"Dominae fortunae suae"
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La forza trasformatrice dell’ingegno femminile

A cura di Laura Antonella Piras

«La dissidenza fa paura, è rivelatrice, manifesta rifiuti e speranze»
(Duby, Perrot 1991, p. 10)

Il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere è un dato ancor oggi poco conosciuto e sottostimato. Rivolgere uno sguardo all’attività intellettuale femminile che vada oltre i ruoli e gli schemi prefissati in cui le donne furono ingabbiate sin dall’antichità e che tenga conto, in primis, del talento personale è un impegno che oggi più che mai risulta necessario per l’acquisizione di una piena consapevolezza delle proprie origini storiche e sociali. È solo in tempi recenti, con gli sviluppi dell’antropologia e della storiografia ma, soprattutto, per merito dell’intensa attività di riscoperta portata avanti dal movimento delle donne, che molti nomi di artiste, filosofe, scrittrici, mediche e scienziate, eclissati tra le pieghe del tempo, stanno tornando alla luce. Grazie a questi fermenti culturali si sta riuscendo pian piano a ricostruire quel panorama così vario, complesso e stratificato, che è quello dell’attività dell’ingegno femminile.
Il progetto si inserisce in questo orizzonte di ricerca ed è finalizzato alla realizzazione di profili biografici di tutte le donne che, a partire dal X secolo e per tutta l’età moderna, riuscirono a distinguersi nei diversi ambiti del sapere, mettendo in atto significative forme di resistenza al sistema di valori costruito e tramandato, attraverso i secoli, dalla cultura maschile. L’obiettivo è quello di contribuire a mostrare le tracce dell’ingegno femminile, in vista di una nuova e diversa cultura generale dell’umano caratterizzata, in particolare, da una presenza (e un’azione) delle donne non circoscritta all’ambiente domestico e familiare. Il metodo e la prospettiva adottati permettono di dare alle loro esistenze e alle loro opere un significato non solo cronologico, ma culturale e storico, di ridefinire meglio alcuni concetti e contenuti consolidati attraverso secoli di silenzio e di rivalutare alcuni aspetti della società, della spiritualità, della cultura, dell’arte e della scienza.
L’attività intellettuale delle donne mostra un’autonomia e un’originalità della quale vale senz’altro la pena analizzare le forme e gli effetti. Lo studio delle opere permette di cogliere le modalità attraverso le quali esse introiettarono i modelli che i direttori spirituali o maestri di sapere imponevano loro e le immagini di sé che gli uomini producevano e diffondevano. Si può pertanto osservare il rifiuto di una realtà riconosciuta nella sua incongruenza e analizzare le tattiche di resistenza poste in atto, le strategie di valorizzazione di sé sviluppate e i contropoteri istituiti. Emerge prepotentemente la volontà di essere presenti nel mondo e di potervi agire liberamente, dimostrando agli uomini che la diversità femminile, vissuta come una minaccia o letta come indicatore di inferiorità, è in realtà una vera e propria ricchezza.
È a partire dal Medioevo che le donne iniziarono a far sentire la propria voce e a «porre le basi di quelle rivendicazioni di parità e uguaglianza che sono ancora oggi oggetto di battaglie dall’esito tutt’altro che scontato». (Ferruccio Bertini 1981, p. VI). Idegarda di Bingen, ad esempio, pur non mettendo in discussione la sottomissione della donna rispetto all’uomo, affermò l’interdipendenza reciproca fra sessi e, rispondendo a San Paolo che sosteneva che la donna fosse creata per l’uomo e non il contrario, affermò: «la donna è stata creata per l’uomo, e l’uomo è stato foggiato per la donna» (Ildegarda di Bingen 1978, pp. 302-303). Christine de Pizan dal canto suo, sconfessò apertamente molti stereotipi maschili riguardo alle donne: l’inclinazione al male e al peccato, la debolezza fisica e la fragilità intellettuale, difendendo strenuamente la dignità dell’ingegno femminile.
Le donne, presto, iniziarono ad associarsi e a realizzare delle vere e proprie «controculture», che rivendicavano la partecipazione al mondo intellettuale e proclamavano il diritto al rispetto e all’espressione di sé, al pensiero e al sentimento. È il caso dei gruppi di trovatrici che contribuirono alla nascita della lirica in lingua volgare, attraverso la collaborazione e la protezione di grandi donne di potere come la regina Eleonora d’Aquitania o la viscontessa Ermengarda di Narbona, o delle beghine che a partire dal XII secolo realizzarono delle vere e proprie comunità femminili, rivendicando la libertà di vivere e di esercitare la propria religiosità senza intermediazioni di ordine sociale, religioso o politico. Si pensi, inoltre, alle “preziose” che, durante la seconda metà del Seicento, affermarono con forza il diritto di esercitare il proprio ingegno e di farsi produttrici e divulgatrici di sapere. Un ruolo particolare, nel XVIII secolo, ebbero -soprattutto in Francia e in Inghilterra- le giornaliste, mosse dalla volontà di esercitare in maniera indipendente la propria professione. Molte di loro riuscirono a pubblicare giornali per proprio conto, come Mary de la Rivière, che nel 1709, sotto pseudonimo, fu la prima a fondare e a dirigere personalmente un giornale, il «Female Tatler», ma fu ben presto arrestata e ridotta al silenzio.
La parola delle donne, che non mancò di suscitare fra i contemporanei stupore o ammirazione, accrebbe la diffidenza nei loro confronti e portò a un’esigenza di controllo maggiore da parte dei detentori del sapere e del dire, perché:

«Pensare, dire che si pensa è un avviarsi verso la dissidenza; per istruirsi, bisogna ricorrere a qualche stratagemma; per parlare, occorre associarsi e lottare contro le canzonature maschili; per scrivere, si deve restare anonime; per una vita più felice, bisogna leggere e allearsi con altre per convincere l’uomo che la sua grossolanità è difficile da sopportare. […] Avere spirito è cosa piacevole, ma servirsi pubblicamente della propria intelligenza è una «dissidenza», uno scarto il cui prezzo da pagare è spesso doloroso, un esercizio che le donne tenteranno, nonostante tutto, con piacere, mortificate come sono dal loro essere fuori-cultura». (Duby, Perrot 1991, p. 399)

Così, nel Rinascimento, Isotta Nogarola fu costretta a dimostrare la propria verginità per poter essere ammessa a parlare in pubblico, e i costumi sessuali di Gaspara Stampa divennero sospetti quando ella si permise di esibire la complessità della propria soggettività femminile e di rovesciare una tradizione consolidata. Nel XVIII secolo, Eliza Haywood, direttrice del giornale «Female Spectator» (1744-1746) fu pesantemente diffamata dai suoi concorrenti maschi, perché invidiosi dell’enorme successo riscosso dalla sua testata, mentre M.me de Baumer fu costretta a fuggire dalla Francia perché le idee sul rispetto reciproco fra sessi che propugnava nel suo giornale (il «Journal des Dames») costituirono, per le autorità, un affronto alla pubblica morale.
Non fu un’impresa semplice, per queste donne, sperimentare modelli di comportamento diversi da quelli generalmente riconosciuti come socialmente accettabili e farsi portatrici di una vera e propria coscienza trasformatrice. L’atto rivoluzionario di rendere pubblica la propria testimonianza non di rado costò loro la vita. Emblematico è il caso di Margherita Porete che, nel 1310, fu condannata al rogo per aver scritto un libro considerato terribile e pericoloso, Lo specchio delle anime semplici, che, posto ai suoi piedi, bruciò insieme lei. Gli inquisitori non videro in quest’opera l’invito all’elevazione dell’anima, ma vi lessero un’istanza sovversiva e una via verso un’emancipazione inaccettabile.
Le donne accolte in questa sezione, seppur lontane dal punto di vista storico e geografico, sono tutte accomunate dall’aver combattuto, a costo della condanna o addirittura della vita, per affermare la volontà di essere padrone del proprio destino, tutelare la propria dignità personale e intellettuale e difendere la propria libertà di pensiero. Una dissidenza, la loro, guidata semplicemente da «una brama ansiosa di una vita piena e santa nella sua libera esplicazione». (Eugenio Garin 1980, p. 11).

BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO

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LISTA DELLE VOCI DELLA SEZIONE

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]