Cantù, Cesare

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Cesare Cantù (Brivio, 5 dicembre 1804 – Milano, 11 marzo 1895), è stato uno storico, letterato e politico italiano.

Giovinezza e formazione

Cesare Cantù nacque il 5 dicembre 1804 a Brivio, da una famiglia proveniente dalla modesta (seppur in ascesa) borghesia brianzola. Il nonno Ignazio, dopo una breve carriera militare, aprì un «piccolo negozio di pizzicaruolo e caffettiere», attività che poi passò al figlio Celso, il quale non riuscì ad evitare un dissesto economico dovuto ad investimenti azzardati. Nonostante questo, al giovane Cesare è data la possibilità di iniziare, dal 1815, gli studi presso il ginnasio barnabita “S. Alessandro” di Milano, istituzione che avrebbe dovuto avviarlo alla carriera ecclesiastica, immediatamente rifiutata perché poco rispondente al «carattere suo franco e nemico della schiavitù». Il giovane Cantù ebbe come maestro il professor Giambattista De Cristoforis, vicino al gruppo dei romantici milanesi e collaboratore del Conciliatore, sulle cui pagine pubblicò un'importante recensione agli Inni Sacri di Manzoni.
Terminato il periodo di studi al “S. Alessandro”, si candidò per l'ammissione al “Collegio Ghislieri” di Pavia, ma venne respinto probabilmente a causa di una reprimenda subita mentre era studente a Milano per diffusione di «opinioni proscritte». Tuttavia, l'ordinamento scolastico austriaco non prevedeva il possesso di titoli legali per l'insegnamento nei ginnasi e perciò, da 1824 al 1827, Cantù ricoprì la cattedra di grammatica presso il ginnasio di Sondrio. Risale a questo periodo la vera formazione intellettuale del giovane, il quale si dedica ad ampie e diversificate letture, tra cui l'intera collezione dei Classici italiani, le Antiquitates di Ludovico Antonio Muratori e l'Historie des répubbliques italiennes di Simon de Sismondi, opera messa all'indice dalla giurisdizione austriaca ma ampiamente e clandestinamente letta da gran parte degli intellettuali lombardo-veneti. Ed è proprio su questo testo che il giovane Cantù matura la convinzione, alimentata per tutta la vita, della necessità di piccole patrie municipali e repubblicane come espressione più autentica della fisionomia statale italiana. Da questo interesse storico-politico nasce probabilmente il poemetto in ottave (diviso in quattro canti) Algiso, pubblicato a Como nel giugno del 1828 e avente come tema la lotta dei comuni lombardi contro Federico Barbarossa. Lo studio della storia con una particolare attenzione verso il patriottismo, impegna Cantù nella scrittura della Storia della città e della diocesi di Como, opera in due volumi redatta tra il 1829 e il 1831.
Questo lavoro, nonostante risenta di una certa inesperienza giovanile, rappresenta il primo tratto originario di un disegno che Cantù vorrebbe più completo e variegato, ovvero una storia dell'intera Lombardia. Le coordinate preliminari di questo progettato disegno vengono espresse nel volume Sulla storia lombarda del secolo XVII. Ragionamenti per servire di commento ai Promessi Sposi (1832) e nell'articolo, pubblicato sull'Indicatore l'anno seguente, Parini e il suo secolo. Secondo l'idea espressa da Cantù i comuni lombardi avrebbero creato un'ottima società civile che i successivi governi spagnoli ed austriaci hanno corrotto. Tuttavia le forti identità municipali permettono, grazie anche ad un'importante coesione popolare («Abbiate di mira il popolo e la nazione, non i soli re e i così detti eroi, e piacerete al popolo e alla nazione», scriveva in Sul romanzo storico. Lettera di un romantico del 1831), una costante rinascita dello spirito civile lombardo, alimentata dal ruolo educatore dei letterati e di cui Parini risulta essere l'esempio più alto. La posizione decisamente antiaustriaca costò a Cantù la reclusione (dal 15 novembre 1833 all'11 ottobre 1834) senza alcuna condanna pendente, ma solo per essere sospettato di appartenere al gruppo dei cospiratori della Giovane Italia.

Maturità e polemiche

Trascorso il periodo di detenzione, Cantù fu interdetto all'insegnamento e per sostenere le proprie necessità materiali si dedica pienamente all'attività di collaboratore di periodici e consigliere di librai, accentuando – da questo momento in poi – la sua tendenza di letterato di opposizione. La maggior parte dei suoi contributi relativi a questo periodo vengono pubblicati sul Ricoglitore italiano e straniero, nelle cui colonne esprime spesso giudizi ed opinioni dal taglio molto aspro, polemico e moralistico. La particolarità di questo tono, sostanzialmente diverso da quello di altri letterati di tendenza moderata o democratica perché improntato soprattutto su posizioni clericali e conservatrici, fa rimanere Cantù nella posizione di indiziato da parte del governo austriaco («Mi trovo incolpato non più di azioni ma di pensieri…pensieri puramente speculativi»).
Sempre più isolato per le sue idee, si dedica alla scrittura di quattro libri per l'infanzia (1836-37), riscontrando da una parte la carenza di un prodotto librario del genere nel contesto editoriale lombardo e dall'altra assecondando la propria passione pedagogica, approfittando anche della possibilità di poter dare concretizzazione alle sue convinzioni culturali sfruttando un codice letterario percepito come 'innocuo'. Contemporaneamente attende alla scrittura del suo più importante romanzo storico, Margherita Pusterla, composto tra il 1835 e il 1836, ma pubblicato soltanto nel 1838 a causa dei veti posti dalla censura. Il romanzo, caratterizzato da forti toni antiaustriaci, si pone in netta contrapposizione al modello manzoniano, dal momento che la narrazione spesso insiste su un'esasperazione dei temi dell'orrido e della crudezza. La fama di Cantù, nonostante le sue posizioni aspre ed eterodosse, cresceva costantemente, tanto da farlo diventare un letterato di successo ed un organizzatore culturale di assoluto riferimento.
In questo periodo stringe rapporti con Giovan Pietro Vieusseux e Giuseppe Pomba e quest'ultimo, puntando sulla notorietà di Cantù e fidandosi delle sue qualità di storico e letterato, propone al dissidente brianzolo la compilazione di una Storia universale: il lavoro, pubblicato a Torino tra il 1838 e il 1846, fu promosso da una campagna pubblicitaria inedita per quei tempi e risultò essere una delle opere storiche più lette in Italia fino ad almeno l'inizio del XX secolo. L'opera tratta la storia politica della società umana dalla creazione fino ai tempi contemporanei (diciotto volumi), offrendo anche diversi compendi su legislazione, arte della guerra, archeologia, geografia, letteratura, filosofia, religione, biografie di uomini illustri (sedici volumi). Nel disegno programmatico di Pomba, Cantù doveva limitarsi ad offrire non una rielaborazione della sterminata materia, ma essenzialmente una 'cucitura' di brani tratti dalle più accreditate opere italiane e straniere che trattavano quelle materie. In questo modo il lavoro finito doveva configurarsi come una grande enciclopedia, prodotto effettivamente inedito nel panorama editoriale italiano di quel tempo. Se l'opera ebbe un grande successo editoriale, piena di riserve fu l'accoglienza critica: Cantù venne accusato da più parti sia di imprecisione metodologica nel trattamento delle fonti (Aurelio Bianchi Giovini lo indicò – Sulla storia universale di Cesare Cantù, Milano, 1846, pp. 11-12 – come un plagiatore reazionario) che di impostazione retrograda. Gli elementi che molto probabilmente hanno permesso di giudicare retrograde le posizioni di Cantù sono da rintracciarsi nei proemi delle varie sezioni della Storia universale, all'interno dei quali lo storiografo esplicitava senza riserve la sua adesione alle idee clericali e conservatrici, nella polemica contro la concezione illuministica e liberale della storia (il «linguaggio di Dio» reputato superiore al «linguaggio de' mortali») e la negazione dello Stato moderno elaborato dalle riforme settecentesche e napoleoniche.
Intorno agli anni '40, Cantù viene progressivamente isolato dagli esponenti liberali della cultura lombarda e risale anche a questo periodo la rottura dei rapporti con Manzoni. Nel frattempo portava avanti la personale polemica antiaustriaca, tanto che nel luglio del 1847 venne ammonito dalla polizia. Gli atti di repressione austriaci si concretizzarono anche in un tentativo di arresto il 21 gennaio 1848, operazione non portata a termine dal momento che lo storico ebbe il tempo di organizzare la fuga a Torino. Rientra a Milano per partecipare alle Cinque giornate, dando un forte contributo pubblicistico nel quale continua ad insistere sui temi dell'autonomismo municipale lombardo attestandosi, contestualmente, su posizioni antipiemontesi. Dopo un breve esilio in Svizzera, torna nuovamente a Milano e, contro ogni previsione, si avvicina agli ambienti austriaci, in particolare al viceré Massimiliano d'Asburgo, ricoprendo la carica di consulente culturale (attraverso un decreto governativo viene nominato – contro il parere dei soci – segretario dell'Istituto lombardo).
Nel 1861 venne eletto deputato: in Parlamento, rimanendo fedele alle proprie idee politiche, rappresentò l'opposizione clericale e conservatrice. Si pronuncia più volte a favore della libertà d'insegnamento, in diverse occasioni si batte per porre in primo piano la questione della libertà nell'amministrazione degli affari locali e si oppone alla legge che prevede la soppressione degli enti ecclesiastici e l'incameramento dei loro beni da parte dello Stato unitario. Nel corso della prima metà degli anni '60 è impegnato anche nella scrittura di Eretici d'Italia. Rispetto alle precedenti opere storiografiche, quest'ultimo lavoro (suddiviso in tre volumi e pubblicato a Torino tra il 1865 e il 1866) dimostra una più raffinata maturità da parte dello storico, dal momento che lo studio presenta diversi punti di originalità, sia per qualità di ricerca che per impostazione di problemi. Cantù, nel corso dell'opera, non affronta lo studio delle varie dottrine eterodosse, ma sceglie di impostare la sua ricostruzione storiografica intorno ai contrasti che la Chiesa, garante della tradizione e di una certa gerarchia socio-culturale, ha dovuto affrontare e sanare al suo interno. Per lo storico lombardo la Chiesa svolse sempre una funzione positiva nella storia d'Italia, tanto che il suo merito risulta più evidente se si raffronta con le scelte politiche della nuova classe dirigente postunitaria, rappresentata soprattutto da esponenti come Pica e Crispi.
Nel 1873 viene nominato Direttore dell'Archivio di Stato di Milano: in questa veste si impegna a contrastare lo smembramento per materia delle serie archivistiche e catalogò personalmente i documenti governativi austriaci (comprese le carte prodotte dalla polizia) redatti tra il 1814 e il 1848. Nel 1874 fonda l'Archivio storico lombardo, periodico dedicato agli studi storici sulla Lombardia. L'agiatezza data dall'incarico gli permette di attendere alla scrittura dell'opera Della indipendenza d'Italia. Cronistoria, pubblicata a Torino dal 1872 al 1877 e che riporta nuovamente l'autore al centro delle polemiche date in gran parte da contrasti politici. La Cronistoria ribadisce ancora una volta (ed in maniera più organica) il rifiuto di Cantù del panorama politico e culturale a lui contemporaneo: lo storico lombardo critica duramente i rappresentanti del potere costituito, mentre mostra simpatie per chi ha dovuto soccombere alle logiche di governo, come per esempio Cattaneo o Garibaldi. Contestualmente prosegue i suoi studi sulla cultura lombarda (già consolidati nei libri dedicati a Parini – 1854 – e a Beccaria – 1862 – ), dedicando, nel 1879, un saggio a Monti.
Nel suo ultimo scritto pubblicato in vita (Un ultimo romantico, apparso sulla Nuova Antologia del 16 ottobre 1893), ribadiva ancora una volta la sua totale sfiducia verso il XIX secolo, esprimendo il rimpianto di non aver vissuto nei tempi in cui dominava la Chiesa e i piccoli Comuni prosperavano forti delle loro identità municipali: «Concedasi ad un romantico riverire l'inviolabilità della famiglia, l'autorità della Chiesa, la libertà morale e quella di pregare».
Muore a Milano, novantunenne, l'11 marzo 1895.

Bibliografia di riferimento

  • Marino Berengo, Cesare Cantù scrittore autobiografico, in “Rivista Storica Italiana”, 82, 1970, pp. 714-735
  • Marino Berengo, Cantù, Cesare, in DBI, vol. 18 (1975)
  • Benedetto Croce, Storia della storiografia italiana nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1947, pp. 197-207
  • Francesco De Sanctis, La scuola cattolico-liberale e il Romanticismo a Napoli, Einaudi, Torino 1953, pp. 213-245

Testi di Cesare Cantù on line

Article written by Mario Cianfoni | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]