La Matina, Diego

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Diego La Matina (Racalmuto, 1622 – Palermo, 17 marzo 1658) è stato un frate agostiniano, condannato a morte dall'Inquisizione di Sicilia.

Biografia

Arrestato con l'accusa di banditismo nel 1644, fu condannato alle galere. Si autodenunciò al Sant'Uffizio probabilmente per fuggire il servizio delle galere, ma senza successo. Riuscì tuttavia a fuggire durante la rivolta di Giuseppe d'Alessi del 1647, ma poco dopo fu catturato, rimandato alle galere e quindi dal 1649 rinchiuso nelle segrete dell'Inquisizione di Palermo. Esasperato dalla lunga prigionia e dalle torture, il 24 luglio 1657 colpì violentemente alla testa con un ferro da tortura l'inquisitore Juan López de Cisneros, causandone la morte dopo alcuni giorni di agonia.

Diego La Matina fu giustiziato durate l'autodafé celebrato a Palermo il 17 marzo 1658.

Echi letterari

La sua vicenda è stata resa celebre dall'attenzione resagli da Leonardo Sciascia per essere stato l'unico prigioniero dell'Inquisizione ad esser riuscito a uccidere il suo inquisitore, Juan López de Cisneros. Attorno al suo caso fiorirono anche diverse leggende popolari, riprese in un romanzo di Luigi Natoli, pubblicato con introduzione dello stesso Sciascia.

Bibliografia

  • Girolamo Matranga, Racconto Dell'Atto Pvblico Di Fede Celebrato In Palermo A dicisette di Marzo dell'Anno che ancor dura, Bua, Palermo 1658
  • Luigi Natoli, Fra Diego La Matina, introduzione di Leonardo Sciascia, Flaccovio, Palermo 1975
  • Maria Sofia Messana, La vicenda carceraria di fra’ Diego La Matina, in «Incontri Mediterranei», 3, 2002, pp. 176-193
  • Maria Sofia Messana, La Matina, Diego, in DSI, vol. 2, p. 866
  • Leonardo Sciascia, Morte dell’Inquisitore, Einaudi, Torino 1964
  • Vittorio Sciuti Rossi, Gli uomini di tenace concetto: Leonardo Sciascia e l'inquisizione spagnola in Sicilia, La vita felice, Milano 1996

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]