Arcella, Fabio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Fabio Arcella è stato un diplomatico pontificio e vescovo del XVI sec.

Membro di una famiglia di origini piacentine, iscritta nella nobiltà capuana, nacque a Napoli alla fine del XVI secolo. Fu chierico di camera di papa Clemente VII, che il 28 ottobre 1528 lo nominò nunzio e collettore generale del Regno di Napoli, incarico che svolse tra molte difficoltà fino al maggio 1534, allorché fu richiamato a Roma per occuparsi di alcune pratiche riguardanti la Camera Apostolica e sostituito come nunzio a Napoli da Tommaso Caracciolo. Nell'agosto 1535 fu di nuovo nominato nunzio a Napoli, in previsione dell'arrivo nella città di Carlo V, reduce dall'impresa di Tunisi contro il Barbarossa. La sua seconda nunziatura durò fino al febbraio 1537, allorché fu sostituito da Francesco Guastaferro. Nominato subito dopo governatore di Bologna, non vi restò oltre il giugno 1537, venendo quindi di nuovo inviato a Napoli in missione straordinaria per raccogliere fondi per la guerra contro i Turchi.
Nel gennaio 1538 fu nominato governatore della Marca. Nel 1540 rientrò a Napoli, occupandosi per conto di papa Paolo III degli affari della famiglia Farnese nel Regno e frequentando gli ambienti valdesiani. Già vescovo di Bisignano nel 1530 al 1537 e dal 1537 al 1542 vescovo di Policastro, nel 1544 fu nominato vicario dell'arcivescovo di Napoli, l'allora quattorcenne Ranuccio Farnese, nipote di Paolo III, dal 1546 cardinale, appena nominato titolare di tale sede arcivescovile e che non poteva risiedervi.
Il 18 gennaio 1549 fu nominato arcivescovo di Capua, e in quanto tale si occupò della repressione antiereticale in un territorio nel quale le nuove idee religiose avevano fatto molti proseliti, tenendo tale arcivescovado fino alla morte avvenuta nel maggio 1564.

Bibliografia

  • Gaspare De Caro, Arcella, Fabio, in DBI, vol. 3 (1961).
  • Processo Morone2, vol. I, p. 809, nota 2.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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