Il pregiudizio antimeridionale dal '700 ai giorni nostri

Recensione di Antonino De Francesco, La palla al piede. Una storia del pregiudizio antimeridionale, Feltrinelli, Milano 2012, 254 pp.

Quaderni eretici | Cahiers hérétiques, 3, 2015: http://www.ereticopedia.org/rivista

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Il libro di De Francesco concilia un titolo molto ad effetto e promozionale (cosa assai di moda ai giorni nostri anche nei saggi degli storici di professione) con una impostazione molto tradizionale ed un'analisi serrata e puntigliosa (anche se non esaustiva), il che è senza dubbio meritorio, per i tempi che corrono: l'autore non cade in semplificazioni eccessive (anche se qualche banalizzazione puntualmente non manca) e presenta al lettore un quadro storico complesso e mutevole, dalla fine del Settecento ai giorni nostri, anche se dominato dal ripresentarsi insistente, con caratteristiche simili, dello stesso fenomeno: il pregiudizio antimeridionale, la caratterizzazione dell'Italiano del Sud come inaffidabile, indisciplinato, violento, passionale e impulsivo, fedifrago e corrotto etc etc. Il tema non è certo nuovissimo e le fonti utilizzate sono limitate: essenzialmente, i giornali di maggior impatto, la letteratura, il teatro, il cinema. Tuttavia il disegno è ben costruito ed i nove capitoli del libro si integrano bene tra loro. Le diverse (a dire il vero non molto) articolazioni del pregiudizio antimeridionale dalla fine del '700 ai giorni nostri sono ben contestualizzate nelle vicende politiche che fecero loro da sfondo. L'autore si muove infatti tra storia culturale e storia politica ed evita di percorrere i terreni dell'antropologia e della sociologia, così come quello della psicologia storica. Qualche articolato accenno comparativo ad altri contesti storici e/o geografici avrebbe senz'altro contribuito a rendere il quadro più interessante e stimolante. L'impressione ricavata da questo libro è che l'antimeridionalismo si ripresenti sempre uguale a se stesso, con gli stessi argomenti grossolani e toni razzistici, pur se piegato all'utilità politica del momento. Esso appare essenzialmente come una costruzione dall'alto, il che in parte è vero. Ma questo presupposto impedisce all'autore di addentrarsi efficacemente sulle radici storiche delle incomprensioni tra "meridionali" e "settentrionali", che hanno portato alle reciproche diffidenze e alle tensioni tra le due Italie. L'ostilità infatti è stata spesso (purtroppo) reciproca, anche se i meridionali l'hanno subita molto di più sulla loro pelle perché più spinti, per necessità, a spostarsi dalle loro regioni e dunque interagire con i settentrionali in una condizione di inferiorità e debolezza dovuta allo spaesamento e alla condizione di immigrati. Inoltre - e questo spesso è dimenticato - l'Italia del XIX e XX sec. non ha vissuto solo della dicotomia tra Nord e il Sud, data la presenza di un'Italia centrale con una sua caratterizzazione identitaria abbastanza forte e comunque distante sia dal Nord che dal Sud. La Sardegna, poi, ha sempre costituito un mondo a parte. Per non parlare del fatto che ci sono meridionali e meridionali così come settentrionali e settentrionali. E così come un veneto è molto diverso da un milanese o da un torinese, un napoletano, un siciliano e un calabrese non sono la stessa cosa. Appare perciò banalizzante contrapporre in modo rigido un blocco di Italiani del Nord ad uno di Italiani del Sud, senza tener troppo conto delle differenziazioni interne. De Francesco (che è di origine calabrese per parte di padre) si concentra principalmente su napoletani e siciliani (con qualche sporadico accenno ai calabresi) e costruisce l'identità meridionale, bersaglio dei critici e denigratori settentrionali e stranieri, essenzialmente su questi due tipi. Come ha osservato Fulvio De Giorgi, questa scelta appare "drastica e non priva di conseguenze sul senso, sulle forme e sulle articolazioni della ricostruzione complessiva" ed "impedisce il chiaroscuro e lo studio di importanti varianti"1.
Il pregiudizio antimeridionale, in questa ricostruzione, nasce alla fine del Settecento, e sono determinanti le esperienze dei visitatori stranieri che facevano tappa a Napoli e a Palermo nel quadro del Grand Tour che allora andava di moda tra i rampolli delle élites, ma le divisioni e le discordie tra gli "italiani" risalgono a molti secoli più addietro, com'è ben noto sono state una costante della Penisola nelle sue vicende medievali e moderne. D'altro canto queste differenziazioni interne appaiono relativizzate dal fatto che a lungo è esistito ed esiste tutt'oggi all'estero un pregiudizio anti-italiano, che non fa troppe distinzioni tra Italiani del Sud, del Nord del Centro o delle Isole, anzi spesso gli Italiani sono accostati nelle loro caratterizzazioni negative ad altri popoli del Sud dell'Europa o del bacino mediterraneo (questo chi vive da italiano all'estero lo sa bene). Ed allora un approccio maggiormente comparativo, insieme a uno sguardo più profondo rivolto al mondo globalizzato odierno, sarebbe stato molto utile all'autore, forse più utile che ripercorrere le orme dei "soliti" Vincenzo Cuoco e Pasquale Villari.

Si sono passati in rassegna alcuni limiti di questo lavoro, attribuibili anche al fatto che l'autore si è trovato costretto a sintetizzare una complessa storia che attraversa tre secoli e che egli aveva l'ambizione di raccontare in modo decisamente innovativo (sulla riuscita del proposito persiste qualche dubbio) in un libro di 250 pagine. Ciò non toglie che nel complesso si tratti di un contributo utile, interessante e stimolante per gli studi a venire, che ci si augura riescano a superare con più slancio e scioltezza la vecchia, stanca e ormai parecchio usurata tradizione del "meridionalismo piagnone"2, che aiutino a meglio contestualizzare il passato e invoglino al contempo a guardare al futuro del Paese con più propositività e voglia di superare le antiche contraddizioni e contrapposizioni.

(Daniele Santarelli)

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]