Caterina d'Aragona

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Caterina d’Aragona (Alcalá de Henares, 16 dicembre 1485 – Kimbolton, 7 gennaio 1536) è stata un’infanta spagnola, primo ambasciatore spagnolo donna in Inghilterra e regina d’Inghilterra e Irlanda come prima moglie del re Enrico VIII Tudor dal 1509 al 1533.

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Infanzia e giovinezza

Catalina de Aragón (o, in inglese, Catherine of Aragon), italianizzata in Caterina d’Aragona, fu un personaggio forte, complesso e, soprattutto, molto significativo per le vicende religiose che investirono l’Inghilterra nel corso del regno di Enrico VIII Tudor. Principessa di sangue spagnolo, sposata per motivi politici prima al principe inglese Arturo e successivamente al re Enrico VIII, fratello del defunto primo marito, Caterina spese la sua vita nella dedizione più completa a Dio, a suo marito e al suo ruolo di regina dello stato inglese. Incapace di generare un erede maschio per il dispotico sovrano Tudor, fu costretta a subire l’onta del divorzio e dell’allontanamento quando il re decise di sostituirla con la più giovane e affascinante Anna Bolena, provocando così la famosa frattura con la Chiesa di Roma, passata alla storia come Scisma Anglicano.
Discendente dalla nobile casata spagnola dei Trastamara, Caterina era la quinta figlia di Ferdinando II, re d’Aragona, Sicilia e Sardegna, e di Isabella, regina di Castiglia e León, e sorella di Giovanna di Castiglia, soprannominata “la pazza”.
Nata nel palazzo arcivescovile di Alcalá de Henares, nei pressi di Madrid, nel 1485, le fu dato il nome «della bisnonna materna, la principessa inglese Caterina di Lancaster»1. Nelle sue vene, quindi, insieme al sangue reale spagnolo e portoghese si aggiungeva anche una dose di sangue proveniente dai Plantageneti: sua madre «Isabella infatti discendeva due volte da Giovanni di Gaunt' sia dal primo matrimonio di questi con la cugina Bianca di Lancaster sia dal secondo con Costanza di Castiglia»2. Inoltre, anche il padre Ferdinando aveva ascendenze plantagenete, in quanto discendente, più alla lontana, da una figlia di Enrico II.
Fin dalla più tenera età, Caterina fu influenzata dalla grande personalità materna: sua madre Isabella era una donna forte e determinata, abituata ai campi di battaglia ma consapevole di dover dare alle sue figlie, compresa Caterina, non solo un carattere solido ma anche un’educazione completa e raffinata. I primi anni della sua fanciullezza trascorsero per Caterina al seguito degli spostamenti di sua madre, ancora impegnata nella feroce lotta contro i Mori: la corte non era altro che un gigantesco campo mobile e la giovanissima infanta si ritrovava catapultata da un luogo all’altro, senza mai avere una dimora stabile.
Per la sua educazione, la madre scelse il poeta italiano Antonio Geraldini che, con suo fratello Alessandro, contribuì alla formazione culturale della principessa spagnola: Caterina studiò la religione, la letteratura classica, la storia latina, il diritto canonico e civile, l’araldica e la genealogia, preparandosi al suo ruolo di reale e di probabile futura ambasciatrice in un paese straniero. Imparò a parlare, leggere e scrivere in spagnolo e in latino, oltre a parlare in francese e in greco, e apprese inoltre l’arte del cucito, del ricamo, del disegno, della musica e della danza, dimostrandosi un’abile ballerina. A tali doti, si univa anche una delicata bellezza, che fin dalla nascita la contraddistinse: pelle chiara, statura minuta, viso tondo, grandi occhi blu e capelli biondo-ramati, che si accompagnavano a un portamento aggraziato e a movenze eleganti.
Da sua madre ereditò una forte fede cattolica, che l’avrebbe sostenuta nei suoi momenti più critici, come gli aborti e la separazione dal marito Enrico, oltre alla convinzione che bisognasse sempre essere sottomesse al proprio marito, prodigandosi più per la sua felicità che per la propria: a dispetto della sua forte personalità e della sua figura pubblica, infatti, in privato Isabella si dimostrava completamente docile nei confronti di Ferdinando, perdonandogli anche le sue numerose avventure amorose ed inculcando, direttamente ed indirettamente, alle sue figlie l’idea che la stabilità familiare dovesse superare qualsiasi problematica di coppia. Da suo padre, invece, Caterina ereditò l’intelligenza e l’abilità nel sopravvivere, oltre a un grande equilibrio mentale, che la preservò dall’instabilità psichica che affliggeva il lato materno della famiglia e che colpì invece sua sorella Giovanna.

Il primo matrimonio con il principe Arturo d’Inghilterra

Già all’età di tre anni, Caterina fu promessa sposa al principe inglese Arturo, il figlio maggiore del re Enrico VII d’Inghilterra e futuro erede al trono; era questa un’abile mossa politica voluta da entrambe le nazioni per scopi diversi: l’Inghilterra mirava, infatti, a consolidare la neonata dinastia Tudor unendosi per vie matrimoniali a una monarchia più antica e solida come quella spagnola, mentre la Spagna cercava l’appoggio inglese sia per ottenere un’alleata contro la Francia sia per avere una protezione marittima per i commerci via mare. Così, nel 1489, fu stipulato il “Trattato di Medina del Campo”, che però Enrico VII ratificò solo nel 1490, con cui si disponeva il matrimonio tra Caterina ed Arturo e si stabiliva una dote per l’infanta spagnola.
Crescendo, Caterina sviluppò i due elementi fondamentali che contraddistinsero tutta la sua vita: «la consapevolezza di un destino personale legato all'Inghilterra e il forte senso di lealtà nei confronti della famiglia»3. Più volte, nel corso della sua futura vita inglese, la principessa dovette scindersi tra la fedeltà nei confronti della famiglia e della sua terra d’origine e la fedeltà a suo marito e alla sua terra d’acquisizione.
Nell’agosto 1497, il principe Arturo e Caterina si fidanzarono ufficialmente per procura, con una cerimonia tenutasi nell’antico palazzo di Woodstock e tramite la formula “per verba de praesenti”, ossia con effetto immediato; da quel momento, infatti, Caterina venne appellata come principessa del Galles, che era il titolo di Arturo, e si iniziò a pensare al viaggio che l’avrebbe poi condotta in Inghilterra, dal suo futuro marito.
Per meglio prepararla al suo arrivo sul suolo inglese, sia la moglie di Enrico VII, Elisabetta di York, che la madre del re, Margaret Beaufort, raccomandarono alla giovane spagnola di esercitarsi a parlare francese, essendo la corte inglese non molto preparata né in spagnolo né in latino, e di iniziare a bere vino, poiché in Inghilterra l’acqua non era potabile.
La prima cerimonia matrimoniale tra Caterina e il principe Arturo si svolse nel maggio del 1499, sempre per procura: da questo momento in poi ai due giovani fu permesso di scambiarsi lettere in latino, nell’attesa di potersi incontrare di persona. Una seconda cerimonia matrimoniale fu poi organizzata nell’autunno del 1500, sempre tramite procura, per meglio rinsaldare il legame tra l’Inghilterra e la Spagna e sugellare ancora una volta l’unione tra i due paesi.
Dopo la seconda cerimonia, si pensò seriamente ad organizzare il viaggio di Caterina in Inghilterra, nonostante una serie di lutti investì la famiglia reale spagnola: morirono, infatti, Giovanni, l’adorato fratello dell’infanta ed erede diretto della corona spagnola; Isabella, regina di Portogallo e figlia maggiore dei re cattolici, e suo figlio Michele. Gli ultimi mesi che Caterina trascorse con la madre furono tristi e malinconici, dal momento che anche sua sorella Maria aveva lasciato la corte spagnola per quella portoghese, mentre la corona di Spagna passava a sua sorella Giovanna, sposata con Filippo d’Asburgo.
Nell’autunno 1501, la principessa spagnola partì per l’Inghilterra, scortata dalle sue dame e dalla dama d’onore doña Elvira Manuel, e agli inizi di ottobre la sua flotta entrò nel porto di Plymouth; dopo circa un mese, la giovane Caterina e il suo sposo poterono incontrarsi a Dogmersfield, nell'Hampshire, e sia Arturo che suo padre Enrico VII rimasero colpiti dalla bellezza e dall’aspetto sano dell’infanta. Non poteva dirsi lo stesso per il principe di Galles, invece: Arturo aveva quindici anni ed «era un ragazzo malaticcio»4, gracile, pallido e di bassa statura; inoltre, i due giovani scoprirono ben presto di non poter comunicare, poiché avevano imparato pronunce diverse del latino e, anche ricorrendo alla lingua dei testi classici, non erano in grado di comprendersi.
Il 14 novembre 1501 si celebrò il matrimonio ufficiale tra i due giovani nella Cattedrale di San Paolo, con il giovane fratello dello sposo, il duca Enrico di York, che accompagnava all’altare una Caterina riccamente vestita di bianco ed oro; dopo il rito, seguì prima un sontuoso banchetto e poi il complicato cerimoniale per la celebrazione della prima notte di nozze: una prima notte che, secondo le affermazioni di Caterina, per altro in seguito mai smentite dal suo secondo marito Enrico VIII, non venne mai consumata. Era una consuetudine dell’epoca, soprattutto nel caso di matrimoni reali, che l’unione matrimoniale formale fosse scissa dall’unione matrimoniale intima, spesso a causa della giovane età dei due sposi e per evitare complicanze di salute, come gravidanze rischiose in età adolescenziale. Non era quindi insolito ciò che avrebbe sostenuto Caterina d’Aragona anni dopo, ossia di non aver mai consumato alcun matrimonio con Arturo e di essere arrivata al suo secondo matrimonio ancora “fanciulla”.
L’unione tra i due giovani, sebbene iniziata in maniera entusiastica, non portò a grandi risultati: entrambi erano ancora troppo giovani e inesperti sia della vita che del loro ruolo, oltre ad avere caratteri differenti; «fautore delle battute di caccia lui, nonostante la salute cagionevole; corrosa dalla nostalgia delle delizie dell’Alhambra lei, del tutto incapace di adeguarsi ai freddi e barbari costumi inglesi»5, i due sposi non riuscirono a trovare un immediato punto d’incontro.
Subito dopo il matrimonio, il principe venne inviato al castello di Ludlow, per completare la sua istruzione, per formare la sua corte e per presiedere il Consiglio gallese, e poco tempo dopo Caterina lo raggiunse. Lì, i due sposi trascorsero un freddo inverno e nei primi mesi del 1502 si ammalarono entrambi, forse di febbre miliare o forse di sudor anglicus, due malattie molto diffuse all’epoca in Inghilterra. Mentre Caterina, di costituzione più forte, riuscì a guarire, il principe Arturo, invece, morì in aprile, lasciando dopo soli cinque mesi di matrimonio una vedova giovane, sola e in terra straniera.

Il secondo matrimonio con il re Enrico VIII d’Inghilterra

Dopo la morte di Arturo, l’infanta, vestita a lutto e provata sia dalla recente malattia che dalla precoce vedovanza, dovette fare ritorno alla corte di Londra, dove trovò il conforto della regina Elisabetta di York, che sarebbe però morta di parto solamente un anno dopo.
A questo punto, iniziò per Caterina un difficile periodo: da vedova, non aveva più motivo di restare in Inghilterra e quindi avrebbe voluto far ritorno in Spagna, dove suo padre Ferdinando la reclamava insieme alla parte di dote già versata per il primo matrimonio; il re Enrico VII, invece, non intendendo restituire alcuna somma, decise di trattenere l’infanta sul suolo inglese. Invischiata tra le trattative di restituzione o meno della sua dote, poco tempo dopo, Caterina venne fatta trasferire dalla fastosa corte londinese alla piccola residenza di Durham House, dove venne privata pian piano di qualsiasi sostentamento, tanto che l’infanta si indebitò pesantemente, arrivando ad impegnare i suoi gioielli pur di sfamare se stessa e il suo seguito.
Per risolvere la questione della dote, i due sovrani iniziarono a pensare di far sposare la giovane spagnola con Enrico, il secondogenito del re inglese e più giovane di lei di cinque anni, così da ristabilire un’alleanza matrimoniale tra i due stati. Nel 1504, però, morì la regina Isabella di Castiglia e i suoi possedimenti passarono completamente alla figlia Giovanna, ormai mentalmente instabile: il valore dell’infanta sul mercato matrimoniale ebbe così un brusco calo, dal momento che si ritrovava privata di un regno grande e fruttifero come la Castiglia.
Il matrimonio con Enrico, che aveva intanto acquisito il titolo del defunto fratello, ossia principe di Galles, fu quindi rinviato più volte, in apparenza perché bisognava attendere che il giovane compisse l’età adatta a sposarsi, ma in realtà perché Enrico VII mirava, da una parte, ad ottenere il saldo dell’intera dote di Caterina come prima moglie di Arturo e, dall’altra, provava a cercare un’altra candidata più idonea per intessere nuove alleanze per l’Inghilterra.
Prigioniera a Durham House, con pochi averi e poco seguito attorno a sé, nel 1507 Caterina ottenne da suo padre, che si stava pian piano disinteressando alla sua situazione precaria, non volendo cedere alle richieste del re inglese sul saldo della dote, l’incarico di ambasciatore spagnolo in Inghilterra, diventando la prima donna nella storia europea a ricoprire un simile ruolo.
Mentre Enrico VII valutava una possibile futura unione tra il suo secondogenito e la principessa vedova Caterina, vi era però un altro ostacolo da superare: per poter sposare suo cognato Enrico, l’infanta avrebbe avuto bisogno di una speciale dispensa del papa Giulio II, dal momento che il diritto canonico vietava ad un uomo di sposare la moglie di suo fratello. Caterina dovette così testimoniare di non aver consumato il matrimonio con Arturo, poiché, sempre secondo il diritto canonico, un matrimonio non consumato rendeva di fatto non valide le nozze contratte. In questo modo, era come se la giovane spagnola e il suo primo marito non fossero mai stati coniugati, rendendo quindi libera Caterina di poter sposare il nuovo principe di Galles.
Una volta ottenuta la dispensa, però, il sovrano inglese continuò a tergiversare, rimandando il matrimonio di Caterina con Enrico: i due giovani, però, ebbero modo di incontrarsi più volte tra le residenze reali che frequentavano e di stabilire un piccolo legame, nonostante la differenza d’età.
Una svolta alla critica situazione della principessa giunse nell’aprile 1509, quando il re Enrico VII si spense: a salire al trono fu il principe di Galles, col nome di Enrico VIII. A quel punto, non vi era più alcun impedimento al matrimonio tanto preparato e atteso ed «Enrico e Caterina si sposarono così l’11 giugno 1509, sette anni dopo la morte del principe Arturo. Lei aveva ventitré anni e l’appena incoronato consorte diciotto»6. A testimonianza della sua purezza, la sposa vestì di bianco e lasciò i capelli sciolti come una vergine, mentre raggiante raggiungeva finalmente l’obiettivo tanto desiderato: sposare il sovrano inglese e cementare così l’unione tra sua Spagna e l’Inghilterra.

L’incoronazione, la vita di corte, gli aborti e la nascita di Maria

Poche settimane dopo il matrimonio, il 24 giugno 1509, dopo una notte trascorsa insieme nella Torre di Londra, Enrico VIII e Caterina d’Aragona vennero consacrati e incoronati re e regina d’Inghilterra dall'arcivescovo di Canterbury in una sontuosa cerimonia nell'Abbazia di Westminster, tra una folla numerosa ed entusiasta.
Iniziava così per la neo regina una nuova vita alla corte inglese, che fin da subito le chiese di dare «al più presto un erede maschio al proprio sovrano»7. La vita di corte era comunque densa di impegni, ufficiali e non, e la regina prendeva parte a tutti, organizzando anche masque e feste con musica e balli, dando prova delle sue doti di abile ballerina, mentre il re si prodigava nell’organizzare tornei e giostre, a cui partecipava in prima persona col nome di “Sir Cuore Leale” e in cui mostrava la sua forza e la sua agilità. Nei primi tempi dopo le nozze, ogni occasione diventava un pretesto per festeggiare e mostrare insieme sia le due iniziali dei sovrani (H e K o, a volte, C) intrecciate ovunque, dalle armature agli stendardi, dai candelieri alle coppe, sia le melagrane, simbolo di Caterina (insieme al mazzo di frecce), e le rose, simbolo dei Tudor, cucite insieme su stemmi e vari emblemi.
Intanto, dopo pochi mesi, la regina fu colpita dal primo di una serie di aborti e lutti: alla fine di gennaio 1510, infatti, dopo soli sette mesi di gravidanza, Caterina partorì una bambina morta. Nonostante la disperazione iniziale, i due sovrani erano giovani e speravano di poter presto avere altri bambini. E, così, nel 1511, «il giorno di Capodanno, quando per tradizione a corte si scambiavano doni preziosi, Caterina aveva offerto a Enrico il dono più prezioso di tutti: un figlio maschio»8, a cui fu dato il nome di Enrico e il titolo di duca di Cornovaglia. Sfortunatamente, dopo appena due mesi di vita, il piccolo morì, gettando nuovamente Caterina nella disperazione.
Nella primavera del 1513, l’infanta si scoprì nuovamente in attesa, mentre Enrico VIII partiva per una campagna militare in Francia, nominando Caterina reggente con i titoli di Governatore del Regno e Capitano generale. In questo frangente, la Scozia riaccese le ostilità con l’Inghilterra e la regina si ritrovò a far preparare un esercito per combattere contro gli scozzesi: nonostante la gravidanza, la regina indossò l’armatura e incitò l’esercito inglese, che vinse la battaglia di Flodden Field contro l’esercito scozzese. Nello scontro, perse la vita anche il re Giacomo IV di Scozia e, piena di gioia, la regina si affrettò ad inviare «al marito, come trofeo, la camicia insanguinata del sovrano scozzese»9. Nell’ottobre dello stesso anno, però, Caterina perse il bambino che aspettava e appena un anno dopo partorì un maschio, che visse soltanto poche ore.
Provata dai lutti, dagli aborti e dalle malelingue di corte, che la ritenevano incapace di procreare un erede Tudor, nell’estate del 1515 la regina si ritrovò incinta per la quinta volta e il 18 febbraio 1516 partorì nuovamente, ma con esito infelice: «non per il cattivo decorso del parto – la creatura nacque viva e tale restò, persino in buona salute –, ma per il sesso del pargolo»10, poiché era nata una femmina. La bambina fu chiamata Maria, come una delle sorelle del re, e venne presto battezzata: nonostante la delusione per il sesso della piccola, Enrico si rasserenò sulla capacità di Caterina di procreare bambini sani e vivi e si augurò di poter presto avere altri figli, preferibilmente maschi.
Infine, nel 1518 Caterina rimase incinta per la sesta ed ultima volta e, nonostante le continue preghiere e un pellegrinaggio al santuario di St. Frideswide per chiedere la grazia di un figlio maschio sano, nel novembre dello stesso anno partorì una bambina debole e malaticcia, che morì poco dopo.
I rapporti tra i due sovrani, così, iniziarono ad essere tesi: Enrico appariva sempre più deluso ed infuriato per non aver ottenuto un erede maschio cui tramandare la corona, nonostante adorasse la piccola Maria, l’unica figlia rimasta viva e in salute; Caterina, d’altra parte, pregava incessantemente per un figlio e si dimostrava calma e remissiva dinanzi ai frequenti scoppi d’ira del re, sopportando i suoi rimproveri, le sue rimostranze e i suoi frequenti tradimenti con altre dame di corte, sperando che col tempo e con l’arrivo di un bambino la situazione sarebbe ritornata all’idillio iniziale del loro matrimonio.

La questione “Anna Bolena” e il divorzio dal sovrano inglese

Dopo pochi anni di matrimonio, e specialmente durante le gravidanze della regina, che spesso la costringevano a letto o comunque lontana dalle stanze del re, Enrico VIII aveva intrattenuto varie relazioni con alcune dame di corte. La prima era stata quella con Elizabeth (Bessie) Blount, che aveva dato al re un figlio maschio, riconosciuto dallo stesso sovrano e chiamato Enrico FitzRoy, ossia “figlio del re”. Un’altra relazione era stata poi quella con Maria Bolena, giovane dama al seguito della regina e già sposata: probabilmente entrambi i suoi figli, una femmina e un maschio, erano figli del sovrano, ma furono riconosciuti dal marito della Bolena.
La regina era a conoscenza dei tradimenti del marito, ma sopportava allo stesso modo in cui sua madre Isabella aveva tollerato le avventure amorose del marito Ferdinando: sapeva di essere l’unica regina per Enrico e che le altre donne non erano che un passatempo e una distrazione, poiché il re era suo marito e tale sarebbe rimasto fino alla fine.
Tutto però cambiò nella primavera del 1526: a corte, come dama della regina, arrivò Anna Bolena, sorella di Maria, e il sovrano si innamorò della giovane, affascinante e reticente dama, che si ostinava a non cedere al suo serrato corteggiamento. Essendo non sposata, infatti, la Bolena si rifiutò fermamente di diventare l’amante di Enrico, come già aveva fatto sua sorella Maria, poiché era consapevole del destino cui ciò l’avrebbe condotta; inoltre, spinta anche dalla sua famiglia, Anna cercò in tutti i modi di guidare il sovrano verso l’unica scelta possibile per averla, ossia il matrimonio, con la promessa, e la speranza, di potergli donare un erede maschio.
Quello che era nato come un capriccio, si trasformò ben presto in una sequela di azioni che avrebbero portato l’Inghilterra a rompere con la Chiesa di Roma: non avendo ottenuto il sospirato figlio maschio, il re si era presto convinto di aver commesso peccato nello sposare la vedova di suo fratello e di essere stato punito con l’impossibilità da parte della regina di renderlo padre di un bambino. Iniziò così a leggere la Bibbia e a consultare esperti di teologia, per poter provare di aver vissuto nel peccato e per poter rendere il suo matrimonio nullo, in modo da avere la possibilità di sposare Anna e ottenere il suo erede. Così facendo, però, avrebbe anche relegato a illegittima l’unica figlia avuta da Caterina, la principessa Maria.
D’altra parte, la regina, ormai invecchiata, di salute cagionevole e impossibilitata a mettere al mondo altri eredi, avvertita dalle manovre che stava compiendo suo marito, iniziò a contattare suo nipote Carlo V per ottenere appoggio, oltre a pregare ardentemente che non si arrivasse a un divorzio, cosa inconcepibile per lei, come donna, come moglie, come regina e come ardente religiosa.
Invece, nel 1527, il sovrano, ormai convinto di dover sciogliere il suo matrimonio per sposare la Bolena, comunicò a Caterina che la loro unione non era mai stata valida agli occhi della Chiesa e le chiese il divorzio, pregandola di ritirarsi di sua spontanea volontà in un convento. Anche il cardinale Wolsey e l'inviato papale, il cardinale Campeggio, in accordo con il re e su suggerimento dello stesso pontefice Clemente VII, provarono a convincere la regina a risolvere la questione ritirandosi in convento, in modo da rendere nullo il matrimonio in maniera molto più facile.
A tale proposta però, dopo un iniziale momento di smarrimento e disperazione, la regina si rifiutò di cedere, ritenendosi l’unica, vera ed indiscussa moglie del re, e iniziò la sua battaglia per mantenere valido sia il matrimonio sia, soprattutto, la legittimità di sua figlia Maria. Venne quindi convocato un tribunale ecclesiastico in Inghilterra, con anche un rappresentante del Papa, ed iniziarono una serie di discussioni, dinanzi a giudici, teologi ed esperti di religione, per portare alla luce tutte le ragioni secondo cui il matrimonio tra la principessa spagnola e il sovrano inglese non era mai stato valido: «all’apice della tensione, nel corso di una sessione del dibattimento, Caterina arrivò a prostrarsi davanti al re, chiedendo di usarle compassione»11, poiché non era altro che una povera donna in un paese straniero, senza né amici né consiglieri; quando però Enrico non mostrò altro che indifferenza alle sue suppliche, «lo sfidò senza timore, annunciando che rifiutava di accettare il viziato verdetto di una corte convocata in Inghilterra sotto il diretto controllo del re»12, uscendo dalla sala a testa alta come conveniva a una regina e decidendo di non presentarsi più dinanzi a un tribunale che di certo non parteggiava per lei.
Per nulla scosso, il re si limitò a rimettere la questione nelle mani dei suoi esperti, confidando anche in una celere dispensa da parte del Papa per poter sciogliere il suo vincolo matrimoniale e mettere così fine all’intera vicenda. La Chiesa di Roma, però, non intendeva avallare i capricci del sovrano e rifiutò sia di concedere il divorzio sia di dichiarare nullo il matrimonio, provocando l’ira di Enrico, che decise di prendere una drastica decisione: si distaccò, infatti, dall’autorità papale e si proclamò Capo Supremo della Chiesa d’Inghilterra, ritenendosi sciolto da ogni obbligo con Roma e assumendosi la responsabilità di tutte le questioni di materia religiosa sul suolo inglese.
Nonostante tutti i motivi portati a favore dello scioglimento del suo primo matrimonio, dai motivi puramente religiosi a quelli strettamente legati alla procreazione di un erede, «esisteva un motivo assai più dirompente per il divorzio: la famosa passione di Enrico per Anna Bolena»13, che portò il sovrano a ripudiare la moglie e, con essa, la Chiesa romana, pur di imporre la sua autorità di uomo e di re. La colpa di Caterina, agli occhi di Enrico, era stata quella di non avergli saputo dare un figlio maschio: per ironia della sorte, anni dopo, anche Anna Bolena sarebbe stata accusata di non aver saputo procreare un erede maschio per la dinastia Tudor, cadendo in una sorte ben peggiore di quella della principessa spagnola e finendo per pagare con la vita.

L’allontanamento dalla corte e la morte

A partire dal 1530, Caterina, nonostante fosse di fatto ancora sposata con Enrico e regina d’Inghilterra e sebbene nulla era stato ancora deciso sulla legittimità del suo matrimonio, era stata allontanata dalla corte e costretta a peregrinare in varie residenze reali, senza più la possibilità di vedere suo marito e sua figlia. Seppur sottoposta ad ogni tipo di umiliazione, rimprovero e cattiveria, sopportate sempre con pia rassegnazione, la sua natura combattiva non venne mai meno e Caterina continuò imperterrita a proclamarsi unica e legittima «moglie di Enrico e regina d'Inghilterra»14, nonché madre della legittima erede Maria, che aveva subito preso le parti della regina, sia per devozione filiale e religiosa, sia per non vedersi privata del titolo di erede Tudor che le spettava di diritto.
In virtù del nuovo ruolo assunto, nel 1533 il sovrano fece annullare il suo primo matrimonio dall’arcivescovo Cranmer e sposò Anna Bolena, che era incinta della futura sovrana Elisabetta I e che già da tempo aveva rimpiazzato la vecchia regina nei suoi appartamenti. Questo non servì a convincere l’infanta a farsi da parte, poiché non accettò mai Enrico come Capo della Chiesa, rimettendosi soltanto all’autorità del Papa e di Dio, e per questo continuò ad affermare la validità del suo matrimonio con il re.
Dopo l’annullamento del matrimonio, Caterina perse il suo titolo di regina e venne appellata come “vecchia principessa vedova”, titolo che le spettava come vedova del suo primo marito, il principe Arturo; tuttavia la spagnola «aveva continuato imperterrita a firmarsi “Caterina, regina d'Inghilterra” e a cancellare la dicitura “principessa vedova” ovunque la trovasse scritta»15, rifiutandosi di cedere finanche alle minacce del re di non farle mai più rivedere sua figlia se avesse perseguito nei suoi atteggiamenti irrispettosi.
Una volta lasciata la corte reale e dopo una serie di trasferimenti in piccole residenze, la vecchia sovrana venne trasferita prima a Buckden, nel Huntingdonshire, in un maniero vecchio e sperduto, e successivamente nel castello di Kimbolton, nel Cambridgeshire, dove visse l’ultima parte della sua vita. Privata dal ricevere le visite di sua figlia Maria, che non avrebbe mai più rivisto, fu più volte sollecitata dal sovrano a riconoscere nullo il loro matrimonio e ad accettare Anna Bolena come nuova regina d’Inghilterra, in cambio di un alloggio migliore e del permesso di incontrare la figlia, ma Caterina a malincuore rifiutò sempre, convinta di essere nella ragione e di dover mantenere intatta la sua reputazione di moglie e di regina. La stessa offerta venne più volte ripetuta anche alla figlia Maria, che si ostinava come sua madre a non riconoscere valido il secondo matrimonio del re suo padre e che rifiutò allo stesso modo di disconoscere il ruolo di regina di sua madre nonché la sua illegittimità come figlia.
Di salute sempre più malferma e provata dalle continue discussioni con il re, nel dicembre 1535 Caterina si risolse a scrivere testamento, oltre a mettersi in contatto con suo nipote Carlo V, a cui raccomandò la protezione di sua figlia. Probabilmente, scrisse anche un’ultima lettera ad Enrico, appellandolo ancora come suo re e marito, perdonandolo per tutto, supplicandolo di vegliare sulla loro figlia e augurandosi di poterlo almeno rivedere un’ultima volta, firmandosi infine come “regina Caterina”.
Nei primi giorni del nuovo anno, la sovrana, sempre più debole e malata, si mise a letto e non lasciò più la sua stanza, venendo accudita direttamente in camera, finché il 7 gennaio 1536, dopo aver recitato senza sosta le sue preghiere e dopo aver ricevuto i sacramenti, si spense tra le braccia della sua amica e dama di compagnia, Maria de Salinas, pronunciando le sue ultime parole: “Signore, nelle tue mani affido il mio spirito”.
Subito dopo la morte della sovrana, iniziò a circolare la voce di un possibile avvelenamento, poiché durante il processo di imbalsamazione il suo cuore era stato ritrovato di colore nero, ma non si ritenne mai tale ipotesi come causa della morte, probabilmente da attribuire ad un sarcoma al cuore.
Alla notizia della morte di Caterina, giunta alla corte inglese solo ventiquattro ore dopo, sia Enrico che Anna vestirono di giallo, un colore allegro che indusse a far credere a molti quanto i due fossero finalmente felici di essersi liberati della vecchia sovrana; in realtà, almeno per Enrico VIII, quel colore poteva significare omaggio verso la sua vecchia consorte, dal momento che il lutto in Spagna era associato proprio ad abiti di colore giallo.
I funerali si celebrarono il 29 gennaio e la salma della regina fu sepolta in maniera semplice nella Cattedrale di Peterborough, nel Cambridgeshire: «Caterina poteva anche essere morta come una santa, ma fu sepolta come una semplice principessa, per la precisione come una principessa vedova»16; il re infatti vietò una celebrazione regale, non assistette al funerale e proibì anche a sua figlia Maria di parteciparvi, mantenendo fino all’ultimo un atteggiamento duro verso la donna un tempo tanto amata. Quello stesso giorno, Anna Bolena perse il figlio che aspettava dal re, cadendo pian piano sempre più in disgrazia, fino alla sua uscita di scena per decapitazione: una leggenda vuole che, il giorno dell’esecuzione della Bolena, avvenuta a maggio dello stesso anno, i ceri posti sulla tomba di Caterina si fossero accesi da soli.
La sovrana spagnola, molto amata dal popolo inglese, che la vedeva come simbolo di virtù, devozione e coraggio, fu pianta con affetto e commozione e ricevette continui omaggi alla sua tomba, dove per secoli, e fino ai giorni nostri, gli inglesi non smisero mai di portarle fiori e melagrane, simboli spagnoli della grande quanto sfortunata regina Caterina d’Aragona.

Bibliografia

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  • Sara Prossomariti, I grandi personaggi del Rinascimento, Newton Compton Editori, Roma, 2017.

Nota bene

Questa voce fa parte della sezione "Dominae fortunae suae". La forza trasformatrice dell’ingegno femminile, che approfondisce il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere.

Article written by Martina Tufano | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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