale Alessandro de’ Medici, fedelissimo del circolo filippino. Il buon esito dell’assoluzione papale contribuì a far ritrovare alla famiglia oratoriana, da poco orfana di Filippo Neri, una sua più profonda compattezza ideologica. In definitiva, dinanzi alle vicende francesi, Tommaso Bozio dà l’impressione – tra il 1593 e il 1595 – di muoversi su piani distinti e paralleli: il piano della dialettica interna alla comunità oratoriana, in cui l’Eugubino non intende compromettere del tutto la coesione ideologica della Congregazione e fa perciò fronte comune con padre Filippo, suo spiritus rector, e Baronio, entrambi favorevoli senza riserve al Navarra; quello diplomatico, in cui propende per il perdono del sovrano francese, a patto però che questi esibisse tutti i segni del pentimento necessari alla riconciliazione con la Chiesa, abbandonando ogni velleità affine ai politiques; quello della sua nota trattatistica, in cui l’intransigente filippino attacca i sovrani di simulata virtù col fine nemmeno troppo larvato di lanciare un severo monito proprio a Enrico IV, la cui assoluzione non solo era subordinata alla verifica dell’esistenza di chiari e incontrovertibili signa penitentiae, ma anche al rispetto della suprema autorità ecclesiastica32.
Ritornando al De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione, la particolare contiguità con i temi di fondo trattati nel decennio precedente da Tommaso Bozio ha fatto dubitare che Francesco fosse il suo vero autore; in ogni caso, non si può sostenere che il minore dei Bozio avesse una conoscenza soltanto approssimativa della materia e, «cosa ancora più sorprendente, parla di diritto e di giurisdizione senza avere una preparazione giuridica»33. Con ogni probabilità Francesco Bozio riprese un vecchio progetto del fratello, servendosi di carte e materiali che si trovavano in uno stato avanzato di elaborazione e attendevano soltanto di assumere una forma coerente, per di più in un momento in cui Tommaso aveva già virato verso altri interessi di studio, riconducibili in buona parte alla compilazione di un’opera a grandi prospettive come gli Annales antiquitatum. Opera che lo assorbì ragionevolmente fino alla conclusione della sua vita (come del resto si evince anche dal citato decreto dei padri dell’Oratorio datato 2 gennaio 1608), senza poter mai vedere la sua pubblicazione. Come si è detto, fu Francesco Bozio a curare nel 1637, limitatamente al primo tomo, l’edizione postuma degli Annales antiquitatum («Quid toto opere Annalium contineatur, paucis indicatur per divisionem illorum in decem tomos, quae habetur post praefationes, ubi etiam ostenditur per summarium, quid in hoc primo tomo tractatur per opera sex dierum, et capita librorum»), inserendovi una dedicatoria a Urbano VIII e una breve Vita dell’autore seguita da un elenco non esaustivo delle sue opere edite e inedite. Assai vicina agli interessi del Baronio, l’opera aspira a delineare un’ampia storia del mondo da Adamo ed Eva fino a Cristo e alla nascita della Chiesa di Roma, collegandosi così al punto in cui hanno inizio gli Annales baroniani34.
Giammaria Mazzuchelli, sulla scorta di Leone Allacci35, che a sua volta si era servito come fonte di Andrea Vittorelli, attribuì a Francesco Bozio anche una oscura Vita sancti Petri Principis Apostolorum, sulla quale lo stesso erudito bresciano nutre invero dei forti dubbi: «ma non c’è noto che sia mai uscita»; nel 1759 ebbe invece dal veneziano Grandis la notizia di prima mano di un presunto suo Carmen de Jo. Baptistae et Franc. Roffensis martyrio, «ma senza accennarci alcuna particolarità dell’edizione»36. Anche Lodovico Jacobilli aveva assegnato all’Oratoriano una Vita sancti Petri Principis Apostolorum, desumendola con ogni probabilità dalle stesse fonti di Mazzuchelli, e alla fine del breve profilo di Francesco Bozio fissa erroneamente la sua morte nell’anno 1635, traendo in inganno Mazzuchelli e altri fino al citato necrologio di Pier Luigi Galletti e alla più recente correzione del Villarosa37].

Opere digitalizzate

  • De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione tomi primi pars prima. Auctore Francisco Bozzio Eugubino Congregationis Oratorii Presbytero, Romae, ex Typographia Aloysii Zannetti, 1601: [Google Books]
  • De temporali Ecclesiae monarchia et iurisdictione libri quinque. Adversus impios politicos et huius temporis haereticos. Auctore Francisco Bozzio Eugubino Congregationis Oratorii Presbytero. Nunc primum in Germania editus, Coloniae Agrippinae, apud Ioannem Gymnicum, sub Monocerote, 1602: [Google Books]
  • Annales antiquitatum auctore Thoma Bozio Eugubino Congregationis Oratorii Presbytero. Tomus primus. Quid toto opere Annalium contineatur, paucis indicatur per divisionem illorum in decem tomos, quae habetur post praefationes, ubi etiam ostenditur per summarium, quid in hoc primo tomo tractatur per opera sex dierum, et capita librorum, Romae, ex Typographia Francisci Caballi, 1637: [Google Books]

Fonti e bibliografia

  • Paolo Aringhi, Le vite e detti de’ padri e fratelli della Congregatione dell’Oratorio. Da s. Filippo Neri fondata nella Chiesa di S. Maria in Vallicella, Roma, Biblioteca Vallicelliana, ms. O 58, ff. 323-328v.
  • Pietro Giacomo Bacci, Vita di S. Filippo Neri fiorentino fondatore della Congregatione dell’Oratorio … Hor’accresciuta di molti fatti e detti dell’istesso Santo, cavati da i Processi della sua canonizatione. Con l’aggiunta d’una breve notitia di alcuni suoi compagni. Per opera del … f. Giacomo Ricci dell’ordine di S. Domenico, in Roma, appresso Francesco Tizzoni, 1672, II parte, pp. 157-159 (biografia di Francesco Bozio).
  • Pietro Giacomo Bacci, Vita di S. Filippo Neri fiorentino fondatore della Congregatione dell’Oratorio … Con l’aggiunta d’una breve notitia di alcuni suoi compagni. Per opera del … f. Giacomo Ricci dell’ordine di S. Domenico …, in Torino, per Bartolomeo Zappata, 1676, II parte, pp. 182-191 («Del padre Tomaso Bozio, e del padre Francesco suo fratello»): 188-191.
  • Mario Borrelli, Memorie baroniane dell’Oratorio di Napoli, in A Cesare Baronio. Scritti vari, a cura di Filippo Caraffa, Tipografia Editrice M. Pisani, Sora 1963, pp. 97-222.
  • Mario Borrelli, Le testimonianze baroniane dell’Oratorio di Napoli, Lithorapid, Napoli 1965, p. 470 (Indice dei nomi e delle materie).
  • Antonio Cistellini, San Filippo Neri. L’Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, prefazione di Carlo Maria Martini, 3 v., Morcelliana, Brescia 1989, vol. III, p. 2352 (Indice dei nomi di persona).
  • Carlo Antonio de Rosa, Memorie degli scrittori filippini o siano della Congregazione dell’Oratorio di S. Filippo Neri raccolte dal marchese di Villarosa, vol. I, Napoli, Stamperia Reale, 1837, pp. 77-78.
  • Carlo Gasbarri, L’Oratorio romano dal Cinquecento al Novecento, Arti Grafiche D’Urso, Roma 1963, pp. 148-149.
  • Il primo processo per san Filippo Neri nel codice vaticano latino 3798 e in altri esemplari dell’Archivio dell’Oratorio di Roma, edito e annotato da Giovanni Incisa della Rocchetta e Nello Vian, con la collaborazione di Carlo Gasbarri, 4 v., Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 1957-1963 [I: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1595, 1957; II: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1596-1609, 1958; III: Testimonianze dell’inchiesta romana: 1610. Testimonianze «extra urbem»: 1595-1599, 1960; IV: Regesti del secondo e terzo processo. Testimonianze varie. Aggiunte e correzioni alle note dei volumi I-III. Indice generale, 1963], vol. IV, p. 261 (Indice generale).
  • Lodovico Jacobilli, Bibliotheca Umbriae sive De scriptoribus Provinciae Umbriae alphabetico ordine digesta …, vol. I, Fulginiae, apud Augustinum Alterium, 1658, p. 114.
  • Giovanni Marciano, Memorie historiche della Congregatione dell’Oratorio, nelle quali si dà ragguaglio della fondatione di ciascheduna delle Congregationi fin’hora erette, e de’ Soggetti più cospicui che in esse hanno fiorito, 5 v., in Napoli, per il De Bonis stampatore arcivescovale, 1693-1702, vol. I, 1693, pp. 496-499 («Ristretto della vita del padre Francesco Bozio»).
  • Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, cioè Notizie storiche e critiche intorno alle vite e agli scritti dei letterati italiani, 6 v., in Brescia, presso a Giambatista Bossini, 1753-1763, vol. II, parte III, 1762, p. 1932 [voce «Bozio (Francesco)»].
  • Stefano Zen, Baronio storico. Controriforma e crisi del metodo umanistico, prefazione di Romeo De Maio, Vivarium, Napoli 1994, p. 425 (Indice dei nomi).
  • Stefano Zen, Francesco Bozio e suo fratello Tommaso: erudizione ecclesiastica e difesa dell’autorità temporale della Chiesa nell’Oratorio filippino, in Frammenti di storiografia filosofica, a cura di Ivan Pozzoni, Limina mentis, Villasanta (MB) 2018, di prossima pubblicazione.

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]