Cecco d'Ascoli

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Francesco Stabili, detto Cecco D’Ascoli (Ancarano, 1269? – Firenze, 16 settembre 1327), è stato un astronomo, astrologo, professore universitario e poeta medievale.

Biografia

Nasce ad Ancarano probabilmente intorno al 1269 da Simone degli Stabili e vive ad Ascoli Piceno presso Porta Romana, dove trascorre gli anni della giovinezza. La sua popolarità gli valse la fama di prodigioso alchimista e negromante, per cui, già a pochissima distanza dalla morte, si diffusero numerose leggende sui suoi poteri magici, dovuti non solo allo straordinario acume, ma anche a un miracoloso Libro del Comando che Cecco avrebbe ricevuto in dono dagli spiriti infernali. Secondo il Castelli, tale volume corrisponderebbe al codice Laur. Plut. 40.52 contenente L’Acerba, uno dei manoscritti recanti l’opera più preziosi per corredo iconografico, e che sarebbe incatenato a un banco della biblioteca Laurenziana di Firenze. Altri singolari progetti risalenti agli anni giovanili sarebbero l’allagamento della vallata del Tronto per portare il mar Adriatico fino alle mura ascolane, la riparazione della via Salaria e la costruzione di quello che, ancora oggi, è detto “Ponte di Cecco” realizzato, secondo la leggenda, in un’unica notte con l’aiuto del Diavolo.
A parte questi racconti non comprovati da fonti storiche, ma vivissimi tuttora nella tradizione orale marchigiana, poco si conosce di attendibile in merito agli anni ascolani dello Stabili. Le uniche testimonianze per questo primo periodo sono racchiuse in due documenti: una carta del 16 settembre 1296 nella quale un dompnus Franciscus Stabilis è investito dal vescovo Bongiovanno di Ascoli della carica di chierico e prebendato delle chiese di S. Maria e S. Massimo di Lanciacuta a Castorano, e un altro documento, datato al 1297 e conservato presso l’Archivio del Comune di Amandola, contenente una querela di un certo dompnus Beneventus, priore del monastero di S. Leonardo al Volubrio, contro Francisscus Stabilis, definito laycus, per dei maleficia contro un tale Brocardino. Questo secondo documento, tuttavia, non prende in considerazione l’investitura di Cecco come chierico attestata nella carta precedente, per cui le due notizie sono probabilmente da riferire a due personaggi omonimi. Resta ancora da appurare se tra il 1296 e il 1297 la presenza di Cecco ad Ascoli Piceno fosse occasionale o frutto di una residenza stabile e continuativa.
La formazione dello Stabili riguarda soprattutto l’astronomia, l’astrologia e la medicina, discipline che avrebbe appreso probabilmente ad Ascoli e in seguito alla permanenza presso la celebre Scuola medica Salernitana, di cui però non si possiedono testimonianze attendibili. Nel maggio 1318 egli si trova sicuramente a Bologna, dove poi risulta stipendiato come docente di astronomia presso lo studium cittadino tra il 1321 e il 1322. Il gesuita Appiani, che per secoli fu la fonte privilegiata dalla quale i biografi ricavarono le notizie sulla vita dell’ascolano, sostiene che Cecco, prima di intraprendere la carriera di professore a Bologna, fu al servizio di papa Giovanni XXII ad Avignone e successivamente a Firenze nella prima decade del ’300, città nella quale egli avrebbe conosciuto Dante personalmente prima che questi fosse esiliato. La biografia del gesuita, redatta a secoli di distanza dalla morte dell’ascolano e inserita dal Bernino nella sua Historia di tutte l’heresie, non cita alcun documento per cui, ad oggi, non si possiede nessuna traccia attendibile sui luoghi in cui lo Stabili abbia intrapreso la propria formazione né sulle sue peregrinazioni prima di approdare a Bologna.
Lo stesso dicasi in merito al rapporto tra Cecco e Dante, reso celebre non solo dai frequenti attacchi contro il fiorentino contenuti ne L’Acerba, ma anche dalle allusioni di Cecco ad un carteggio tra i due. Sulla reale esistenza della corrispondenza si è espresso l’umanista cinquecentesco Angelo Colocci il quale, nei suoi appunti dichiara di aver visionato personalmente i sonetti fra i due poeti, che inizialmente sarebbero stati legati da un sentimento di amicizia. All’Appiani dobbiamo la leggenda che vede Dante e Cecco coinvolti in una disputa sul potere dell’istinto o dell’abitudine. L’aneddoto riporta che Dante, avendo ammaestrato un gatto a reggere una candela, sia stato sopraffatto dall’ascolano quando questi liberò due topi in presenza all’animale: il gatto immediatamente lasciò cadere la candela per rincorrere i topi, dimostrando la superiorità delle tesi di Cecco secondo le quali l’animale, in ossequio ai propri istinti, non sia capace di essere addomesticato mediante la consuetudine. La storiella era nota ancora ai primi del Novecento anche in Umbria, dove essa si diffuse per via orale senza che fossero indicati i nomi dei due protagonisti, sotto l’influsso della vicinanza con Ascoli.
Negli anni dell’insegnamento a Bologna Cecco compone la sua prima opera, ovvero il Commentarium al trattato De Sphera dell’astronomo inglese John Holywood (Giovanni Sacrobosco). Il 16 dicembre del 1324 questo scritto gli costa una prima condanna da parte dell’inquisitore domenicano Lamberto da Cingoli per le teorie astrologiche in contrasto con la Fede e perché Cecco vi include un oroscopo di Cristo. A causa della condanna, Cecco viene rimosso dal suo ruolo di professore, è costretto a consegnare tutti i suoi libri di astrologia, a pagare un’indennità in denaro e a espiare la colpa con la preghiera. Tuttavia, grazie alla popolarità di cui gode fra i suoi studenti, poco dopo viene reintegrato nello studium fino a quando, tra il 1325 e il 1326, è nuovamente rimosso dall’incarico e, secondo una proposta avanzata da Santagata, si lega alla famiglia romana dei Colonna, ai quali sono riservate parole di elogio nelle sestine de L’Acerba. Nello stesso periodo, si sposta a Firenze dove prende servizio presso Carlo duca di Calabria come astrologo e medico di corte. In quegli anni inizia (o prosegue) la composizione de L’Acerba, poema didascalico in sestine (chiamate "mosse" dall’autore) rimasto incompiuto al V libro a causa della condanna di Cecco al rogo. Ne L’Acerba, oltre ai frequenti attacchi polemici contro la Commedia dantesca, sono raccolte nozioni enciclopediche sulla scienza del tempo, riguardanti questioni di etica, astronomia, astrologia, medicina, meteorologia, fisiognomica, nonché un compendio sulla tradizione medievale dei bestiari e dei lapidari moralizzati. Di lui ci restano anche uno sparuto numero di sonetti, alcuni dei quali in corrispondenza col celebre poeta e giurista Cino da Pistoia, il commento all’astronomo arabo Alcabitius De principiis astrologiae, composto quasi sicuramente dopo il commento alla Sphera, e il trattato De eccentricis et epicyclis, questi ultimi scoperti ed editi dal dotto barnabita Boffito. Di incerta attribuzione sono il testo di una profezia a lui attribuita e conservata nel codice Perugino 292 (ma anche nel Vaticano 9049, secondo la testimonianza del Castelli), e il trattato De quodam modo phisionomiae, rinvenuto anch’esso dal Boffito. Le altre opere di cui si ha testimonianza ma che risultano perdute sono: le Praelectiones ordinariae astrologiae habitae Bononiae, che per l’Appiani furono inviate al cancelliere della città di Bologna; i trattati Ratio cognoscendi ex sideribus quidam morbi laethales sint quive non, citato dall’Alidosi, e l’Epistula seu tractatus de qualitate planetarum, a cui Cecco fa riferimento nel commento alla Sphera; le Glossae in Centiloquio Tolomei, che Cecco menziona come di imminente stesura nel commento alla Sphera e che per il Castelli sarebbero custodite nelle biblioteche romane o nella Laurenziana di Firenze; infine, i due scritti De morbis cognoscendis ex aspectu astrorum, probabilmente un commento ai Pronostici di Ippocrate, e il Commentarii in Logicam, quest’ultimo presente, secondo la testimonianza di Pico della Mirandola, nella Biblioteca del Duca di Urbino.
Secondo i resoconti dell’Inquisizione, Cecco era phisicus et familiaris di Carlo di Calabria dal marzo 1327 con uno stipendio di tre once annuali. A luglio dello stesso anno, un messaggero viene inviato a Bologna per ricevere una copia della sentenza di condanna del 1324 e, insieme ad essa, l’Inquisitore Accursio fa trascrivere anche la Sphera, opera che Cecco porterà sul rogo insieme a un altro libro volgare, da identificarsi con L’Acerba. Dopo aver trascorso due mesi in carcere, Cecco viene condannato e arso vivo il 16 settembre 1327. Tra i giudici che si occupano di redigere la condanna risulta stipendiato anche un altro celebre poeta: Francesco da Barberino.
I documenti sulla sua condanna da subito furono copiati e volgarizzati e godettero di una grande diffusione, che ne alterò per sempre il testo originale e, di conseguenza, la possibilità di risalire alle reali cause del suo processo. Il Colocci sostiene di attendere da un suo corrispondente una copia del verbale di condanna di Cecco, cosa che tuttavia non dissipa i dubbi in merito al contenuto del documento e, soprattutto, non esclude la possibilità che lo scritto in questione fosse l’ennesimo volgarizzamento. Tale penuria documentale ha contribuito ulteriormente al diffondersi di notizie inverosimili sulla morte dell’ascolano, leggendaria almeno quanto la sua vita, e al culto di Cecco nei secoli successivi come vittima dell’invidia e dell’inquisizione. Una leggenda popolare vuole che Cecco, salito sul rogo, ascoltasse i capi di accusa contro la sua persona difendendo le proprie idee anche di fronte al supplizio imminente con la frase «L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!». Tale fierezza ha reso Cecco il personaggio ideale anche per alcune opere letterarie, tra cui i romanzi Cecco d’Ascoli di Pietro Fanfani e Io difendo di Bruno Cassinelli, originale scritto nel quale l’autore, nei panni dell’avvocato, stende un’immaginaria difesa dell’ascolano di fronte agli inquisitori fiorentini. Cecco viene ritratto come un eroe, precorritore dei moderni, ingiustamente perseguitato per la convinzione con la quale egli affermava la propria dottrina.
Nella Nuova Cronica Giovanni Villani riporta che Cecco fu inquisito a causa del commento alla Sphera e dell’invidia del celebre medico Dino del Garbo; il panegirista secentesco Alidosi-Pasquali corrobora la tesi del Villani e aggiunge che lo Stabili fu condannato anche a causa dell’inimicizia con Dante e Cavalcanti, notizia che si diffonderà ampiamente anche grazie all’Appiani. Solo a fine ’700 il Tiraboschi dimostrerà l’infondatezza di quest’ultima ipotesi a causa delle incongruenze cronologiche: nel 1327, anno in cui Cecco viene bruciato sul rogo, Dante era già morto da 6 anni. Un’ulteriore tradizione sulla condanna di Cecco viene portata avanti dal Mazzuchelli il quale afferma che Cecco, richiesto dal Duca di Calabria per un oroscopo sulle sorti della figlia Giovanna, abbia predetto per lei un futuro dedito alla lussuria, provocando le ire del Duca e la conseguente persecuzione dell’inquisitore Accursio. Per mettere ordine sui documenti riguardanti la sua condanna bisognerà attendere i lavori di A. Beccaria, che ricostruirà le testimonianze sui biografi di Cecco, stabilendo i pochi dati attendibili tra la copiosa letteratura apologetica, e pubblicherà la sentenza di frate Accursio contro l’ascolano, mostrandone le corruttele dovute alla sua diffusione manoscritta e, dunque, la reale difficoltà nello stabilire quali furono le reali cause che portarono Cecco sul rogo.
L’Acerba e il Commentarium alla Sphera, a causa della condanna, entrano subito nell’indice dei libri proibiti ma iniziano a circolare segretamente già subito dopo la morte del loro autore. Il commento al Sacrobosco, anch’esso incompiuto come l’opera volgare, si legge frammentario nel manoscritto Latin 7337, custodito presso la Bibliothèque Nationale de France e datato al XV secolo, e per intero in tre edizioni a stampa: un incunabolo veneziano del 1499 e due cinquecentine stampate tra Firenze e Venezia nel 1518, le quali contengono il commento di Cecco e di altri autori alla Sphera, ma in cui la posizione riservata allo scritto dell’ascolano è di assoluta preminenza, essendo esso collocato a margine del trattato come materiale esegetico di riferimento. Se si considera che il trattato del Sacrobosco fu il principale manuale scolastico di astronomia fino almeno all’epoca di Galileo, la posizione riservata al Commentarium di Cecco d’Ascoli dimostra quanto la sua fama di dotto astrologo dovesse superare la pesantezza della condanna come eretico.
De L’Acerba possediamo una vasta tradizione manoscritta eterogenea, arricchitasi in tempi recenti grazie a ritrovamenti di nuovi lacerti di testo, cosa che rende difficile, a tutt’oggi, stabilire uno stemma codicum e un’edizione critica attendibile. Inoltre, se si considera la quantità delle edizioni a stampa, l’opera di Cecco eguaglia per numero di impressioni addirittura la Commedia dantesca, con ben 26 edizioni susseguitesi tra il 1473 e il 1550 (12 incunaboli e 14 cinquecentine), tra cui la precocissima princeps stampata a Brescia da Tommaso Ferrando, la cui datazione oscilla tra il 1473 e il 1474. De L’Acerba possediamo anche due commenti antichi: il primo, in latino, appare in numerosi codici dell’opera e si arresta al primo capitolo del libro II. In esso Pflaum riconobbe la mano dello stesso Cecco, ipotesi sostenuta anche da Ciociola recentemente. Il secondo commento, contenuto nel codice Barb. Lat. 4050, è redatto in volgare ed è cronologicamente posteriore al primo, dal quale dipende strettamente dal punto di vista testuale.
Sulla fortuna di Cecco negli autori successivi, molto resta ancora da indagare. Tuttavia, l’esempio più celebre di quanto l’opera volgare dell’ascolano abbia destato ammirazione nei poeti del suo tempo è quello del Petrarca, che fa ampio uso di stilemi de L’Acerba nei Rerum vulgarium fragmenta.

Opere

  • Cecco d’Ascoli, L’Acerba (Acerba etas), a c. di M. Albertazzi, La Finestra, Lavis 2002.
  • Cecco d’Ascoli, De eccentricis et epicyclis, in G. Federici Vescovini, Il ‘Lucidator dubitabilium astronomiae’ di Pietro d’Abano. Opere scientifiche inedite, presentazione di E. Garin, Programma e 1+1, Padova 1988, pp. 367-394.
  • Giuseppe Boffito, Il «De principis astrologiae» di Cecco d’Ascoli novamente scoperto e illustrato, in “Giornale storico della letteratura italiana”, supplemento 6, 1903, pp. 150 ss.
  • The commentary by Cecco d’Ascoli, in L. Thorndike, The Sphere of Sacrobosco and its commentators, University of Chicago Press, Chicago 1949, pp. 343-411.

Bibliografia

  • AA. VV., Atti del primo convegno di studi su Cecco d’Ascoli, Ascoli Piceno, Palazzo dei Congressi, 23-24 novembre 1969, a c. di B. Censori, Giunti Barbera, Firenze 1976.
  • AA. VV., Cecco d’Ascoli: cultura, scienza e politica nell’Italia del Trecento, Atti del Convegno di studio svoltosi in occasione della XVII edizione del Premio internazionale Ascoli Piceno, Ascoli Piceno, Palazzo dei Capitani, 2-3 dicembre 2005, Istituto storico italiano per il Medioevo, Roma 2007.
  • Giovanni Nicolò Alidosi Pasquali, Li dottori forestieri che in Bologna hanno letto Teologia, Filosofia, Medicina & Arti Liberali con li rettori dello studio da gli anni 1000 sino per tutto maggio del 1623, in Bologna, per Nicolò Tebaldini, 1623.
  • Augusto Beccaria, I biografi di maestro Cecco d’Ascoli e le fonti per la sua storia e per la sua leggenda, in “Memorie della Reale Accademia delle scienze di Torino”, s. II, LVIII, 1908, pp. 1-94.
  • Domenico Bernino, Historia di tutte l’heresie descritta da Domenico Bernino, vol. III, Stamperia del Bernabò, Roma 1707.
  • Giuseppe Boffito, Perché fu condannato al fuoco l’astrologo Cecco d’Ascoli?, in “Studi e documenti di storia e diritto”, XX, 1899, pp. 28.
  • Giuseppe Castelli, La vita e le opere di Cecco d’Ascoli, Zanichelli, Bologna 1892.
  • Claudio Ciociola, L’autoesegesi di Cecco d’Ascoli, in L’autocommento, Atti del XVIII Convegno Interuniversitario (Bressanone, 1990), a cura di G. Peron, premessa di G. Folena, Padova, Esedra editrice, 1994 (“Quaderni del Circolo Filologico-Linguistico Padovano”, 17), pp. 31-41.
  • Emanuele Coccia, Sylvain Piron, Cecco d’Ascoli à la croisée des savoirs, «Bollettino di Italianistica», VIII, 1, 2011, pp. 37-47.
  • Giammaria Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia cioè notizie storiche e critiche intorno alle vite, e agli scritti dei letterati italiani del conte Giammaria Mazzuchelli bresciano, in Brescia, presso a Giambattista Bossini, 1753-1763
  • Vincenzo Paoletti, Il più antico documento autentico su Cecco d’Ascoli, «Rendiconti della Reale Accademia dei Lincei. Classe di scienze morali, storiche e filologiche» serie V, vol. XIV (1905), pp. 316-334.
  • Hiram Peri (Pflaum), L’Acerba di Cecco d’Ascoli. Saggio di interpretazione, in “Archivum romanicum”, XXIII, 1939, pp. 178-241.
  • Marco Santagata, Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca, Il Mulino, Bologna 1990, pp. 213-270.
  • Girolamo Tiraboschi, Storia della letteratura italiana moderna, t. V, p. I e tomo VII, p. II, Società Tipografica, Modena 1772-82.

Article written by Sara Ferrilli | Ereticopedia.org © 2014

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]