Dante

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Dante Alighieri (Firenze, maggio/giugno 1265 - Ravenna, 13/14 settembre 1321) è stato un poeta, filosofo e uomo politico.

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Biografia

Figlio di Alighiero di Bellincione di Alighiero e di Bella, apparteneva ad una famiglia della piccola nobiltà fiorentina, ormai decaduta; un trisavolo di Dante, Cacciaguida, ricordato con devozione e orgoglio dal poeta nei canti dal XV al XVII del Paradiso, era stato creato cavaliere da Corrado III di Svevia ed era morto nel corso della Seconda Crociata. Il padre Alighiero pare conducesse attività finanziarie definite di carattere usurario da Forese Donati, nella celebre tenzone intrattenuta con Dante; sulla obiettività delle accuse contenute in essa è del resto necessario avanzare molte riserve.
Dante affrontò la propria formazione culturale nella Firenze della fine del tredicesimo secolo. Ebbe probabilmente come maestro di retorica Brunetto Latini, come si evincerebbe dal canto XV dell’Inferno, ed ebbe modo di approfondire le proprie competenze di carattere teologico e filosofico, come apprendiamo dal Convivio, presso le celebri scuole che gli ordini mendicanti organizzarono in città.
Nella sua giovinezza, Dante partecipò in modo attivo alla vita politica della città, sia come cavaliere (nella battaglia avvenuta il giorno 11 giugno 1289 nella piana di Campaldino, nella quale i guelfi fiorentini sfidarono con successo i ghibellini aretini), sia come uomo politico, svolgendo tale attività in diversi organi del comune, fino all’accesso alla magistratura del priorato nel corso dell’anno 1300. Pur appartenendo alla piccola nobiltà, Dante aveva potuto prendere parte alla vita politica comunale iscrivendosi ad una corporazione di mestiere, specificamente all’Arte dei medici e degli speziali conformemente a quanto prescritto dalle leggi allora vigenti (una provvisione del 1295), mitigate rispetto all’ispirazione fondamentale degli ordinamenti antimagnatizi di Giano della Bella (1293). Proprio mentre Dante era priore, si accendevano sempre più gli antagonismi tra i guelfi di parte bianca, cui il poeta stesso apparteneva, e quelli di parte nera, fautori di una politica convergente con le mire del pontefice Bonifacio VIII, presso il quale Dante venne in seguito inviato quale ambasciatore (1301). Durante l’assenza di Dante da Firenze, i guelfi neri presero il sopravvento in città e diressero un’azione contro i principali esponenti della parte avversa; Dante fu accusato di baratteria e in seguito condannato all’esilio perpetuo e alla morte qualora fosse caduto in mano del Comune fiorentino (1302). Terminava così, con l’esilio da cui non sarebbe più tornato, il periodo in cui Dante accompagnò il proprio impegno politico ad una intensa partecipazione alla vita letteraria fiorentina del tempo, che lo vide diventare il più significativo esponente dei nuovi poeti del Dolce Stil Novo, in particolare con la redazione del prosimetro intitolato Vita Nuova.
In un primo tempo Dante si unì agli altri esuli guelfi bianchi nello sforzo di rientrare in città, ma ben presto avvertì divergenze insanabili che lo condussero ad una posizione strettamente individuale. Ai primi anni dell’esilio risalgono la produzione del De vulgari eloquentia e del Convivio, rimasto incompiuto. In queste opere, come nella Monarchia, di più dubbia datazione, e nella molto tarda Quaestio de aqua et terra, la cui attribuzione dantesca è stata peraltro vigorosamente contestata da Bruno Nardi, Dante diede prova delle proprie competenze in materia linguistica, metafisica, etica, fisico-cosmologica e di filosofia politica. Del resto, di queste e di altre conoscenze nutrì la redazione della sua opera maggiore, la Divina Commedia, che lo impegnò fin quasi al termine della sua vita.
Al lungo e doloroso periodo dell’esilio appartengono molteplici esperienze quale uomo di corte presso diversi signori in Toscana e nell’Italia settentrionale, in particolare presso Cangrande della Scala a Verona e Guido Novello da Polenta a Ravenna, città in cui lo colse la morte nel 1321.

Ortodossia o eterodossia di Dante

La vessata questione dell’ortodossia o dell’eterodossia di Dante è assai complessa e riposa su molteplici controversie nonché su svariate proposte ermeneutiche del pensiero e dell’opera del divino poeta, spesso connesse con accese passioni politiche o religiose.
I fattori fondamentali che delineano la questione e che a lungo diressero e ancora oggi dirigono gli atteggiamenti di base sul tema sono da una parte la chiara volontà di Dante di aderire alla fede cattolica e di presentarsi e percepirsi come un autore essenzialmente cattolico, dall’altra parte quello che potrebbe definirsi l’acceso anticlericalismo del poeta e il suo spiccato pauperismo ecclesiologico. La considerazione unilaterale ed esclusiva di uno di questi due fattori hanno spesso condotto molti esegeti del pensiero dantesco, ma anche moltitudini di lettori appassionati, a considerare come incontrovertibile dato di fatto la limpida ortodossia dantesca o, all’opposto, la realtà che Dante debba essere considerato come un precursore della riforma protestante, se non anche del libero pensiero. La contrapposizione fondamentale è dunque tra un Dante cattolico e un Dante anticattolico, tra un Dante fondamentalmente ossequioso della potestà petrina e un Dante antipapista, il cui antipapismo è talora causa e talora effetto di posizioni teoriche eterodosse. In tale scenario, sia sul fronte cattolico sia in quello anticattolico si sono trovati esegeti inclini all’una o all’altra interpretazione, sicché in entrambi i fronti il poeta ha trovato accesi sostenitori e feroci denigratori.
In questo contesto, si sono accese discussioni su quali potessero essere considerati segni inequivocabili dell’ortodossia o dell’eterodossia di Dante.
Una tappa fondamentale nella storia della questione è stata indubbiamente la lettera In praeclara summorum, undicesima enciclica di papa Benedetto XV e datata 30 aprile 1921. Questo documento pontificio, redatto in occasione delle celebrazioni del sesto centenario della morte del divino poeta, ha indotto e forse in alcuni casi vincolato gli studiosi d’ispirazione cattolica ad aderire alla tesi per loro favorevole a Dante, ossia quella della sua ortodossia e dell’utilità del suo studio per l’incremento e la diffusione della fede e in particolare del tomismo. Si legge infatti nell’enciclica:

Nato in un’epoca nella quale fiorivano gli studi filosofici e teologici per merito dei dottori scolastici, che raccoglievano le migliori opere degli antichi e le tramandavano ai posteri dopo averle illustrate secondo il loro metodo, Dante, in mezzo alle varie correnti del pensiero, si fece discepolo del principe della Scolastica Tommaso d’Aquino; e dalla sua mente di tempra angelica attinse quasi tutte le sue cognizioni filosofiche e teologiche, mentre non trascurava nessun ramo dell’umano sapere e beveva largamente alle fonti della Sacra Scrittura e dei Padri.

E, più avanti:

In verità Noi riteniamo che gl’insegnamenti lasciatici da Dante in tutte le sue opere, ma specialmente nel suo triplice carme, possano servire quale validissima guida per gli uomini del nostro tempo.

In un passaggio ulteriore, Benedetto XV scioglie la questione dell’apparente antipapismo di Dante:

Per la verità, l’Alighieri ha una straordinaria deferenza per l’autorità della Chiesa Cattolica e per il potere del Romano Pontefice, tanto che a suo parere sono valide tutte le leggi e tutte le istituzioni della Chiesa che dallo stesso sono state disposte.

E ancora:

Ma, si dirà, egli inveì con oltraggiosa acrimonia contro i Sommi Pontefici del suo tempo. È vero; ma contro quelli che dissentivano da lui nella politica e che egli credeva stessero dalla parte di coloro che lo avevano cacciato dalla patria. Tuttavia si deve pur compatire un uomo, tanto sbattuto dalla fortuna, se con animo esulcerato irruppe talvolta in invettive che passavano il segno, tanto più che ad esasperarlo nella sua ira non furono certo estranee le false notizie propalate, come suole accadere, da avversari politici sempre propensi ad interpretare tutto malignamente.

Tanto che si deve osservare che

per quanto si scagliasse nelle sue invettive veementi, a ragione o a torto, contro persone ecclesiastiche, però non venne mai meno in lui il rispetto dovuto alla Chiesa e la riverenza alle Somme Chiavi.

Benedetto XV, con una sintesi inequivocabile, stabilisce poi che

avendo egli basato su questi saldi principi religiosi tutta la struttura del suo poema, non stupisce se in esso si riscontra un vero tesoro di dottrina cattolica; cioè non solo il succo della filosofia e della teologia cristiana, ma anche il compendio delle leggi divine che devono presiedere all’ordinamento ed all’amministrazione degli Stati.

Il pontefice conclude con questa esortazione:

E voi, diletti figli, che avete la fortuna di coltivare lo studio delle lettere e delle belle arti sotto il magistero della Chiesa, amate e abbiate caro, come fate, questo Poeta, che Noi non esitiamo a definire il cantore e l’araldo più eloquente del pensiero cristiano. Quanto più vi dedicherete a lui con amore, tanto più la luce della verità illuminerà le vostre anime, e più saldamente resterete fedeli e devoti alla santa Fede.

Non può quindi stupire che, così esortati dal romano pontefice, molti studiosi cattolici si adoperassero per dimostrare la fedeltà di Dante all’ispirazione tomista e l’assenza dalla sua opera della macchia di ogni eresia; ci si spingeva a riconoscere al più nelle affermazioni dei versi 8 e 9 del canto XI dell’Inferno un misconoscimento della verità dell’infallibilità papale. Tale dogma infatti, formalizzato solo nel diciannovesimo secolo dal Concilio Vaticano I, appartiene, secondo la dottrina cattolica, al deposito di fede che dal tempo degli apostoli attraversa i secoli. Del resto, fin dal primo millennio la sede romana amava sottolineare la purezza dottrinale riscontrabile presso i vescovi di Roma, in contrapposizione ai non pochi eretici che si sono succeduti sulla cattedra costantinopolitana.
Gli assertori di una figura intellettuale dantesca meno improntata al tomismo o all’ortodossia cattolica in generale continuarono a vedere le prove delle proprie posizioni non solo nel pauperismo e nel più o meno acceso antipapismo, ma anche nelle affermazioni a detta di taluni di sapore averroistico che attraversano la Monarchia. La natura più o meno averroistica di talune affermazioni dantesche resterà verosimilmente a lungo oggetto di dibattito, ma occorre riconoscere che in effetti mostra una scarsa armonia con il complesso della dottrina cattolica la tesi dantesca per cui il genere umano nel suo complesso opera costantemente e complessivamente l’attuazione di tutta la potenza dell’intelletto possibile, proprio come la materia attua costantemente tutta la propria potenza accogliendo sempre in sé tutta la molteplicità delle forme.
Del resto, anche le critiche mosse dal domenicano Guido Vernani da Rimini alle argomentazioni filosofiche della Monarchia già durante il quattordicesimo secolo (nel De reprobatione Monarchiae) sono testimonianza di una precoce perplessità del mondo intellettuale cattolico nei confronti del pensiero dantesco. La dura reprensione di Guido Vernani esibisce infatti una diversa concezione del rapporto tra grazia e natura e del ruolo della provvidenza, nonché una differente considerazione del ruolo della filosofia, emergenti tra il domenicano riminese e il poeta fiorentino. Queste divergenze dottrinali di fondo rendono testimonianza di concezioni che percorrono interamente il tessuto argomentativo della Monarchia e che difficilmente si possono conciliare con il consueto contesto filosofico in cui si inseriscono le dichiarazioni dottrinali cattoliche, e tomistiche in particolare, in tema di grazia, di natura, di provvidenza e di destinazione dell’umano vivere e dell’umano consorzio. In primo luogo, quando Dante distingue due fini per ogni singolo individuo umano, uno soprannaturale consistente nella beatitudine eterna e uno naturale che si ottiene praticando le virtù morali e intellettuali, introduce un tema che imbarazza i difensori dell’ortodossia. Dante stabilisce infatti che esiste un fine umano e una relativa beatitudine che sono quasi del tutto sottratti all’azione soprannaturale della grazia e opera una dicotomia etica nella considerazione della vita umana difficilmente conciliabile con l’antropologia cristiana. In secondo luogo, quando Dante passa a considerare la naturalità e la necessità dell’Impero, accetta l’idea che la divina provvidenza operi nel campo della storia non secondo il criterio di una libertà assoluta e trascendente, ma attraverso un sistema caratterizzato dal determinismo e dal meccanicismo proprio delle leggi naturali. In terzo luogo, in Dante l’esercizio della filosofia garantisce la perfezione e la beatitudine sia all’individuo (per quanto riguarda il suo fine naturale), sia all’umano consorzio, il quale conosce unicamente un fine naturale e non un corrispondente fine sovrannaturale; ciò attribuisce alla filosofia un ruolo che può detenere solamente al prezzo di una surrettizia distinzione di fini naturali per il singolo uomo e per il genere umano, laddove la dottrina cattolica esibisce un solo fine, che riguarda la vicenda di ogni singolo uomo, e che è soprannaturale e conseguito attraverso l’azione della grazia e la mediazione della Chiesa. Le critiche di Guido Vernani toccano quindi lucidamente concezioni fondamentali della Monarchia difficilmente conciliabili con l’ortodossia.
Nel clima delle discussioni seguite alla divulgazione dell’enciclica In praeclara summorum, nacquero inoltre le ben note dispute degli anni Trenta del Novecento tra padre Giovanni Busnelli, gesuita sostenitore del tomismo di dante, e Bruno Nardi, che tendeva a rintracciare in altre fonti, soprattutto albertine, il principio di posizioni dantesche che sicuramente dovevano essere considerate divergenti da quelle di Tommaso d’Aquino. Bruno Nardi però fece assai più che fornire un’immagine un po’ meno tomistica e un po’ più albertina, scotiana e avicenniana della filosofia dantesca. Nardi infatti ravvisò nella dottrina della creazione mediata, da lui attribuita a Dante, un innegabile e fondamentale principio teologico e filosofico intrinsecamente eterodosso. Per quanto in seguito altri interpreti, come Attilio Mellone, abbiano attribuito alla dottrina dantesca della creazione una fisionomia concorde all’insegnamento della fede cattolica, la posizione nardiana è rimasta a turbare le menti e gli spiriti, a volta anche in area cattolica. Nardi ritiene infatti che sia chiaro e inequivocabile che Dante attribuisca ai cieli, mossi dalle intelligenze angeliche conformemente alla volontà divina, la funzione di creare nella loro specificità le forme che si vedono attuarsi nel mondo sublunare. Le forme delle cose, e pertanto le cose naturali stesse, non sarebbero così più una diretta creazione di Dio, bensì una creazione operata conformemente alla volontà divina (esercitando una determinazione dell’originaria indivisa divina potenza creatrice) dai cieli, strumento delle intelligenze angeliche che li muovono. La critica di Nardi è dunque radicale: Dante sarebbe fondamentalmente eretico proprio in un punto teologicamente e filosoficamente centrale del proprio pensiero, ossia quello della libera e diretta creazione del mondo da parte di Dio. Si sa infatti come nel neoplatonismo avicenniano si sostenga che Dio, causa unica ed essenzialmente connotata dal carattere dell’unità, non può che creare un solo effetto, dal quale derivano poi a cascata altri effetti che sono cause a loro volta di realtà inferiori, tanto che il dator formarum del mondo sublunare è l’intelligenza che presiede al cielo della Luna. I luoghi danteschi da cui sembrerebbe emergere la dottrina della creazione mediata sono molteplici, e in particolare nel Convivio i passi II 5, 12-14; III 4, 10; III 14, 2-6; III 15, 15; IV 1, 8; nella Monarchia i passi II 4, 3; III 6, 6; III 13, 2-3; nel Paradiso i passi II 118-138; III 87; VII 67-72; VII 133-141; VIII 97-111; XIII 52-87; XIX 28-30; XX 76-78; XXIII 19-21.
La critica nardiana è dunque di particolare forza e rimane una sfida aperta e potente per chiunque voglia sostenere la perfetta e inequivocabile ortodossia cattolica dell’opera dantesca.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]