L'arte dei papi nel Cinquecento

Recensione di Massimo Firpo, Fabrizio Biferali, Navicula Petri. L'arte dei papi nel Cinquecento, Laterza, Roma-Bari 2009

Quaderni eretici | Cahiers hérétiques, 3, 2015: http://www.ereticopedia.org/rivista#toc9

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Navicula Petri. L'arte dei papi nel Cinquecento di Massimo Firpo e Fabrizio Biferali (Roma-Torino, febbraio 2009), richiama nel titolo l'episodio della barca di Pietro che Cristo salvò dalla tempesta (Mt 14, 22-33), talvolta usata nelle immagini dell'epoca come metafora della Chiesa romana del Cinquecento, in balia dell'ondata riformistica procedente d'oltralpe, a partire dalle rivendicazioni protestanti del 1517. La metafora della navicula petri guida la storia della committenza papale attraverso l'ideologia figurativa, dal Sacco di Roma, apice della crisi, fino alle prime politiche della «controriforma», avviate da Paolo IV e riprese da Pio V, con l'inasprimento delle misure inquisitoriali, nella costruzione del mito post tridentino di una civitas perfecta, custode universale del sacro. Sisto V l'avrebbe descritta, nel 1590, come «sede immutabile e trono venerabile del beato Pietro, principe degli apostoli, domicilio della religione cristiana, madre e patria comune di tutti i fedeli, porto sicuro per tutte le nazioni che da tutto il mondo vi confluiscono» (p. 370). Rivelatore è il contrasto sottile ma netto tra l'iconologia della barca del Santo nel momento dell'affondo e della caduta, come viene rappresentata nelle xilografie di Hans Süss von Kulmbach (1508) e Matthias Gerung (1545), e alcune rappresentazioni «controriformistiche» di fine secolo dello stesso episodio, in cui Pietro torna simbolicamente nel pieno controllo della navicula, pronta a navigare in acque decisamente più calme.
L'eccellenza di questo lavoro, scritto a quattro mani, è strettamente legata all'unione delle competenze dei due autori: Firpo, storico d'esperienza non nuovo a testi dedicati all'arte (tra cui Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma, Laterza, Roma-Bari 2004 e Storie di immagini. Immagini di storia. Studi di iconografia cinquecentesca, Edizioni di Storia e Letteratura 2010) e Biferali, storico dell'arte che con questo testo avrebbe dato avvio, successivamente, a pubblicazioni monografiche di rilievo su alcuni dei maestri della pittura veneta del Cinquecento (come Tiziano. Il genio e il potere, Laterza, Roma-Bari 2011, e Paolo Veronese tra Riforma e Controriforma, Artemide, Roma 2013).
Suddiviso in quattro capitoli, il testo narra e documenta una storia della committenza papale che culmina, per quantità e varietà della produzione artistica, negli anni della crisi morale e storica del papato rinascimentale, e riversa in un sostanziale declino nell' epoca del disciplinamento, che fu anzitutto un auto-disciplinamento. Il lettore è guidato nel collegamento tra la corruzione morale dilagante negli ambienti ecclesiastici e la ricchezza dei soggetti classicheggianti e dei nudi, desiderati ed amati dai papi dell'età preconciliare e conciliare, poi rinnegati con sdegno e sottoposti all'autocensura, culminata nei celebri braghettoni al Giudizio di Michelangelo.
Impliciti alla vocazione interdisciplinare e alla vastità dell'oggetto d'indagine sono i limiti nella selezione dei contenuti, ravvisabili in primis nella scelta cronologica: per un testo completo sull'arte dei papi nel Cinquecento, partire da Clemente VII e il Sacco di Roma e concludere con Pio V e la Battaglia di Lepanto significa escludere il primo quarto di secolo e l'ultimo. Non vi si troverà quindi un approfondimento sulla figura di Leone X e le committenze raffaellesche, ad esempio, né la ricostruzione dell'avvio, pur attardato e non ancora del tutto consapevole, del complesso processo di gestione delle tensioni religiose iniziate a Wittenberg nel 1517. Del resto, come esplicitato nella Premessa, «questo non è un nuovo libro sulla storia delle arti in Vaticano […] né sul rapporto tra arte e Controriforma» (p. XII).
Legata al taglio metodologico e alle scelte sui contenuti è anche una focalizzazione sulle opere e sulle committenze che prescinde dalle specificità dei singoli artisti. Sebbene si abbia la sensazione, talvolta, di una «assenza» degli artisti, ovvero delle identità, umane e storiche, degli interpreti di quell'arte fatta per i papi, ma non solo dei papi, tale mancanza è giustificata dalla vocazione di restituire una visione d'insieme sul clima culturale e religioso dell'epoca, attraverso la costruzione della rete contestuale in cui le opere furono richieste, concepite e prodotte: il tema centrale è infatti «quello della committenza papale e dell' autorappresentazione della Chiesa durante la crisi più drammatica della sua storia (…)» (p. IX).
Le immagini-documento vengono usate all'interno di un discorso interdisciplinare, che si avvale di dipinti, affreschi, medaglie, incisioni, xilografie, disegni, architetture, dettagli decorativi, quanto di cronache, lettere, dialoghi, atti processuali e di una bibliografia aggiornata ed eterogenea. Spiccano, nel ricco apparato figurativo, rappresentazioni emblematiche della polemica antipapale nell'Europa del Cinquecento, come la stampa di Lutero come Hercules germanicus di Holbein il Giovane del 1523, il Papa Anticristo che viene calato nella bocca dell'Inferno, da un testo di Lutero del 1545, e il Papa Anticristo sulla bestia apocalittica, di una stampa inglese del 1570 circa.
Se la prospettiva della Storia dell'Inquisizione e dell'eresia ha dato avvio, specialmente in Italia e ormai da diversi anni, ad una vivace scuola di studiosi, le cui ricerche contribuiscono ad aggiungere tasselli inediti alla storia religiosa moderna, tardano invece a concretizzarsi la trasposizione e l'aggiornamento di tali contenuti nella storia delle immagini. In questo senso, Navicula Petri di Firpo e Biferali costituisce un'eccezione di straordinario interesse nel panorama attuale e un punto di partenza imprescindibile per nuovi studi sull'arte del Cinquecento. Si tratta di un lavoro pionieristico, frutto di una scelta metodologica e intellettuale coraggiosa, che ne fa un unicum, e non solo in Italia (come conferma anche la recensione di Steven F. Ostrow in American Historical Review, vol 116, pp. 239-40, del 2011).
Oltre che per il carattere interdisciplinare e la capacità di proporre un punto di vista inedito, il libro si distingue per scorrevolezza e qualità stilistica, e le pagine d'esordio sul Sacco di Roma costituiscono forse una delle parti migliori del testo, per abbondanza di riferimenti e sfaccettature storiche. La ricostruzione, eccellente in tutto il lavoro, è arricchita da una tensione argomentativa in cui i fatti e l'interpretazione storica si integrano nel rimando puntuale alle fonti.

(Isabella Munari)

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]