Costantini, Domenico

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Domenico Costantini (Reggiolo 1728 - ?) è stato membro dell’Oratorio di San Filippo Neri di Reggio Emilia (dal 1754); revisore dei conti per il suo Oratorio (nel 1773 per l’anno precedente e nel 1775 per i due anni antecedenti); ministro e procuratore dello stesso (nel 1775); prefetto, bibliotecario e ricevitore di opinioni (nel 1776). Era stato confessore della sua Congregazione (oltre che di altri monasteri cittadini) e processato una prima volta per sollicitatio ad turpia e sortilegi malefici dal tribunale locale dell’Inquisizione di Reggio Emilia (tra il 1771 e il 1772) e per concubinato e mala gestione del denaro dell’Oratorio dalla corte episcopale (tra il 1778 e il 1779).

Il 7 luglio 1771 era pervenuta a Ippolito Maioli, vicario generale del vescovo, una lettera di una certa Agata Gorisi richiedente un abboccamento per scaricare la propria coscienza. Il 5 agosto il confessore della donna (don Antonio Artoni) si era presentato come suo delegato davanti al vicario per denunciare alcuni reati vertenti l’adescamento di penitenti. Il chierico posto in giudizio era il padre Domenico Costantini, confessore della Gorisi dal 1765, accusato di aver indotto la donna a discorsi lascivi, a rapporti carnali e alla negazione di determinati dogmi (quali la transustanziazione, la morte e resurrezione del Salvatore, la verginità di Maria e, in ultimo, la veridicità dell’inferno).
Molte erano state le donne menzionate quali testimoni degli atti disonesti riportati sopra. Tra queste vi era Marianna Friggeri che aveva aggiunto alle accuse di lascività anche dei forti sospetti di quietismo nel suo costituto del 10 settembre 1771 (secondo la donna il Costantini le avrebbe detto durante la confessione sacramentale che non vi era peccato nella liceità carnale con le proprie penitenti).
A seguito di questa testimonianza il vescovo Giovanni Maria Castelvetri (1750–1785) aveva inoltrato alla Sacra Congregazione romana del Sant’Uffizio la ricezione delle denunce (il 28 settembre). Quest’ultima aveva ordinato l’arresto del filippino solo nel caso in cui altre testimonianze ai suoi danni fossero pervenute. Grazie a tali avvenimenti il Costantini, ancora in libertà, aveva minacciato la Gorisi affinché venisse scritta una lettera comprovante la rettitudine dell’oratoriano. Il rifiuto della donna pose nuovamente il Costantini sotto una nuova denuncia da parte del padre Artoni, che ora figurava come delegato dell’Inquisitore locale Carlo Giacinto Belleardi. Il vescovo, infatti, aveva ceduto al magistrato della Fede l’intera istruttoria a causa della parentela che legava una delle vittime (la Friggeri) col vicario episcopale (il Maioli era suo zio).
Una nuova testimonianza era pervenuta alla corte inquisitoriale da parte della Gorisi il 10 maggio 1772: il filippino sarebbe stato il capo di una setta satanica in cui venivano profanate le particole consacrate, sacrificati animali e esseri umani (tra questi una certa Marianna Corghi di tre anni, il cui sangue sarebbe stato utilizzato per siglare il patto demoniaco), negata la Fede cattolica ed invocato il demonio per mezzo di una sregolata attività sessuale. Tuttavia questa deposizione sarebbe stata considerata dall’Inquisizione una sorta di topos già visto in altri casi limitrofi e, di conseguenza, poco plausibile.
Nonostante il 28 settembre 1771 la Sacra Congregazione avesse ordinato l’arresto del Costantini, la decisione era stata ritrattata il 16 maggio 1772 vietando al Belleardi di porre il fermo al sospettato. Ancora una volta il filippino avrebbe potuto sfruttare questa occasione per sfuggire al perseguimento giudiziario, e così fece obbligando la Gorisi (sotto minacce di morte) alla ritrattazione il 10 giugno 1772. La donna ormai rassegnata dovette inoltrare una missiva al vescovo, il 26 agosto 1772, nella quale avrebbe ritrattato ogni sua affermazione ai danni dell’oratoriano e si sarebbe auto denunciata quale colpevole di falsa testimonianza. La rettifica venne nuovamente presentata anche all’Inquisitore locale il 16 giugno 1773. Nel frattempo il Costantini si autodenunciò il 29 luglio 1772 davanti al Sant’Uffizio locale non tanto per contrizione ma per mantenere candido il suo Ordine, facendo concludere il caso con delle mere penitenze salutari.
Negli anni successivi il filippino era riuscito a scalare il suo personale cursus honorum all’interno dell’Oratorio, diventando revisore dei conti. Ciò gli aveva permesso di gestire i denari del suo Ordine e solo in questa occasione i suoi confratelli si erano accorti che parte di questo contante era andato nelle tasche di una nota meretrice chiamata Antonia Grattoni Lasagni, detta la “Bollatora”.
Il 30 ottobre 1778 la comparsa spontanea di Teresa Sereni al tribunale episcopale, aveva confermato la frequentazione lasciva del Costantini con la Lasagni. Tali incontri erano avvenuti nella casa di Geltrude Sereni (suocera della denunciante), la quale otteneva in cambio una quota di tre lire da parte del religioso. Altri testimoni confermarono a più riprese la trasformazione di quel luogo in una “casa chiusa” per favorire gli scambi sessuali dei due “amanti”, facendo fulminare l’interdetto al Costantini da parte del vescovo, il 26 novembre 1778, che gli avrebbe vietato qualsivoglia frequentazione con la Lasagni.
Nonostante il provvedimento preso dal vescovo di Reggio Emilia, il filippino aveva continuato ad avere rapporti con la Lasagni e nel 1779 molte erano state le testimonianze pervenute al nuovo vicario episcopale, Andrea Rota, comprovanti tali frequentazioni. In aggiunta altre denunce avevano attestato vari rapporti carnali avvenuti tra l’oratoriano e altre donne tra meretrici conclamate e maritate (erano state trovate molte lettere d’amore anonime, a cui in seguito era stata data una paternità autoriale allo stesso sospettato grazie ad un esame forense avvenuto il 7 giugno 1779). Ciò aveva permesso l’incarcerazione del religioso il 13 giugno 1779 e la sua esclusione dall’Oratorio da parte del Prevosto di San Filippo Neri, Paolo Rovesti, il 14 giugno.
Altre testimonianze ai danni dell’oratoriano erano pervenute nei mesi seguenti, tra le quali quella di un certo Natale Motta che aveva riferito al magistrato una lite furibonda tra il religioso e il maggiore Fabbri, il quale lo aveva colto in flagranza mentre copulava con la Lasagni. Tale violento contrasto era stato sedato dal conte e ufficiale Grisanto Calcagni, superiore in grado al Fabbri.
Il primo luglio e il 14 luglio 1779 venne interrogato il Costantini, il quale confermò le sue malefatte e riconobbe il suo grave errore.
Tre giorni dopo il vescovo ricevette un supplica di scarcerazione da parte dell’oratoriano, la quale venne concessa. La causa si concluse per il Costantini con l’esilio dalla città, l’ammonizione di carcerazione per sei mesi e una penale di 50 scudi romani, qualora non avesse rispettato il volere episcopale.

Fonti

  • Archivio di Stato di Modena (ASMo), Inquisizione, Processi, Contra Dominicum Costantini, b. 239bis.
  • Archivio di Stato di Modena (ASMo), Congregazioni soppresse, Filippini, Ordini e Decreti di Monsignor Vescovo Castelvetri Visitatore dellegato dal Sommo Pontefice, per lettera della Sacra Congregazione delli 20 Giugno 1777, con auttorità straordinaria amplissima, b. 2408, f. 36.
  • Archivio Diocesano di Reggio Emilia (ADRe), Processi criminali vescovili, Processi criminali Sacra Inquisizione (1650 – 1786), Contra Dominicum Costantini, b. 95.
  • Archivio Diocesano di Reggio Emilia (ADRe), PP. Filippini e Gesuiti, Atti visita, b. n.n., c. 68r.
  • Archivio Segreto Vaticano (ASV), Sacra Congregazione dei Vescovi e Regolari, Registra Episcoporum, b. 222.

Bibliografia essenziale

  • Luca Al Sabbagh, Tra satanismo e reato sessuale. Il caso di Domenico Costantini nella Reggio Emilia del tardo XVIII secolo, in «Nuova Rivista Storica», CII, 1/2018, pp. 193–204.
  • Giuseppe Orlandi, La Fede al vaglio. Quietismo, satanismo e massoneria nel Ducato di Modena tra Sette e Ottocento, Aedes Muratoriana, Modena, 1988, pp. 41–71.

Article written by Luca Al Sabbagh | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]