Sozzini, Fausto

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Fausto Sozzini o Socini (Siena, 5 dicembre 1539 - Lusławice, 4 marzo 1604) è stato un teologo ed eretico radicale, esule religionis causa, che affermò la sua influenza sull'Ecclesia minor antitrinitaria o unitariana polacca, dando origine a una corrente teologica, nota come socinianesimo, che fu particolarmente feconda, nonostante la dispersione dei Fratelli Polacchi con la piena affermazione della Controriforma in Polonia nel XVII secolo.

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Cenni biografici

Membro di una famiglia di giuristi (suo nonno fu il celebre Mariano Sozzini il Giovane, suo padre Alessandro Sozzini), molti dei quali aderirono alla Riforma, lui stesso sospettato, fu costretto a riparare a Lione nell'aprile 1561. Morto lo zio Lelio Sozzini il 14 maggio 1562, si recò a Zurigo per recuperare le sue carte, la lettura delle quali lo influenzò non poco nella composizione della sua prima opera di carattere antitrinitario, l'Explicatio primae partis primi capitis Evangelistae Johannis, pubblicata anonima in Transilvania nel 1568. Nel frattempo, a partire dal giugno 1563, egli era rientrato in Italia, dove, nonostante le brame più volte rinviate di ripartire, rimase continuativamente per dodici anni, assistendo a Roma tra il 1565 e il 1568 l'uditore di Rota Serafino Razzali (durante questo soggiorno romano si legò d'amicizia al cardinale Guglielmo Sirleto), quindi lavorando, prevalentemente a Firenze, alle dipendenze di Isabella de' Medici e Paolo Giordano Orsini, suo marito. In questi anni italiani redasse il De auctoritate sanctae scripturae (che fu pubblicato nel 1590). Le potenti protezioni di cui godeva, inclusa quella di Francesco de' Medici (reggente dello Stato toscano dal 1564 e granduca dal 1574 al 1587), lo tennero al riparo da persecuzioni inquisitoriali. Solo alla fine del 1575 abbandonò definitivamente la penisola, stabilendosi a Basilea, dove disputò con il pastore Jacques Covet sul valore salvifico della della morte in croce di Gesù Cristo e dove avviò a partire dal 1577 una lunga discussione con Francesco Pucci sul tema dell'immortalità di Adamo.
Nel 1578 si trasferì in Transilvania su invito di Giorgio Biandrata, dove però rimase per breve tempo, a causa dei contrasti teologici subito insorti, in particolare con Ferencz Dávid, con il quale ebbe una disputa sul tema dell'adorazione di Cristo (poi pubblicata nel 1595 col titolo De Iesu Christi invocatione). Avendo già durante il viaggio preso contatti con gli antitrinitari polacchi, si trasferì quindi a Cracovia, imponendo progressivamente la sua egemonia sull'Ecclesia minor (così era detta la chiesa antitrinitaria o unitariana dei Fratelli Polacchi che si distingueva dall'Ecclesia Maior calvinista). Tale egemonia, già affermatasi col sinodo di Brest del 1588 (anno in cui Sozzini pubblicò col titolo De Jesu Christi Filii Dei natura sive essentia due scritti redatti negli anni precedenti che affermavano la natura umana di Cristo), fu definitivamente sancita dal sinodo di Lublino del 1593 (a cui seguiva nel 1594 la pubblicazione del De Jesu Christo servatore, opera redatta nel 1578 nel quadro della disputa con Jacques Covet e ultimata poco prima di lasciare Basilea, nella quale Sozzini negava il valore salvifico della morte di Cristo, affermando invece fortemente quello della sua predicazione e del suo esempio). Rimase in Polonia fino alla morte, avvenuta nel 1604 in un villaggio nei pressi di Cracovia, Lusławice, dove si era ritirato temendo la persecuzione di re Sigismondo III, che aveva avviato in Polonia una decisa svolta controriformistica. Ancora non aveva terminato la sua ultima opera, la Christianae religionis brevissima institutio, un catechismo antitrinitario che fu completato dai suoi discepoli e che fu conosciuto come Catechismo di Raków.

Il processo inquisitoriale in contumacia

Già citato come eretico nel processo contro lo zio Cornelio Sozzini (1578-1581), Fausto subì un'offensiva inquisitoriale contro di lui a partire dal 1583. La notizia arrivò in Polonia, il nunzio Alberto Bolognetti, istruito dal cardinale del Sant'Uffizio Giacomo Savelli, si attivò insieme al gesuita Antonio Possevino per indurre Fausto Sozzini a pentirsi e riconciliarsi con la Chiesa. Bolognetti fece altresì pressioni sul cancelliere Jan Zamoyski, insistendo sul carattere contestatorio nei confronti del potere politico delle dottrine di Fausto Sozzini (sul tema del rapporto tra religione e politica Sozzini aveva poco prima avuto un confronto con Iacopo Paleologo, redigendo una risposta a quest'ultimo nel 1581), che di conseguenza fuggì temporaneamente da Cracovia nel febbraio 1583. Tuttavia egli poteva contare ancora sulla protezione del granduca di Toscana Francesco I e di sua moglie Bianca Cappello (ai quali scrisse per giustificarsi), il che lo protesse in un primo momento da gravi conseguenze. Francesco I rimosse anche l'interdizione comminata da Ascanio Piccolomini, coaudiutore dell'arcivescovo di Siena, a Cornelio Marsili, cognato di Fausto Sozzini, di avere rapporti finanziari con lui, il che permise a Fausto di continuare a beneficiare del trasferimento delle sue rendite dalla Toscana alla Polonia. La situazione cambiò dopo la morte di Francesco I, avvenuta il 19 ottobre 1587. Il nuovo granduca Ferdinando I, schierato su posizioni decisamente controriformistiche, consentì ad Ascanio Piccolomini (divenuto nel frattempo nel 1588 arcivescovo di Siena) e all'Inquisizione di Siena di procedere contro Fausto Sozzini. Il processo in contumacia contro di lui si protrasse dal 1° giugno 1589 al 3 febbraio 1591. Fausto fu condannato a morte e bruciato in effigie. I suoi beni furono confiscati, il che diede origine ad una lunga lite tra i suoi familiari e l'Inquisizione di Siena.

Il pensiero teologico di Fausto Sozzini e la sua influenza

Attraverso un approccio razionalistico e con il ricorso alla critica filologica, Fausto Sozzini smonta dogmi fondamentali fissati dalla Tradizione, mirando altresì a depurare il cristianesimo dalle cristallizzazioni del platonismo e, soprattutto, della metafisica aristotelica.
Viene affermata la natura umana di Cristo e, attraverso la critica all'interpretazione tradizionale del Prologo del Vangelo di San Giovanni, viene smentito il dogma della Trinità, con la preesistenza di Cristo.
La frase "In principio era il Verbo", che costituisce l'incipit del Vangelo giovanneo è riferita da Sozzini all'inizio della predicazione evangelica (a ciò si riferirebbe il verbum o sermo) e non all'eternità di Gesù Cristo, il quale avrebbe salvato l'Umanità non con il suo sacrificio sulla Croce (ritenuto inaccettabile da Sozzini, perché Dio non poteva essere crudele e sanguinario), ma con la sua predicazione e il suo esempio. Gesù sarebbe stato quindi un semplice uomo che aveva mostrato agli altri uomini la via verso la vita eterna e che era stato reso divino dalla resurrezione.
Come veniva negato il valore metafisico della morte di Gesù Cristo sulla croce, veniva negato anche il valore metafisico del peccato di Adamo, semplicemente da interpretarsi come il primo segno di trasgressione da parte di un uomo rispetto alla legge divina. Il Peccato Originale quindi non esisteva e la colpa di Adamo non era trasmessa a tutti i suoi discendenti. L'interpretazione di Sozzini differiva radicalmente da quella di Francesco Pucci, che riteneva Adamo originalmente immortale, e con il quale Sozzini ebbe una lunga disputa, protrattasi dal 1577, anno in cui Pucci si trasferì a Basilea dall'Inghilterra proprio per incontrare il teologo senese, fino al 1583 (il testo della disputa fu stampato postumo nel 1610 col titolo De statu primi hominis ante lapsum disputatio). Questo implicava che Sozzini sostanzialmente negava che gli uomini che non avessero conosciuto la religione cristiana potessero salvarsi, al contrario di Pucci che, influenzato dal platonismo, affermava l'esistenza di una religione naturale e la possibilità concessa a tutti gli uomini, indipendentemente dalla fede professata, di salvarsi venendo illuminati dalla ragione divina ovvero dal logos di Cristo. Questa posizione di Sozzini fu smussata dai suoi seguaci, in particolare da Johann Crell (1590-1633) e da Samuel Crell (1660-1747), i quali ammisero l'esistenza di una religione naturale.
Sozzini, negando il Peccato Originale, rifiutava anche il valore rigenerativo attribuito al Battesimo dalla Chiesa cattolica, dalle Chiese protestanti e anche dagli anabattisti puri: il Battesimo rappresentava per lui un puro adiaphoron e non era fondamentale per la salvezza, al contrario della fede e dell'esempio di Cristo.
Il pensiero teologico sociniano implicava l'ovvio rifiuto delle gerarchie ecclesiastiche e dell'autorità del papa, smentendo la Tradizione sulla quale si appoggiavano.
Per quanto riguarda i rapporti tra il cristianesimo, lo Stato e le leggi, Sozzini tentò di attuare un compromesso tra la tradizione antitrinitaria, che riteneva il cristiano appartenente a tutt'altro regno rispetto a quelli terreni e che quindi spingeva al disinteresse verso la politica e alla inosservanza delle leggi secolari, e quella anabattista, che mirava a realizzare il regno di Dio in Terra, riformando le istituzioni e le leggi secolari. Sulla questione il teologo senese ebbe un confronto con Iacopo Paleologo, al quale indirizzò la Ad Jacobi Paleologi librum pro racoviensis responsio (1581). Secondo Sozzini i cristiani potevano partecipare alla vita politica, rivestendo anche cariche pubbliche, purché questo non implicasse la rinuncia ad alcuni valori fondamentali (come il rifiuto della violenza e della guerra). I seguaci di Sozzini, che dovettero fronteggiare l'avanzata della Controriforma cattolica in Polonia, che metteva a rischio la coesistenza religiosa, giunsero ad affermare che lo Stato doveva farsi garante della coesistenza religiosa e della tolleranza religiosa. Questo principio, oltre ad essere presente in forma abbozzata nel pensiero di Samuel Przypkowkski (1592-1670), fu affermato in modo compiuto da Johann Crell nel breve trattato Vindiciae pro religionis libertatis, scritto nel 1632 e pubblicato postumo ad Amsterdam nel 1637). L'evoluzione del pensiero sociniano anticipò in questo le riflessioni di John Locke (1632-1704) e l'Illuminismo.

L'Ecclesia minor, che Fausto Sozzini aveva consolidato e resa forte e influente dopo che le sue posizioni teologiche erano uscite vincitrice dal sinodo di Brest del 1588 e da quello di Lublino del 1593, già indebolita a seguito della svolta controriformistica di re Sigismondo III (1587-1632), che rompeva con la politica di tolleranza seguita dai suoi predecessori a partire da Sigismondo II (1548-1572), fu spazzata via dalla persecuzione di Ladislao IV (1632-1648) e Giovanni II Casimiro (1648-1668): nel 1635 i luoghi di culto dei sociniani furono chiusi a Lublino; nel 1638 era distrutto il loro centro di Raków, che con la sua scuola e la sua stamperia dava lo slancio propulsivo al movimento; nel 1658 i sociniani erano infine definitavemente espulsi dalla Polonia.
Gli esuli si dispersero tra Transilvania, Germania e Olanda (il pensiero sociniano aveva forti punti di contatto con l'arminianesimo). I transfughi in Olanda pubblicarono i testi fondamentali della tradizione sociniana nella serie dei volumi della Bibliotheca Fratrum Polonarum, stampati a Amsterdam tra 1665 e 1668 sotto la data simbolica del 1656.

Bibliografia

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  • Aldo Stella, Dall’anabattismo veneto al ‘Sozialevangelismus’ dei Fratelli Hutteriti e all’illuminismo religioso sociniano, Herder, Roma 1996.
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  • Lech Szczucki, Sozzini, Fausto, in DSI, vol. III, pp. 1466-1467.
  • Earl Morse Wilbur, Our Unitarian Heritage: An Introduction To The History Of The Unitarian Movement, The Beacon Press, Boston 1925.

Testi on line

  • Fausti Socini Senensis Opera omnia in duos tomos distincta.Quorum prior continet ejus Opera exegetica & didactica, posterior Opera ejusdem polemica comprehendit, accesserunt quaedam hactenus inedita. Quorum catalogum versa pagina exhibet, Irenopoli, post annum Domini 1656.

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Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2014-2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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