Neri, Filippo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Filippo, Romolo Neri (Firenze, 21 luglio 1515 – Roma, 26 maggio 1595). Sacerdote. Proclamato beato il 25 maggio 1615; canonizzato il 12 marzo 1622.

Biografia

I primi vent’anni (1515-1537 ca.)

Il figlio di Francesco Neri di Castelfranco (per molti anni alchimista e poi, in età avanzata, notaio) e di Lucrezia da Mosciano, nacque a Firenze nel quartiere di S. Pier Gattolini. Allevato alla luce degli ideali repubblicani e nel culto della memoria di Girolamo Savonarola verso il quale l’intero suo circuito familiare nutriva profonda venerazione, Filippo ebbe la propria formazione alla guida dei domenicani del convento di S. Marco. Assecondando un più che probabile indirizzo parentale, il giovane lasciò la città natale poco dopo il ritorno dei Medici a Firenze (1530) e raggiunse un lontano congiunto residente a S. Germano (l’odierna Cassino). Ivi, si trattenne un imprecisato lasso di tempo. Poi, decise di trasferirsi a Roma e prese alloggio presso la dogana di Piazza S. Eustachio, in casa del connazionale Galeotto Del Caccia, il quale gli affidò l’educazione dei figli. All’epoca, Filippo si iscrisse ai corsi di filosofia presso lo Studium Urbis e, contemporaneamente, frequentò le lezioni di teologia presso il S. Agostino. La ben impostata traiettoria della sua vita sarebbe forse culminata con l’avvio di una professione intellettuale ma, intorno al 1537, il Neri dismise ogni proposito precedentemente coltivato e, venduto quanto aveva di più caro, ovvero i propri libri, si dette a un decennio abbondante di romitaggio urbano dal quale, infine, emerse come un uomo nuovo.

La ricerca di un altro se stesso (1537-1548 ca.)

Filippo Neri, intorno al 1537, dovette avvertire il sentimento vertiginoso di aver imboccato una traiettoria vitale errata. Un cenno a questi frangenti soggiunge da Federico Borromeo, il quale, un giorno, interrogato il proprio direttore di coscienza su come egli avesse potuto restare costantemente fedele al «primo spirito suo», venne disilluso. La rotta della sua esistenza – gli confessò Filippo – non era stata sempre costante. C’era stato un momento nella sua vita in cui egli aveva osato abbandonare la retta via e Iddio, per questo motivo, l’aveva severamente castigato e indotto a tornare sui suoi passi.1. Con ogni probabilità, il fiorentino lambiva con la mente proprio gli avvenimenti del 1537: il ricordo dell’irruzione nella propria coscienza di un acuto senso di colpa e, insieme, la memoria della sua faticosa ricerca di un altro se stesso mentre dava corso a un prolungato periodo di romitaggio meditativo con tutti gli attributi di un itinerario espiatorio e di ricostruzione interiore. I connotati del peccato di Filippo Neri si leggono in controluce al suo abbandono degli studi universitari, nella rinuncia alla sua primitiva biblioteca e anche nell’intensa, quasi frenetica attività caritativa che caratterizza la sua riemersione dal decennale periodo di scrutinio interiore impostosi sul finire degli anni Trenta. La guardia da parte del Neri rispetto a un’insidia morale conosciuta molto da vicino si percepisce altresì, più oltre negli anni, nella sua ferrea vigilanza sull’orgoglio intellettuale con il correlato imperativo a «mortificare la rationale»; nella sua radicale ostilità a ogni sorta di esposizione in materia teologica e nella sua assoluta indisponibilità alla scrittura pubblica, senza che ciò comportasse però un divorzio dai libri e un disinganno rispetto al valore della conoscenza2. Il peccato nel quale il poco più che ventenne Filippo Neri avvertì di essere caduto dovette essere un peccato di superbia: la colpa alla quale sono esposti gli ingegni raffinati e – nelle parole dello stesso maturo Filippo – il peccato mortale degli stessi eretici del suo tempo, i quali, sottraendosi all’obbedienza, finivano per porsi extra Ecclesiam e, quindi, anche extra charitatem3. Il fiorentino incorse in codesto peccato (o temette di esservi incorso), ma come ciò sia potuto succedere rimane oscuro. Si può solo fare spazio all’ipotesi che alla genesi del doloroso senso di colpa del Neri possa aver concorso una sua familiarizzazione con imprecisabili contenuti libreschi di accento eterodosso intercettati approfittando dell’offerta libraria (non ancora sottoposta all’applicazione di un dispositivo censorio di respiro universale come quello varato nel 1559) che riforniva l’inquieto pubblico dei lettori italiani mentre, a valle della lacerazione della respublica christianorum, si prolungava l’attesa dei fedeli alla Chiesa di Roma di quegli elementi di chiarificazione teologica dei quali solo un Concilio poteva farsi apportatore.

La tardiva ordinazione sacerdotale e l’alloggio a S. Girolamo della Carità

Nel 1548, alle soglie del Giubileo, Filippo Neri fondò insieme al sacerdote Persiano Rosa da Genazzano la confraternita della Trinità dei Pellegrini e dei Convalescenti ed entrò in relazione con diverse iniziative caritative legate al Divino Amore. Divenne altresì membro della Compagna di S. Giacomo in Augusta addetta alla gestione dell’Ospedale di S. Giacomo degli Incurabili e intessé rapporti con il sodalizio di S. Maria della Grazia dedita al ricovero delle convertite. Nel 1551, su indirizzo imperativo del suo confessore Persiano Rosa, il trentaseienne Filippo Neri maturò la decisione del sacerdozio. Sarà ordinato il 23 maggio 1551, nella ricorrenza non certo casuale della morte sul rogo di Girolamo Savonarola. Contemporaneamente, il fiorentino prese alloggio in un piccolo ospizio di prelati adiacente alla Chiesa di S. Girolamo della Carità e sotto la direzione della Arciconfraternita omonima, che rappresentava una sorta di ufficio centrale dell’assistenza ai poveri nella Roma del tempo. A S. Girolamo, già domicilio del mistico senese Bonsignore Cacciaguerra, Filippo Neri trovò la sua dimora elettiva. Vi avrebbe abitato per più di trent’anni, fino al 1583: ben oltre lo stesso trasferimento di tutti i suoi padri da S. Giovanni dei Fiorentini a S. Maria in Vallicella, a seguito dell’erezione canonica della Congregatio presbyterorum et clericorum saecularium de Oratorio ad opera di papa Gregorio XIII, mediante la bolla Copiosus in misericordia (15 luglio 1575). Il Neri si riunì alla sua famiglia religiosa solo a seguito delle vibrate insistenze del pontefice.
A S. Girolamo non esistevano vincoli: non v’era nessuna tavola comune e nessun superiore. Ciascuno poteva operarvi a suo modo, in piena libertà. Anche nei loro attributi esteriori, i padri girolamini apparivano alquanto singolari: costoro portavano i capelli lunghi, vestivano un’ampia zimarra e sopra lo zucchetto adottavano un cappello a falde larghe. In quella cornice di convivenza a lui congeniale e garante del costume di vita indipendente che gli era caro, Filippo Neri elesse come suo principale ministero l’ufficio del confessionale. Muovendo proprio dallo zelo verso i propri penitenti, il sacerdote toscano dette vita a quel tirocinio ascetico corale, dispiegato in un regime di familiare colloquialità e nutrito da letture spirituali, meditazione, dialogo e preghiera che prese il nome di Oratorio.

L’Oratorio

Gli esercizi oratoriani avviati nella cornice delle riunioni nella camera del fiorentino, videro presto dilatare di molto i loro frequentatori. Nel 1558, per accogliere l’assemblea in costante espansione, divenne necessario cercare un ambiente di adeguata capienza. La fraternitas della Carità mise allora a disposizione un locale collocato sopra una navata della chiesa, un tempo adibito a deposito del grano destinato all’elemosina ai poveri. Con diverse varianti, a seconda dei giorni e delle circostanze, le tornate oratoriane divennero sessioni quotidiane aperte a un vasto pubblico composto soprattutto da laici dei più disparati ceti sociali e della durata di oltre due ore. Si procedeva alla lettura di libri edificanti, mentre si andava completando l’uditorio. Seguivano due sermoni o “ragionamenti sul libro” tenuti non dal pulpito ma da una sedia, con una totale ripulsa della retorica autoritaria e aperti agli interventi dello stesso padre Filippo e dei presenti. Col tempo, i sermoni divennero anche quattro, lasciando spazio da ultimo a musiche e canti di laudi o mottetti in volgare con la partecipazione di musicisti come Giovanni Animuccia e Francisco Soto Langa, soliti anche dare alle stampe le canzoni spirituali da loro composte per l’Oratorio, passando dalla semplice monodia all’esecuzione polifonica più complessa. Frattanto, di sera, in alcuni giorni della settimana, un gruppo più ristretto di sodali cominciò a riunirsi insieme a padre Filippo per altre preghiere, penitenze e meditazioni. Proprio da questo “Oratorio piccolo” o “segreto” trasse ispirazione la comunità di S. Giovanni dei Fiorentini, con appena alcune regole di vita comune, ovvero senza legami giuridici di voti e senza costituire un ordine o una congregazione in senso canonistico, conservando ciascuno sia la libertà che le proprietà private. A San Giovanni dei Fiorentini – mentre il cappellano della chiesa continuava a risiedere a S. Girolamo – andarono per primi ad alloggiare i poco più che ventenni Cesare Baronio, Giovanni Francesco Bordini e il più maturo Alessandro Fedeli, ordinati sacerdoti tra il maggio ed il settembre del 1564. Tra il 1565 e il 1566, si aggiunsero, fra gli altri, Angelo Velli e Francesco Maria Tarugi. Quasi tutti provenivano dagli studi di legge ed erano avviati a una sicura carriera nelle corti di Roma.
L’iniziativa del fiorentino, che senza togliere spazio alla liturgia ufficiale e ancor meno ai sacramenti batteva nuove strade per la ricerca della perfezione clericale e laicale, non incontrò solo consensi. Nel 1559, poi nel 1566-67 e ancora nel 1569-70, la pedagogia religiosa di Filippo Neri attirò diffidenze e finanche i sospetti del cardinale Vicario e del Sant’Ufficio. A sollecitare gli inquirenti v’era l’insolito coinvolgimento dei laici nei dialoghi che fiorivano intorno ai ragionamenti spirituali oratoriani. Ma anche il prepotente rilancio della visita alle Sette Chiese vissuta nei termini di un pellegrinaggio della durata di una giornata, sullo schema giubilare, e che – con incluse celebrazioni, prediche, canti e anche ricreative colazioni sull’erba – vedeva la partecipazione, specie durante il carnevale cittadino, di anche un paio di migliaia di persone. Le perplessità vennero meno di pari passo alla crescita di partecipazione alle assemblee filippine di personalità del mondo curiale. Decaddero di concerto alla familiarizzazione con le pratiche della comunità di un sempre più folto schieramento di prelati in alta reputazione morale.

Filippo Neri e gli «heretici»

Al pari di molti suoi contemporanei sensibili alle istanze di rinnovamento della Chiesa, i quali nel corso degli anni andarono maturando spesso scelte opposte, ora nel segno della rottura insanabile con Roma, ora della più dura intransigenza rispetto al dissenso, anche Filippo Neri, sin dagli anni della sua giovinezza vissuta alla guida spirituale dei discepoli di Savonarola, ebbe il vivo sentimento dell’urgenza della renovatio Ecclesiae. Dando vita all’Oratorio, il fiorentino decise di farsi operaio della «rinovatione delo spirito che hebbero li christiani de la primitiva Chiesa» e si prefisse di «cooperare a la riforma della Chiesa con la riforma di Roma» e alla riforma di Roma «per mezzo dela corte, e della corte per mezzo del clero, e del clero per mezzo dell’istesso clero»4. Nel corso dei decenni seguenti, semplicemente formidabile fu la fecondità della direzione di coscienza che Filippo Neri esercitò sull’intera capitale pontificia e sulla curia romana stessa, sapendo gestire in equilibro libertà e vigilanza sulla superbia; ubbidienza al vicario di Cristo e fedeltà al proprio personale cammino di ricerca spirituale. L’uomo, per quanto «inimicissimo de heretici», era parimenti intimamente consapevole della sincerità e dell’onestà intellettuale di tanti suoi coetanei che, mossi da schietto desiderio di ricondurre l’istituto ecclesiastico alla sua purezza originaria, avevano finito per porsi extra Ecclesiam nella convinzione che quest’ultima avesse tradito il dettato evangelico5. È in questa luce che si può leggere forse nel modo più adeguato l’approccio conversionistico di Filippo Neri verso, ad esempio, Lavinia Della Rovere, il concittadino Pietro Carnesecchi, o l’ex-domenicano greco Iacopo Massilara, detto il Paleologo, il quale, una volta salito sul patibolo e dichiarato il proprio ravvedimento, avrebbe espresso l’amaro rimpianto di non aver «cognosciuto prima» il religioso toscano. Filippo Neri si avvicinava agli «heretici» in modo empatico, offrendo loro un ascolto senza traccia di prevenzione o riserva che apriva a quell’apostolato della parola dal quale era scaturita la formula stessa dei sermoni oratoriani con il loro stile semplice e diretto, intessuto di fatti e di esperienze concrete e non di spunti dottrinali e scritturali. Mentre l’interlocutore si attendeva l’arrivo al proprio cospetto di un avversario pronto al combattimento di parole, padre Filippo si presentava disarmato di «scritture profunde, et dispute» e pronto al dialogo in tema «de santi», sul terreno condiviso dell’umiltà e del timore di Dio6. Quello stile faceva breccia. Non è un particolare senza valore che, da Lione, all’altezza del 1570, un altro fiorentino come l’inquieto Francesco Pucci abbia raccomandato a suo fratello la frequentazione degli esercizi dell’Oratorio, prefigurandogli i grandi benefici spirituali che ne avrebbe raccolto: «Et certe volte il giorno doppo desinare ve ne andrete alla compagnia di san Girolamo, chè arete gran consolazione a udire que’ padri, e pregherrete Dio per me»7.

Il disegno riformatore di Filippo Neri

Filippo Neri non ebbe mai l’intenzione di costituire una nuova congregazione. Fu suo il dispiegamento di un cammino di perfezione alternativo a quello indicato dagli ordini religiosi, basati tutti sui voti e su un’organizzazione di tipo verticistico. Il programma del fiorentino discendeva tanto dalla sua peculiare inclinazione alla libertà, quanto dalla convinzione di notevole significato ecclesiologico, spirituale e giuridico di non fondare un corpo separato dal popolo cristiano. A Filippo Neri appartenne il disegno di una via media, equidistante dal chiostro e dal secolo, per la ricerca della perfezione. A siffatta proposta di superamento della frattura tra il mondo clericale e regolare, da una parte, e quello dei semplici fedeli, dall’altra, egli correlò la concezione di un tertium genus di sacerdote nel suo non essere né secolare titolare di un beneficio e con la cura d’anime, né religioso legato dai voti e dall’obbedienza. All’inedito profilo del presbitero oratoriano, il Neri coniugò l’idea dell’Oratorio quale gymnasium di un tirocinio ascetico attinto con perizia filologica dalle fonti testuali, anzitutto quelle della tradizione patristica: una “palestra dell’arte dell’arte della vita secondo il Vangelo” aperta a tutti, perché la via della perfezione è per tutti. La «vera riforma» – secondo il fiorentino – consisteva nell’«universal rinovatione del spirito» e l’«impedimento» che quest’ultima incontrava nella sua attuazione era rappresentato dal fatto che «tanto nel clero, quanto nela corte e nel popolo» era radicata l’opinione che «gl’esercitii spirituali […] non potessero esser appresi et esercitati se non da religiosi claustrali, e da quelli pochi preti secolari che pigliavano vita retirata, e sequestrata da la vita comune del clero, dela corte e del popolo». Filippo Neri, per fare decadere «questa falsa imaginatione», si adoperò affinché «dove la vita spirituale era tenuta per cosa austera e difficile e come tale era aborrita da mundani», essa diventasse «talmente familiare e domestica ch’ad ogni stato di persone si rendesse grata e facile, acciocché Roma venisse disgannata da quella sua vana opinione e restasse certificata dall’esperienza istessa, ch’ognuno di qualsivoglia stato e conditione, in casa sua e nela professione sua, laico e clerico, prelato e prencipe secolare, cortegiano, patre di fameglia, litterato et idiota, nobile et ignobile, mercante et artegiano, et ogni sorte di persone, era capace dela vita spirituale». Procedendo in tal forma, «la renovatione delo spirito» sarebbe uscita «da la angustia di quelli pochi religiosi e secolari ritirati» e, una volta «domestica[ta]» a tutti, si sarebbe fatta «strada» sino al compimento alla «riforma universale»8.

Bibliografia

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  • Gennaro Cassiani, I padri della Vallicella, i loro libri e l’inquisitio della Congregazione dell’Indice sulle biblioteche degli Ordini religiosi in Italia, in Congregazione dell’Oratorio, a cura di E. Caldelli e G. Cassiani, in Libri e biblioteche degli Ordini religiosi in Italia alla fine del secolo XVI, 3, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano 2015, pp. 109-136.
  • Gennaro Cassiani, Il «Socrate cristiano». Saggio su Filippo Neri (1515-1595), Il Campano, Pisa 2010.
  • Gennaro Cassiani, «Adesso mi acconcio bene». La dissimulatio ascetica di Filippo Neri, in «Rivista di storia e letteratura religiosa», XLV, 2009, pp. 283-309.
  • Gennaro Cassiani, Padre Filippo e le "Indie". Alle radici del progetto missionario dell'Oratorio, in «Rivista di Storia della Chiesa in Italia», LXII, 2008, pp. 47-80.
  • Gennaro Cassiani, «Valete sollecitudines, beata tranquillitas» fra libri e collezioni. Filippo Neri nel suo studiolo, in «Annali di Storia moderna e contemporanea», XIII, 2007, pp. 241-279.
  • Gennaro Cassiani, Filippo Neri. Ricerche sui paradigmi di una «anomalia», in 1515-2015: V Centenario della nascita di Filippo Neri, un santo dell'Età moderna, Atti del Convegno di studi (Roma, 16-17 settembre, 2015), a cura di E. Caldelli, in corso di stampa.
  • Antonio Cistellini, San Filippo Neri. L’Oratorio e la Congregazione oratoriana. Storia e spiritualità, Prefazione dal card. C. M. Martini, Morcelliana, Brescia 1989, 3 voll.
  • Marco Impagliazzo, Le costituzioni dell’Oratorio filippino: il dibattito sulla fisionomia della Congregazione (1575-1612), in «Ricerche di storia sociale e religiosa», XVIII/36, 1989, pp. 159-178.
  • Christian Mouchel, San Filippo e i cappuccini. Retorica ed eloquenza dopo il Concilio di Trento, in «L’Italia francescana», LXIV/5, 1989, pp. 493-516.
  • Paolo Prodi, San Filippo Neri: un'anomalia nella Roma della Controriforma?, in Filippo Neri nella Roma della Controriforma, Atti del Convegno di studi (Roma, 2 dicembre 1994), in «Storia dell’arte», 85, 1995, pp. 333-339.

Article written by Gennaro Cassiani | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]