Bretti, Domenico de' (Domenico d'Amorotto)

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Domenico de' Bretti (detto Domenico d'Amorotto) (?-1523) è stato un uomo politico e fuorilegge attivo nel Ducato estense e nello Stato della Chiesa nel primo quarto del XVI secolo.

Primo dei tre figli di Amorotto de' Bretti, oste del paese di Carpineti nella montagna reggiana, secondo alcune fonti (riconducibili alla generazione successiva ai fatti) iniziò la propria carriera criminale uccidendo in giovane età un nemico politico, nascondendosi nelle valli appenniniche e raccogliendo intorno a sé altri banditi e facinorosi.
Nel 1510, in seguito alla rottura della Lega di Cambrai e alla formazione di una nuova coalizione antifrancese, papa Giulio II entrò in scontro con il proprio vassallo Alfonso I d'Este, duca di Ferrara, alleato della Francia e propenso a continuare la guerra contro Venezia. Dichiarata guerra al Ducato estense, Giulio II conquistò Modena e Mirandola e mosse contro Reggio e contro Parma, città controllata dalla Francia; fu durante il primo fallito tentativo di conquista di queste due città che Domenico de' Bretti si schierò dalla parte del pontefice aizzando le popolazioni della montagna nell'intento di destabilizzare i territori contesi. Due anni più tardi, al momento dell'effettiva conquista di Reggio da parte dell'armata papale, Amorotto de' Bretti e i figli Domenico, Vitale e Alessandro furono premiati con l'assegnazione perpetua degli introiti derivanti da dazi, gabelle e ospizi dovuti dal distretto di Carpineti alla Camera apostolica.
Forte del favore del papa, da quel momento Domenico tentò di ampliare il proprio potere ritagliandosi uno spazio nei delicati equilibri politici di una città travagliata dalla guerra civile fra la parte ghibellina, sostenitrice del nuovo governo ecclesiastico e capeggiata dalle famiglie Scaioli e Zoboli, e quella guelfa, legata alla corte di Ferrara e guidata dalla famiglia Bebbi.
Dopo la morte del governatore Giovanni Gozzadini, ucciso nel duomo di Reggio il 28 giugno 1517 in una congiura di parte guelfa, giunse in città il fiorentino Francesco Guicciardini. Domenico de' Bretti diede subito una dimostrazione della propria forza militare al nuovo governatore: raccolto un piccolo esercito (alcune fonti parlano di 400 uomini) calò dalle montagne preceduto da voci che parlavano di un possibile attacco alla città. Giunto la sera del 23 luglio in prossimità delle mura di Reggio, presidiate da una milizia civica formata appositamente dal governatore, Domenico deviò verso Modena portando i propri seguaci in un possedimento dei ghibellini Scaioli e negando ogni intenzione di attaccare la città.
Questo episodio segnò l'inizio di uno scontro destinato a durare per tutto il governatorato di Guicciardini. Il fiorentino, di nascita aristocratica e formato alla scienza di governo, percepiva il potere del montanaro come un arbitrario esercizio di violenza e un potenziale pericolo per la stabilità di una città pervasa da profonde fratture politiche; per questo inviò subito al cardinale legato di Bologna, Giulio de' Medici, la prima di una lunga serie di inefficaci richieste di rimozione di Domenico da ogni incarico.
Nei due anni successivi lo scontro fra le fazioni reggiane vide una recrudescenza che culminò, nell'estate del 1518, in un colpo di mano della parte guelfa per tentare di sollevare la città contro il governo papale e in una lunga serie di omicidi e razzie reciproche; tanto che Guicciardini si vide costretto a costituire nuovamente una milizia cittadina e a emanare una grida contro l'uso di canzoni e simboli riconducibili al linguaggio delle fazioni. Negli stessi mesi Domenico, approfittando del momento politico convulso, si mosse con particolare libertà colpendo i propri nemici sul territorio reggiano e sconfinando ripetutamente in quello modenese, dove si scontrò con la fazione guelfa di Cato da Castagneto, e in quello parmense, dove subì una rotta da parte dei Pallavicini.
Il 14 luglio 1519, dopo mesi di minuziosi preparativi, Guicciardini giunse a far sottoscrivere a centinaia di seguaci delle parti una pace generale destinata a reggere – almeno all'interno delle mura di Reggio – per tutta la durata del mandato del governatore. Nonostante la sottoscrizione della pace, tuttavia, Domenico e i suoi seguaci continuarono a seguire il filo delle proprie attività: furti e taglieggiamenti ai danni dei sudditi estensi nel Frignano e in Garfagnana, scontri con gli avversari interni in territorio reggiano.
Nell'estate 1520 Guicciardini, dopo aver sventato una congiura volta a colpire lui e il fratello Iacopo, ottenne dal cardinale de' Medici l'ordine di consegna del castello di Carpineti da parte di Domenico. Questi, dopo una prima resistenza, cedette accettando un incarico nella guarnigione di Bologna, ma trascorso un brevissimo periodo rientrò a Carpineti e riconquistò il castello grazie a un cunicolo precedentemente scavato sotto alle mura.
Dichiarato «hostem et rebellem […] Sanctae Romanae Ecclesiae» e assediato dalle truppe di Lazzaro Malaspina e Armaciotto de' Ramazzotti, inviate dal governatore di Bologna Bernardo Rossi, Domenico cedette rapidamente la rocca; tuttavia le condizioni della resa, giudicate troppo favorevoli al carpinetano, suscitarono vive proteste da parte di Guicciardini. Anche in questa occasione Guicciardini, ipotizzando un accordo segreto fra Bernardo Rossi, Lazzaro Malaspina, Armaciotto de' Ramazzotti e Domenico de' Bretti, sollevò il problema dei limiti posti alla propria autorità e autorevolezza dall'esistenza di figure come Domenico, tollerate – se non direttamente sostenute – dalla Chiesa benché estranee per ruolo, metodi e obiettivi alla compagine di governo cittadina.
Poche settimane più tardi, in seguito al sospetto coinvolgimento di Domenico in ulteriori trame, Guicciardini ottenne un nuovo mandato per abbattere le case del montanaro e catturarlo. Nella breve latitanza di Domenico risultò evidente la difficoltà del governatore nel controllare un territorio morfologicamente e antropologicamente tanto diverso dalla città: Domenico, sfruttando la superiore conoscenza delle valli e le proprie connessioni politiche e famigliari, riuscì non solo a sfuggire alla cattura, ma anche a screditare i soldati del governatore comparendo in luoghi pubblici e scomparendo prima dell'arrivo dei balestrieri, rimarcando così la propria forza agli occhi dei seguaci prima di consegnarsi spontaneamente e ottenere il perdono delle autorità.
Un dettaglio legato a questo episodio rivela la percezione dei rapporti di forza presso la popolazione. Il 27 febbraio 1521 Guicciardini, scrivendo ad Alessandro Malaguzzi, sottolineò la propria disapprovazione per l'uso del termine «pace» nel cappello introduttivo al bando emesso nei confronti delle persone coinvolte nei disordini: un termine che evidenziava una errata percezione del ruolo degli attori dato che «tra superiore [Guicciardini] et subditi [i Bretti] non si dimanda pace, ma gratia et perdonanza. La pace è tra li equali».
Nel dicembre 1521, in conseguenza della morte di papa Leone X, i territori periferici dello Stato della Chiesa entrarono in agitazione e nelle montagne di Reggio e di Modena si acutizzò un conflitto acceso da anni: quello fra i ghibellini reggiani filopapali, capitanati dai fratelli Bretti, e i guelfi modenesi filoestensi, guidati dai fratelli Cato e Virgilio da Castagneto. Lo scontro fra i due schieramenti incendiò entrambi i versanti della montagna per un anno e mezzo, mettendo in allarme le autorità cittadine incapaci di contenere la violenza fazionaria.
L'episodio più drammatico di questo conflitto ebbe per teatro Fanano, base operativa dei da Castagneto, dove il 15 agosto 1522 i reggiani saccheggiarono il borgo uccidendo il leader Cato, un suo figlio sacerdote e una ventina di seguaci. In conseguenza di questo colpo sferrato alla fazione avversaria, i Bretti raggiunsero nei mesi successivi l'apice della propria potenza: anche grazie all'appoggio di Alberto Pio da Carpi, Domenico fu nominato commissario della montagna reggiana e Vitale podestà di Castelnuovo, principale podesteria del distretto. In quel periodo – come risulta anche dalle lettere di Ludovico Ariosto, commissario estense in Garfagnana – Domenico tentò di svincolarsi dalla fedeltà esclusiva al papa per avvicinarsi ai duchi di Ferrara e ampliare la propria sfera d'influenza sui territori estensi.
Nel frattempo la guerra fra Virgilio da Castagneto, subentrato al fratello alla guida della fazione guelfa, e i Bretti si inasprì fino a portare a un'inevitabile resa dei conti. Lo scontro finale, avvenuto in una località della montagna modenese fra i paesi di Riva e Montese il 5 luglio 1523, decapitò entrambi gli schieramenti: nella battaglia, infatti, morì Virgilio da Castagneto, mentre Domenico de' Bretti, ferito, fu intercettato da truppe guelfe mentre tentava di rifugiarsi in una rocca ghibellina e ucciso.
L'eventuale ruolo di Guicciardini in questo epilogo, oggetto di speculazioni già fra i contemporanei, rimane oscuro: se nelle sue lettere degli anni precedenti non mancano i progetti per eliminare Domenico con mezzi estranei alla giustizia, persino coinvolgendo il nemico Alfonso I d'Este, non esistono prove del suo coinvolgimento nella battaglia del luglio 1523. Il fiorentino giudicò la morte di Domenico «utilissima», «una grande occasione di reducere quella povera montagna di Reggio in qualche conditione tollerabile», ma negò espressamente di aver fornito aiuto logistico o militare ai guelfi.
Nel settembre del 1523, due mesi dopo la morte di Domenico, le truppe estensi riconquistarono Reggio e nel febbraio dell'anno successivo il nuovo governatore, Enea Pio, catturò e uccise Vitale de' Bretti mettendo fine all'azione politica della famiglia.
Il lungo conflitto fra Francesco Guicciardini e Domenico de' Bretti è – oltre che una vicenda interna al governo reggiano – un episodio di scontro fra differenti culture del potere: urbana, centripeta e “alta” quella del fiorentino, periferica, centrifuga e “bassa” quella del carpinetano. Inoltre, i silenzi e gli inviti alla moderazione del cardinale legato Giulio de' Medici sono la spia di una strategia di dominio perseguita dalle alte sfere dello Stato della Chiesa: nell'impossibilità di controllare i territori periferici, e specialmente quelli montuosi, con gli ordinari mezzi di governo, lo Stato scelse di delegare una parte della propria autorità a poteri de facto già consolidati nelle zone più difficili.

Fonti archivistiche

  • Archivio di Stato di Reggio Emilia (ASRe), Carteggio degli Anziani.
  • ASRe, Provvigioni del comune.
  • ASRe, Recapiti alle riformagioni.

Fonti a stampa

  • Carlo Baja Guarienti, La «historia o cronica» di Bagnone Cartegni (1515-1523): una fonte inedita per la storia di Reggio, in «Atti e memorie della Deputazione di Storia Patria per le Antiche Provincie Modenesi», Serie XI, vol. XXXVI, 2014, pp. 1-20.
  • Giambattista Bebbi, Reggio nel Cinquecento. Le guerre civili fra guelfi e ghibellini del secolo XVI, a cura di Carlo Baja Guarienti, Antiche Porte, Reggio Emilia 2007.
  • Francesco Guicciardini, Lettere, a cura di Pierre Jodogne, Istituto Storico Italiano per l'Età Moderna e Contemporanea, Roma 1986-2004.
  • Tommaso Lancellotti, Cronaca modenese, «Monumenti di storia patria delle provincie modenesi - Serie delle cronache», tomo II, vol. I, Fiaccadori, Parma 1862.
  • Guido Panciroli, Storia di Reggio, trad. di Prospero Viani, Reggio Emilia, 1846.

Bibliografia essenziale

  • Carlo Baja Guarienti, Il bandito e il governatore. Domenico d’Amorotto e Francesco Guicciardini nell’età delle guerre d’Italia, Viella, Roma 2014.
  • Carlo Baja Guarienti, Il bandito e la sua gente. Appunti su fuorilegge e comunità in Età moderna, in Storie di invisibili, marginali ed esclusi, a cura di Vincenzo Lagioia, Bononia University Press, Bologna 2012, pp. 169-179.

Article written by Carlo Baja Guarienti | Ereticopedia.org © 2019

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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