Este, Eleonora d'

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Angela Caterina d’Este, al secolo Eleonora d’Este (1595-1661), fu figlia del duca di Modena e Reggio Emilia Cesare d’Este e di Virginia de’ Medici; sorella della duchessa di Mirandola, Laura d’Este Pico e del frate Giovan Battista d’Este (l’ex duca Alfonso III d’Este).

Entrata in monastero nel 1608, prese i voti nel 1611 cambiando il suo nome in suor Angela Caterina. Venne eletta badessa del monastero di Santa Chiara di Carpi nel 1624 e grazie ad una licenza concessale dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari nel 1627, venne confermata nuovamente per altri tre anni. Nel 1629 venne nominata «commissaria e presidente del monastero», grazie alla intercessione del provinciale dei Minori dell’Osservanza di San Niccolò, da cui il monastero dipendeva. Tornò nel ruolo di badessa dal 1633 al 1636.
Durante il suo mandato la principessa-monaca creò una sorta di piccola corte all'interno del monastero, attorniandosi di fedeli consorelle, le quali, in un certo senso, rivestivano il ruolo di ancelle della nobile. Ma le avversioni ai suoi privilegi non tardarono a manifestarsi: il desiderio della badessa di creare una sorta di culto taumaturgico legato alla figura della fondatrice del monastero (Camilla Pio), fece scaturire qualche frizione con la discendente della beata, Camilla Violante Pio; nel 1629 vennero mosse molte contestazioni al governo monastico di Angela Caterina e varie voci asserirono che all'interno del monastero le monache fossero di facili costumi, mentre venne nominato in qualità di arciprete di Carpi l’abate e protonotario apostolico Ludovico Niccolini da Reggio, poeta e scienziato noto alla «Repubblica letteraria». Altra nomina importante fu quella del fiscale del Sant’Uffizio Orazio Giudici, eletto provicario e personaggio legato alle figure di Angela Caterina, ma specialmente a quella di Alfonso III d’Este (il quale dopo la morte della moglie Isabella di Savoia, prese i voti cappuccini e abdicò in favore del figlio Francesco I nel 1629), che nel 1636 lo spronò ad iniziare una serie di procedimenti penali per maleficio. Il 6 aprile dello stesso anno, infatti, furono arrestati Marsilio Losi e Ginevra Loia con l’accusa di aver affatturato la dama di compagnia della principessina Anna Beatrice (nipote di Eleonora). In seguito fu proposto dal Giudici di prendere in custodia anche Bernardino Bosellino, accusato di sortilegio extragiudizialmente. L’8 aprile si aprì il processo informativo e ciò preoccupò l’Inquisitore di Modena, Giacomo Tinti, che si trasferì subito a Carpi per evitare che l’ex duca si arrogasse diritti in materia di giustizia di fede che non gli competevano. Si iniziò così a reperire informazioni confuse e poco cristalline sugli eventi, che però ebbero come filo conduttore principale l’accusa verso la Loia (persino il Losi, forse per scagionarsi, la additò come principale colpevole). A questo punto il Tinti, fin troppo vessato dal frate Giovan Battista d’Este, il quale voleva tramite il figlio pubblicare un editto che avrebbe permesso al laicato di perseguire streghe e stregoni, dovette ricorrere all’aiuto di Roma e prontamente il cardinal Barberini gli rispose (il 31 maggio) di non far in nessun modo partecipare giudici laici al processo poiché ciò era contrario alle costituzioni pontificie e specialmente non si sarebbe rispettata la clausura delle monache. Tale ordinanza, anche se con qualche difficoltà, fu accolta da un Francesco I restio ad assecondare il padre e di ciò la Sacra Congregazione se ne compiacque. Dopo uno scarso reperimento di prove, comunque, il Tinti scrisse a Roma affermando di aver recepito solo qualche indizio di sortilegio nei confronti del Losi e qualche accusa di rabdomanzia contro il Bosellino (23 luglio). Il 25 ottobre, quindi, il Sant’Uffizio assolse Ginevra dalle accuse (poiché in realtà fu solo una vittima delle minacce del Losi), rilasciò il Losi con un acre ammonizione ed esiliò il Bosellino a discapito del volere del frate cappuccino che invece premeva per una condanna esemplare, che quindi non venne attuata.
Successivamente a questi fatti, nel 1637, si venne a conoscenza di casi di indemoniamento delle monache di Santa Chiara e la stessa Angela Caterina d’Este iniziò a sentirsi male. Di tale reato venne subito accusato l’ex confessore del monastero, fra’ Angelo Bellacappa, ma anche le sorelle Dealta e Ippolita Martinelli. Forse una motivazione latente di tali accuse fu la ricerca di un capro espiatorio per mondare la figura delle monache dalle voci che si erano diffuse sul loro conto e per impedire l’attuazione di un breve papale che avrebbe sottratto alla principessa-monaca, la sua influenza sul monastero: Bellacappa era quindi considerato un problema, poiché il suo ruolo di confessore si scontrava con il potere di Angela Caterina del controllo sulle vite delle consorelle; mentre le Martinelli erano palesemente in contrasto con la badessa.
I primi interventi si dovettero a Giovan Battista d’Este, il quale tramite una licenza della Congregazione dei Vescovi e Regolari, cercò di mobilitare alcuni esorcisti per poter scacciare i diavoli dalle monache ossesse. Il 19 aprile 1638 il Giudici aprì formalmente il fascicolo processuale. Secondo i costituti delle monache, la principale colpevole di questi malefici fu da ricercare proprio nella figura di Dealta Martinelli, la quale avrebbe fatto ammalare (o meglio avrebbe fatto indemoniare) un certo numero di suore. L’isteria di queste ultime si fece più profonda quando, in più occasioni, esse aggredirono la Martinelli accusandola pubblicamente di essere una strega. A tali accuse non sfuggì nemmeno il Bellacappa, il quale venne additato dal neo confessore Giovan Battista Bignardi, come un sollecitante a cose turpi delle donne che in seguito vennero vessate.
Il fiscale del Sant’Uffizio, a questo punto, cercò di far recludere Dealta (che i realtà venne solo isolata per volere del Tinti), Bellacappa e persino Ippolita (questa accusata della morte di una monaca) ed informò l’Inquisitore di Modena della loro colpevolezza, ma le prove erano troppo deboli per confermare le accuse, spesso ottenute forzatamente con l’ausilio di esorcisti (i quali ottenevano informazioni “facendo parlare” i diavoli possessori delle ossesse). Tinti informò allora Roma il 7 maggio, cercando di suggerire alla Sacra Congregazione di utilizzare i metodi del Giudici, forzando i tempi. Il 29 maggio il cardinale Barberini fece un reclamo all’Inquisitore (che arrivò a Tinti solo ai primi di agosto), poiché incorso in due errori gravissimi: aver creduto ai diavoli ed essersi servito di persone non legittimate a procedere. Il Tinti, secondo il Barberini, avrebbe dovuto trasferirsi a Carpi nuovamente e sospendere le azioni del Giudici e degli esorcisti. La linea quindi adottata da Roma fu di autentico controllo del caso, senza che ulteriori notizie sconvenienti potessero circolare nel tessuto cittadino.
In questo lasso di tempo, il 9 maggio Giudici chiese a Tinti di interrogare le monache sollecitate da Bellacappa, nonostante fossero ossesse: senza l’approvazione dell’Inquisitore, il fiscale ascoltò extragiudizialmente la principessa ed isolò Ippolita Martinelli (questa venne assiduamente interrogata ed accusata di reati inverosimili), chiedendo ardentemente l’arresto di Bellacappa. Il giudice della fede, ormai impossibilitato a tergiversare, si trasferì quindi a Carpi. Questi ricevette dai cardinali del Sant’Uffizio qualche informazione sul conto del Giudici: egli, oltre ad essere un laico e sposato, violava la clausura delle monache per farle deporre. Per tutta risposta il Tinti difese il fiscale, asserendo che queste erano solo dicerie dei frati di San Niccolò a cui non credeva. Ciò nonostante, assicurò ai suoi superiori che non avrebbe più fatto ingerire nel caso il provicario.
Una volta ottenuto il controllo del processo, Tinti iniziò ad accogliere il parere di esorcisti quali don Giovan Battista Zanetti, Gregorio Montaguti ed il prevosto della Collegiata di Carpi Cabassi, quest’ultimo intenzionato a consegnare all’Inquisitore un elenco di nominativi che le monache continuavano a pronunziare incessantemente, rivelando l’esistenza effettiva della possessione demoniaca nelle religiose di cui, ovviamente, Dealta e Bellacappa erano i principali sospettati. A tale parere si aggiunse, come conferma, quello del medico Abati che sottolineò il fatto che si trattava di una malattia sovrannaturale (data l’inefficacia delle cure “naturali”).
In un’atmosfera in cui l’Inquisitore di Modena era stretto in una morsa dove da un lato vi erano gli esorcisti e l’ex duca e dall’altro il Barberini, ognuno dei quali imponeva al Tinti il proprio volere, finalmente si ascoltò la deposizione di Angela Caterina: ella asserì che una mattina del 1635 il Bellacappa le offrì un bicchiere di vino, che le fu portato da Ippolita Martinelli; una volta assunta la bevanda, iniziò a sentirsi male e non riuscì a guarire.
Ritornato a Modena, Tinti lesse il reclamo del Barberini ed applicò gli ordini datigli, allontanando gli esorcisti da Santa Chiara. Per tutta risposta il 12 agosto, il Giudici affermò che la sospensione degli scongiuri operati dagli stessi esorcisti aveva fatto peggiorare lo stato di salute delle ossesse. Nel frattempo l’arciprete di Carpi Niccolini iniziava a muoversi in favore dell’indirizzo cardinalizio, proibendo inoltre alle monache ogni contatto con l’esterno, attirandosi le ire del Giudici, della badessa stessa e dell’ex duca Giovan Battista d’Este che lo screditò agli occhi delle Congregazioni romane.
Spostatosi il processo a Modena ed interrogato il Bellacappa (9 agosto e 4 settembre), Tinti cercò l’ausilio romano per dirimere questa complicata serie di avvenimenti: il 4 settembre Barberini, sempre più convinto del fatto che il vero male fosse nato dalla presenza degli esorcisti, ordinò la nomina di un confessore affinché calmasse le ossesse e l’utilizzo di medici per curare le loro malattie. Rinnovò poi il precetto di vietare agli esorcisti di varcare la soglia del monastero, poiché già alla Congregazione erano giunte voci asserenti la disobbedienza reiterata di questi maestri del culto, tra cui lo stesso Cabassi, delle ordinanze del Sant’Uffizio. Una volta fatti cessare gli scongiuri degli esorcisti, fra Giacomo, il 16 ottobre, lesse una nuova lettera inviata dai cardinali romani nella quale venne ordinato l’immediato rilascio delle sorelle Martinelli per assenza di prove comprovanti il maleficio; l’allontanamento di Cabassi e la nomina di un confessore che calmasse i turbolenti animi delle monache. Scarcerate Dealta e Ippolita, Tinti estromise il Giudici dal caso secondo le ordinanze della Sacra Congregazione ma tale azione fece scatenare le ossesse contro suor Dealta, la quale venne trascinata nel coro del monastero ed immobilizzata, senza cibo né acqua, per 37 ore fino all’ottenimento di una confessione che confermasse le sue presunte colpe. Il 30 ottobre Roma ordinò che le suore vessate venissero isolate al fine di evitare nuovi disordini interni al monastero, mentre l’avvocato difensore del Bellacappa dimostrò la falsità delle accuse di maleficio e sollecitazione poste ai danni del suo protetto (il tutto venne confermato anche da alcune monache il 10 e 12 novembre).
Nel frattempo i cardinali generali inviarono a Carpi il vescovo di Adria, Germanico Mantica, il quale confermò la veridicità dell’indemoniamento delle suore. Ciò fece scaturire la pronta reazione romana, preoccupata delle informazioni ricevute dal Mantica, che avrebbero dato ragione al Giudici ed allo stesso fra’ Giovan Battista d’Este: venne affiancato al vescovo di Adria il commissario don Giovanni Lupi, il quale esautorò il primo e censurò l’operato del fiscale e del debole Inquisitore di Modena. Fatto ciò, i cardinali ordinarono il rilascio delle Martinelli (trasferite poco prima del decesso del Mantica nel 1639 al monastero di Santa Maria Maddalena di Modena) e del Bellacappa, che venne esautorato dalle funzioni di confessore.
Il Sant’Uffizio affidò il tutto, quindi, alle cure del Lupi e del gesuita Giovan Battista Guadagni da Bologna (gennaio del 1639) come amministratore del sacramento della Penitenza per sedare questo enorme caso di isteria collettiva data dalla autosuggestione. Il 15 maggio l’Inquisitore informò Roma della riuscita dell’impresa e la Sacra Congregazione liberò Guadagni dal suo ruolo per sostituirlo con un altro gesuita, padre Giacinto Manara (2 luglio).
Il 22 marzo, nel frattempo, papa Urbano VIII emanò un Breve che affidò la cura del monastero al vescovo Rangoni. Questo, ovviamente, fece sì che Angela Caterina, contraria a tale decisione, venisse allontanata da Santa Chiara e trasferita coattamente al monastero di San Geminiano di Modena: fu ormai appurato il suo ruolo nei disordini del monastero carpigiano come aizzatrice delle sue monache-ancelle e per evitare altri conflitti Roma applicò il trasferimento descritto sopra. In quel luogo ella morirà nel 1661, mentre 19 anni prima l’amministrazione del suo ex convento passerà alla sua rivale Camilla Violante Pio.

Fonti archivistiche

  • Archivio di Stato di Modena (ASMo), Inquisizione, Lettere della Sacra Congregazione romana all’Inquisitore modenese, bb. 254 – 255
  • ASMo, Inquisizione, Processi, bb. 100–103, 107, 108

Bibliografia

  • Grazia Biondi, “Madama mi dispiace a dirvelo, vostra altezza è inspiritata”. Demoni ed esorcisti alla corte di Cesare d'Este, in "Quaderni Estensi", VI, 2014, pp. 154-157 [http://www.quaderniestensi.beniculturali.it/QE6/QE6_contributi_biondi.pdf]
  • Grazia Biondi, Principesse, demoni ed esorcisti in convento. Il monastero di Santa Chiara di Carpi (1636-1639), in Gilberto Zacchè (a cura di), Il principato di Carpi in epoca estense. Istituzioni, economia, società e cultura, (Atti del convegno, Carpi 22-24 ottobre 1998), Bulzoni, Roma, 2002, pp. 273-283
  • Vincenzo Lavenia, I diavoli di Carpi e il Sant’Uffizio (1636 – 1639), in Mario Rosa (a cura di), Eretici, esuli e indemoniati nell’età moderna, Olschki, Firenze, 1998, pp. 77-139

Uno speciale ringraziamento a Grazia Biondi

Article written by Luca Al Sabbagh | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]