Carlo V, imperatore

Carlo V d’Asburgo (Gand, 24 febbraio 1500 – monastero di Yuste, 21 settembre 1558), imperatore del Sacro Romano Impero e re di Spagna, è stato un sovrano che incarnò grandi speranze di rigenerazione universale. Protettore di umanisti, dovette far fronte alla sfida politico-militare francese che gli contendeva l’egemonia sullo scacchiere europeo, al dilagare della Riforma protestante (in particolare in Germania), e all’avanzata turca nel Mediterraneo. Il sostanziale fallimento del suo progetto politico spalancò le porte all’epoca della Controriforma e delle guerre di religione.

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Biografia

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Famiglia ed educazione

Figlio di Filippo il Bello e di Giovanna la Pazza, nipote per parte paterna dell'imperatore Massimiliano I e per parte materna di Isabella regina di Castiglia e Ferdinando re d'Aragona, crebbe nelle Fiandre alla corte della zia Margherita, reggente dei Paesi Bassi, in un clima colto e raffinato. Erasmo gli dedicò l’ Institutio principis christiani ed ebbe come precettori gli umanisti spagnoli Juan de Vera e Luis Vaca nonché il fiammingo Adriano Florensz di Utrecht, a cui Carlo poi affidò contemporaneamente, nel 1518, il governo del regno di Spagna e la guida dell’Inquisizione di Castiglia, papa dal gennaio 1522 al settembre 1523 col nome di Adriano VI. Nel 1516, giovanissimo, ereditò il trono di Spagna e si trasferì nella penisola iberica per prenderne possesso. Nel 1519, alla morte del nonno Massimiliano, fu eletto al trono imperiale. Da quel momento in poi alternò soggiorni tra l'uno e l'altro dei suoi regni a seconda delle esigenze.

La fede di Carlo V, la sua costruzione politica e i suoi rapporti col papato

I primi biografi dell’imperatore Carlo V, impegnati ad esaltare la casa d’Austria come protettrice del cattolicesimo romano in un contesto in cui la Controriforma, frutto maturo dell’alleanza tra il Papato e gli Asburgo, si era saldamente affermata in Italia e in Spagna, ebbero non poche difficoltà a giustificare i suoi non sempre felici rapporti con il Papato . Dalla guerra contro Clemente VII (alleato dei Francesi nella lega di Cognac), culminata nel terribile sacco di Roma del 1527, alla guerra (1556-57) contro Paolo IV, costretto alla pace con le truppe spagnole giunte ormai alle porte di Roma, cosa che evocava nell’immaginazione del vecchio pontefice napoletano, testimone oculare dei fatti del 1527, lo spettro di un «secondo sacco», le relazioni tra l’imperatore e il Papato videro il susseguirsi inquieto di innumerevoli momenti di scontro e tensione e furono dominate dal dubbio e dal sospetto reciproci. Dopo il 1523, l’unico papa filospagnolo fu il «debole» Giulio III (1550-1555). Clemente VII (1523-1534) e Paolo IV (1555-1559) furono tenacemente avversi all’imperatore e filofrancesi, per quanto potettero. Paolo III (1534-1549) optò per una politica più cauta ed equilibrata, ma morì in pessimi rapporti con Carlo V, deluso dalla politica di repressione troppo debole condotta in Germania contro i protestanti da parte dell’imperatore ed essendo stato per di più quest’ultimo fautore della congiura che provocò la morte di Pier Luigi Farnese (1547), figlio del pontefice e primo duca di Parma e Piacenza, e che strappò per un decennio la città di Piacenza dalle mani della famiglia Farnese. L'impero di Carlo V era una costruzione politica costituita da un insieme eterogeneo di elementi sovrastatali e sovranazionali, indissolubilmente legata all’idea dell’unità del cristianesimo occidentale, al cui vertice era posto un monarca universale, capace di svolgere la missione provvidenziale di restaurare un ordine politico «ideale», salvando la cristianità al contempo dal pericolo turco, da Lutero e dalla corruzione del Papato: tale era l'idea degli umanisti stessi che formavano il nerbo dell’entourage del giovane imperatore (come il grande cancelliere Mercurino Gattinara o il segretario Alfonso de Valdés).

Lo scontro tra spirituali e intransigenti a Roma e la posizione di Carlo V

I problemi della curia romana erano altri: posta di fronte al problema della risposta da dare alla «sfida» protestante, essa era attraversata da profonde tensioni. Si delineava il durissimo scontro tra due visioni opposte e inconciliabili della Chiesa, «spirituali» versus «intransigenti». Gli «spirituali» erano gli eredi dell’alumbradismo, dal quale aveva tratto linfa la teologia di Juan de Valdés , teologo ed umanista, fratello di uno dei più importanti consiglieri politici di Carlo V (Alfonso de Valdés) approdato a Napoli nel 1536 per fuggire dall’Inquisizione spagnola ed accusato, nonostante la sua morte precoce avvenuta nel 1541, di aver «infectato […] tutta Italia de heresia», il cui gruppo napoletano costituì il centro propagatore della nuova esperienza religiosa, fondata sulla svalutazione di opere e pratiche esteriori, sulla ricerca della perfezione attraverso l’ascetismo. Una religiosità «debole» sul piano dottrinario e teoretico, basata su pochi fundamentalia fidei, tra i quali rientrava la giustificazione per sola fede, cardine della teologia luterana, ma straordinariamente efficace sul piano pratico come risposta alle inquietudini di un’epoca storica straordinariamente tormentata sul piano politico-religioso e vivace sul piano intellettuale. La proposta opposta si riconosce nella parabola di Gian Pietro Carafa nella Chiesa romana del Cinquecento (vescovo di Chieti, legato papale, fondatore e generale dei Teatini, cardinale e capo del Sant’Uffizio), nelle scelte politico-ecclesiastiche del suo pontificato (condotta politica, persecuzione degli eretici, riforma della Chiesa e gestione delle nomine ecclesiastiche) e nelle conseguenze di lungo periodo del suo trionfo: una religione rigida, austera e dogmatica, che chiudeva ogni porta al dialogo, concependo come unico rimedio al disordine creato dalla Riforma protestante la repressione violenta di ogni forma di deviazione dottrinale. Carlo V degli «spirituali» italiani, i cui leaders erano i ben noti cardinali Reginald Pole e Giovanni Morone, era il principale protettore politico. Anche in Spagna, d’altronde, Carlo V si fece protettore di personaggi che propugnavano una religiosità fortemente impregnata di istanze ascetiche e mistiche, in quello specifico contesto erede di un pericoloso sincretismo tra le tre culture giudea, araba e cristiana ed aperta ai messaggi di Erasmo e Lutero . Da quel milieu proveniva Juan de Valdés. È dunque comprensibile la tendenza nettamente filofrancese del capo degli «intransigenti», cardinal Gian Pietro Carafa, capo del Santo Uffizio dal 1542 e papa dal 1555 al 1559 col nome di Paolo IV.

Dal trattato di Noyon alla pace di Bologna: un effimero trionfo

Come suo primo atto politico di rilievo il giovane re di Spagna siglava la pace di Noyon, il 13 agosto 1516, col re francese Francesco I (1515-1547). Tre anni dopo Carlo era eletto al trono imperiale col nome di Carlo V . Di fronte alla disputa per il trono imperiale tra Carlo e Francesco I di Francia, che aveva posto seriamente la sua candidatura, papa Leone X in un primo tempo aveva avallato la candidatura di un principe tedesco, che per la propria debolezza non avesse potuto estendere le proprie ambizioni al di fuori della Germania, quindi, di fronte all’inevitabile, aveva appoggiato le ragioni del giovane Carlo. Una serie di fatalità aveva posto quest’ultimo alla testa di un aggregato di stati plurinazionale, difficilmente governabile. Il giovane imperatore dovette affrontare sin da subito una serie di difficili problemi: in Germania i disordini politici e sociali legati all’affermazione della Riforma a partire dal 1517; in Italia la ripresa del conflitto con i Francesi, che peraltro assumeva sempre più una dimensione europea; in Castiglia la rivolta dei comuneros, espressione del malcontento di una società poco disposta ad accettare un sovrano straniero che per di più era costretto ad imporre una notevole pressione fiscale per finanziare le sue guerre. Il successo gli arrise negli anni venti: le rivolte dei cavalieri e dei contadini in Germania, la rivolta in Castiglia furono sedate, i Francesi furono sbaragliati nelle battaglie della Bicocca (1522) e di Pavia (1525) e persero il controllo di Milano. Il re Francesco I, catturato a Pavia e trasportato in Spagna, fu costretto a firmare una tregua umiliante a Madrid (1526); la guerra condotta contro l’imperatore dalla lega di Cognac (1527-29), che vedeva il re di Francia alleato con papa Clemente VII si traduceva in un ulteriore disastro per i Francesi: i lanzichenecchi calavano in Italia e mettevano a sacco la città del papa, la spedizione del maresciallo Lautrec volta alla conquista di Napoli aveva esito fallimentare. La pace di Cambrai (1529) e il trattato di Bologna (1530) sancivano il primato degli imperiali in Italia e in Europa. A questo punto il progetto politico-religioso di Carlo V sembrava veramente vittorioso, nonostante le ovvie grandissime difficoltà. Bologna fu per Carlo V un grande trionfo. La concezione imperiale di Carlo V e del suo entourage si fondava sull’esaltazione della vocazione cristiana della sua carica, sulla rivendicazione della superiorità del potere dell’imperatore su quello papale. A Bologna nel febbraio 1530 Carlo V fu incoronato e consacrato da papa Clemente VII, costretto tre anni prima a barricarsi per diversi mesi a Castel Sant’Angelo mentre i lanzichenecchi dell’imperatore saccheggiavano orrendamente Roma e le sue chiese: la cerimonia fu magnifica ed ebbe un forte impatto simbolico. Ai contemporanei sembrò veramente giunto il tempo dell’imperatore universale, che avrebbe inaugurato un regno millenario di pace. Schierandosi contro Carlo V, Clemente VII aveva compiuto una scelta opportunistica, in questo seguendo in tutto e per tutto l’esempio di Leone X. Ma la scelta era stata sfortunata. La conseguenza era che l’Impero tornava al massimo del suo splendore: questo comportava un ridimensionamento del Papato, non solo sul piano politico ma anche su quello religioso.

L'alleanza dei Francesi con i principi protestanti e l'organizzazione del concilio

La spina nel fianco di Carlo V era rappresentata dai principi protestanti tedeschi che gli facevano guerra nel seno del suo impero. Sin dal 1524 Carlo V aveva insistito con Clemente VII per la convocazione di un concilio generale per risolvere sul nascere il problema della spaccatura religiosa, ma invano. Il re di Francia non mancò certo di sfruttare a suo favore la situazione religiosa in Germania, coordinando la sua azione militare contro l’imperatore con quella dei principi protestanti e persino con i Turchi. I Francesi, infatti, seppero abilmente sfruttare a loro vantaggio la rivalità tra Ottomani ed Asburgo: il sultano turco Solimano II il Magnifico non riconosceva a Carlo V il titolo di imperatore e guardava invece con simpatia al re di Francia in quanto rivale degli Asburgo. Negli anni trenta e quaranta i Francesi appoggiarono strumentalmente le rivendicazioni dei principi tedeschi contro l’imperatore e sfruttarono a loro vantaggio la crescente potenza acquisita dai Turchi nel Mediterraneo. La morte del duca di Milano Francesco II Sforza (1° novembre 1535) riaccese il conflitto franco – spagnolo. All’inizio del 1536 i Francesi invasero i territori del duca Carlo III di Savoia, alleato fedele degli imperiali, ed il 3 aprile giunsero a Torino. Carlo V era allora appena reduce dalla spedizione di Tunisi contro Barbarossa e si trovava ancora in Italia del sud. La lotta contro l’infedele era fondamentale, anche sul piano ideologico, per l’imperatore cristiano; i Francesi furono più pragmatici e ne approfittarono. La guerra del 1536-38 si concluse senza che nessuna delle due parti avesse ottenuto significativi vantaggi: l’armistizio di Nizza, concluso con l’intermediazione di papa Paolo III Farnese, riconobbe la situazione di fatto e non risolse i punti di attrito. I conflitti successivi, riaccesisi a partire dal 1542, furono arginati dai fragili equilibri sanciti dal trattato di Crépy tra l’imperatore Carlo V ed il re di Francia Francesco I (18 settembre 1544), dalla tregua conclusa da Ferdinando d’Asburgo con i Turchi (10 novembre 1545) e dalla battaglia di Mühlberg (24 aprile 1547), che aveva reso Carlo V, trionfatore sui principi protestanti, padrone incontrastato della Germania. Marginalizzata rispetto a questi ultimi eventi appare la Santa Sede: Paolo III aveva adottato in sostanza una politica di neutralità, attento soprattutto da un lato alle esigenze della sua famiglia, dall’altro ai problemi della Chiesa. Clamorosamente papa Farnese non svolse alcun ruolo di rilievo nella pace di Crépy . Nel 1545 si era aperto il concilio di Trento, che l’imperatore stesso aveva voluto fortemente. Anzi velatamente l’imperatore pareva rivendicare sulla Cristianità la stessa tutela praticata dagli imperatori romani, patrocinatori di concili ecumenici nei momenti difficili del cristianesimo dell’antichità: insomma, un novello Costantino o Teodosio. Da parte di Paolo III tuttavia si voleva mantenere un certo controllo sull’assemblea, cosa che indispose non poco l’imperatore. Il trasferimento del concilio a Bologna, poi, rese furente Carlo V: il concilio era ridotto ad un affare «romano»; si trattava di uno schiaffo alla tanto declamata universalità del suo potere. La vittoria di Mühlberg contro i principi protestanti pareva di nuovo rendere possibile il sogno dell’Impero universale: l’Interim di Augusta del 1548 preparava la riapertura del concilio di Trento, stavolta con la partecipazione obbligata di un gruppo di delegati protestanti. Ma ancora una volta i Francesi riuscirono a trarre profitto dell’ostilità dei principi tedeschi contro l’imperatore e della guerra condotta dai Turchi contro le forze cristiane nel Mediterraneo.

Gli ultimi anni di regno (e di conflitti)

L’ultimo atto della partita tra francesi ed imperiali per l’egemonia sull’Europa si svolse negli anni tra il 1551 e il 1559. Essi furono per l’Europa intensi anni di guerra . Nel 1551 i Turchi sferravano la loro offensiva contro i Cavalieri di Malta e catturavano Tripoli. La caduta della roccaforte dei Cavalieri di Malta faceva temere per la Sicilia; Carlo V dunque ritirò le truppe d’occupazione dalle piazzeforti tedesche per dislocarle in Sicilia. Contemporaneamente i Francesi rompevano le tregue in Italia, appoggiando il duca di Parma contro papa Giulio III (1551-52). Nel 1552 il leader del fronte protestante tedesco, Maurizio di Sassonia, approfittando del ritiro delle truppe d’occupazione verso la Sicilia, liberava la Germania dalla «tirannide» dell’imperatore; determinante fu l’appoggio fornito ai principi protestanti tedeschi dal re di Francia Enrico II (1547-1559), che attaccò guerra sul fronte renano. In quel momento Carlo V si trovava a Innsbruck per seguire da vicino le sedute del concilio di Trento, che papa Giulio III aveva riconvocato nel 1551 su pressioni dello stesso imperatore: fu colto di sorpresa dall’offensiva di Maurizio di Sassonia e costretto a una precipitosa fuga dalla città. Il concilio fu di nuovo sospeso. Al contempo Enrico II si alleava con i Turchi contro gli imperiali. Tra 1553 e 1556 la nuova guerra franco – imperiale si protrasse, stancamente, su vari fronti (Corsica, Paesi Bassi, Piemonte, Mediterraneo). Ma le ostilità si interruppero con la tregua di Vaucelles del febbraio 1556. Una tregua che non faceva altro che riconoscere lo status quo: la Francia conservava la Savoia e il Piemonte, gli imperiali conservavano il predominio sull’Italia. Tregua effimera, poiché sin dai suoi primi mesi di pontificato Paolo IV mirò alla costituzione di una lega anti-imperiale e sin dal dicembre 1555 aveva stipulato un trattato segreto con i Francesi. Le cose cambiavano dunque radicalmente rispetto alla parentesi del papato di Giulio III, decisamente filospagnolo. La guerra condotta da papa Paolo IV contro Carlo V e Filippo II è stata ben poco considerata dalla storiografia: essa ha tuttavia un valore ideologico profondo; sul piano politico, inoltre, l’iniziativa di Paolo IV e del cardinal Carlo Carafa fu determinante nell’indurre il re di Francia Enrico II a riprendere le armi contro l’imperatore. Il vecchio papa napoletano era sì nemico personale di Carlo V, che gli aveva negato a suo tempo il possesso dell’arcivescovado di Napoli e si era dichiarato ostile alla sua elezione al papato sin dal conclave che elesse Giulio III; e coltivava anche il sogno di impadronirsi militarmente della propria patria soggetta agli Spagnoli e di elargire benefici territoriali ai proprio famigliari. Ma il motivo principale della guerra va ricercato nella rivendicazione del primato del papa, spirituale e politico, contestato apertamente dagli imperiali che difesero i diritti dei Colonna, ribelli al papa, e nella sua convinzione che Carlo V fosse un «imperatore eretico», che mirava alla rovina della Chiesa insieme ai suoi consiglieri politici e ai cardinali «spirituali» come il Pole e il Morone. Nel frattempo però Carlo V, convinto ormai del fallimento del suo progetto politico e radicalmente trasformatosi nella vecchiaia in un personaggio brusco, autoritario e imprevedibile, aveva già attuato la sua ben nota rinuncia ai poteri, preannunciata sin dal 1555. Nel gennaio 1556 era avvenuta l’abdicazione ufficiale ai regni spagnoli (e italiani e d’oltreoceano) a favore di Filippo II; nel febbraio 1557 l’abdicazione ufficiale all’impero a favore di Ferdinando (anche se il fratello dell’imperatore dovette attendere sino al marzo 1558 prima che la sua elezione imperiale fosse riconosciuta dai principi tedeschi). Nello stesso mese Carlo V si ritirò definitivamente nel monastero di Yuste. Papa Carafa, a dire il vero, della cosa non si curò più di tanto, poiché poneva gli Asburgo tutti sullo stesso piano e li considerava tutti «eretici», anche se l’odio per Carlo V era veramente di un’intensità parossistica. La guerra, protrattasi dal settembre 1556 al settembre 1557 ebbe fasi alterne, ma esito catastrofico per i pontifici: le truppe del viceré di Napoli, duca d’Alba, giunsero infine sino alle porte di Roma e si temette un «secondo sacco». La pace fu stipulata dopo l’arrivo a Roma della notizia della disfatta dei Francesi, che nel gennaio 1557 avevano riaperto le ostilità contro l’imperatore, nelle Fiandre ed inviato anche un contingente in Italia per combattere al fianco delle truppe pontificie. La pace di Cave del settembre 1557 sancì la conclusione dell’ultima guerra tra un papa e un Asburgo. Con la pace di Cateau-Cambrésis (1559) si chiudeva quindi il conflitto franco-spagnolo. La cappa della dominazione politica spagnola calava sull’Italia, mentre la Francia piombava nel sanguinoso baratro delle guerre di religione. Allo stesso tempo si ponevano le basi della decisiva uniformazione religiosa del regno di Spagna (e dell’Italia).

Carlo V e l'Inquisizione

L’Inquisizione spagnola era stata lo strumento politico attraverso il quale i Re Cattolici, Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, avevano rafforzato il potere regio in una monarchia di recente costituzione a scapito dell’oligarchia delle famiglie conversas delle città della Castiglia, che peraltro avevano opposto una certa resistenza sin dal principio. Un momento particolarmente significativo della lotta all’Inquisizione fu, nell’estate del 1506, il tentativo di alleanza, in funzione anti-inquisitoriale, delle famiglie conversas di Cordoba con Filippo il Bello, figlio dell’imperatore Massimiliano d’Asburgo e marito di Giovanna la Pazza, unica figlia dei Re Cattolici (divenuta regina di Castiglia nel 1504 in seguito alla morte della madre Isabella), ma il progetto fallì a causa dell’improvvisa morte di Filippo, avvenuta nel settembre di quello stesso anno, e Ferdinando d’Aragona, fautore dell’Inquisizione mantenne così le redini del potere del regno di Castiglia, che governò come reggente sino alla morte avvenuta dieci anni più tardi. Sotto il regno di Carlo V, figlio di Filippo il Bello, le forze di opposizione all’Inquisizione risollevarono la testa a più riprese. Carlo V, d’altronde, non mancò di favorire la carriera ecclesiastica di personaggi sospettati di eresia (o comunque fautori di una religiosità fortemente interiorizzata che svalutava riti ed opere esteriori): non a caso si servì come inquisitore generale di Castiglia per ben quindici anni di Alonso Manrique de Lara, personaggio colluso con i gruppi erasmiani, morto nel 1538, e nel 1549 fece eleggere vescovo di Tortosa Juan Gil, un personaggio perseguitato dall’Inquisizione di Siviglia sin dal 1542 e sottoposto ad un processo (1549-52) terminato con la sua abiura. Negli anni quaranta, tuttavia, le cose cominciarono a cambiare: nel 1547 la nomina di Fernando de Valdés a inquisitore generale di Castiglia dava un nuovo slancio all’Inquisizione spagnola, che completò progressivamente il suo assestamento e la sua trasformazione in un «apparato burocraticamente efficiente e politicamente temibile» . Tuttavia la situazione era ancora incerta ed il partito degli «spirituali» ancora forte. A partire dal 1554, ma in particolare tra il 1557 e l’inizio del 1558 l’inquisitore generale e arcivescovo di Siviglia si trovò in grave difficoltà, rischiando la disgrazia, a causa dell’avanzata della propaganda portata avanti contro di lui dal gruppo di potere gravitante intorno al suo principale nemico, Bartolomé Carranza , arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, amico di Reginald Pole e leader degli «spirituali» spagnoli. Il Carranza si trovava allora con Filippo II a Bruxelles e sfruttò senz’altro la situazione a suo favore: il giovane re spagnolo scrisse alla reggente di Spagna Juana di Portogallo di allontanare Fernando de Valdés dalla corte spagnola perché tornasse alla sua diocesi di Siviglia. Ma l’Inquisizione di Fernando de Valdés trionfò con i processi ai luterani di Valladolid e Siviglia tra 1557 e 1559 e con il processo e la carcerazione dell’arcivescovo Carranza (il cui arresto fu eseguito il 22 agosto 1559). Lo stesso Paolo IV, sino al 1557 tenacemente antispagnolo e persecutore dei cardinali Pole e Morone (quest’ultimo fatto rinchiudere nelle prigioni di Castel Sant’Angelo), pareva scorgere il radicale cambiamento dei tempi, e se ne compiaceva: i brevi diretti da Paolo IV a Filippo II e ai suoi ministri successivi alla battaglia di San Quintino (1557) attestano l’approvazione da parte di papa Carafa della politica del giovane re di Spagna, particolarmente per quanto riguarda il suo impegno per la conclusione della pace con i Francesi e per quanto riguarda il suo impegno per la difesa del cattolicesimo contro l’eresia, come ha rilevato Tellechea Idígoras. L’eliminazione dei circoli luterani ed erasmiani andava di pari passo con l’esautoramento di moriscos e giudaizzanti: l’uniformazione religiosa del regno di Spagna fu il risultato dell'affermazione dell'Inquisizione come uno dei pilastri dello stato e del suo successo come strumento di controllo sui comportamenti sociali. L’esito finale della lotta, che implicò la damnatio memoriae dei vinti e delle loro opere, non può peraltro cancellare il fatto che essa fu lacerante ed incerta sino all’ultimo, anche e soprattutto a causa delle incertezze di Carlo V e della protezione da lui accordata agli spirituali spagnoli mentre faceva la guerra ai papi e principi protestanti.

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Article written by Daniele Santarelli | Ereticopedia.org © 2013

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]