Moscone, Carlo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Carlo Moscone è stato un eretico del XVI secolo, perseguitato dall'Inquisizione di Rovigo ed esule religionis causa.

Biografia

Originario quasi sicuramente di Badia Polesine, Carlo Moscone è personaggio solo apparentemente isolato dalle vicende ereticali che coinvolsero Rovigo e il Polesine durante il Cinquecento. Le non molte notizie circa la sua vita sono negli atti del processo per eresia, la cui fase istruttoria iniziò a Rovigo nel 1563. Sappiamo così che risiedeva a Lendinara, dove vivevano la moglie Violante e il figlio Aurelio, anche se la sua attività si svolgeva prevalentemente nella vicina Pincara, paesino in cui aveva in affitto ingenti appezzamenti di terreno del nobile veneziano Giuseppe Dolfin, insieme con il nipote Lauro Simeoni, speziale a Badia, e con l’amico di sempre Giovanni Ludovico Bronziero, che viveva nella stessa cittadina. Il nome di quest’ultimo personaggio indica da subito che le inclinazioni religiose di Carlo non erano del tutto ortodosse anche se, nel tempo, si orientarono su posizioni meno radicali di quelle dell’amico. Bronziero infatti, che aveva studiato a Padova ed esercitato saltuariamente come notaio a Badia, era fervente anabattista, e in questa veste aveva partecipato nel 1550 al sinodo di Venezia insieme con i rodigini Francesco della Sega, Girolamo Venezze e Giovanni Maria Beato, provvedendo a saldare le spese di permanenza in città degli amici: si può ben capire come il Sant’Ufficio di Rovigo nutrisse dubbi sull’ortodossia di Moscone, anche perché le vicende inquisitoriali degli amici erano state lunghe e complesse, creando non pochi problemi fra il vescovo Giulio Canani, i rettori di Rovigo e la Congregazione romana (va almeno accennato l’episodio, avvenuto nel 1558 e segnalato da Del Col in relazione alla vicenda di Beato, del furto di molti processi − “suggerito” da Venezia − fra i quali quelli di Bronziero e dello stesso Carlo). Il furto dei processi, senza peraltro dare alcuna spiegazione, era stato denunciato anche dal cancelliere vescovile Sebastiano Bonifacio, velatamente accusato di leggerezza nella custodia delle carte.
Le testimonianze raccolte dal Sant’Ufficio contro Moscone durante la fase istruttoria dell’aprile 1563 erano articolate e puntuali, in particolare quella del curato di Pincara, molto informato sulle vicende che accadevano nel paese: Carlo e il nipote Lauro vivevano “scandalezando il popolo” e entrambi “più presto andavano la domenica alla caza che venir in chiesa”. Moscone, “cativo Christiano et heretico” minacciava di rompere la testa a chi osava contraddirlo, lamentava gli abusi della Chiesa e frequentava solo Bronziero e Simeoni “che scapò dalla Badia per heratico, et andete in Franza […], tornando poi a Venezia “dove fa la vita stessa che fa Carlo”. Non erano solo queste le colpe di Moscone; altri testi riferivano della sua insofferenza verso la pratica cristiana: “quando sente suonar la messa el monta a cavallo e va ad un’altra banda”. Ma più significative erano le parole di un lavorante dei Dolfin: nei locali del palazzo riservati a Carlo aveva trovato “uno testamento novo in vulgare in foglio ottavo della stampa del Brucio”, lo stesso che possedeva Bronziero, nascosto “sotto la gronda del suo tetto, in un cesto qual era pieno de molti altri libri”. Gli stessi contadini che lavoravano quelle terre − continuava − riferivano dei suoi “consigli”: meglio non andare “alla Madonna di Loreto, che fariano meglio a star a casa, che andarvi e pigliar questa stracà [stancata]”.
Ancor più importante la deposizione di Marco Aurelio Malmignati, rettore della chiesa di Sant’Anna di Lendinara, che rivelava i rapporti intercorsi fra Carlo e Benedetto d’Asolo: “Già alcuni anni passò per Lendenara uno certo della setta lutherana, il qual mostrava esser litterato […], et allogiò in casa de messer Carlo Moscone, el qual luterano fu poi brusato in questa cità, dal quale parve che detto messer Carlo aprendesse molte male opinioni, et tra l’altre cose detto Moschone diceva che la cosa del sacramento non era vera […], che le nostre chiese erano sinagoghe”. Le notizie riguardanti Benedetto d’Asolo, giustiziato a Rovigo nel 1551, la sua sosta a casa di Moscone, ma soprattutto il più lungo “rifugio” trascorso in casa di Giovanni Maria Beato sono ampiamente documentati nel fascicolo processuale riguardante quest’ultimo personaggio, fuggito poi in Moravia. Par di capire però, dalle vicende successive, che le idee religiose di Moscone e le sue scelte di vita si orientassero in modo meno radicale, come dimostrano gli atti processuali e gli eventi che lo riguardano.
A tale proposito, e nonostante le pressioni del Sant’Ufficio, il podestà Francesco Moro, alla fine del suo mandato, prendeva tempo sul da farsi, tanto da ricevere una sollecitazione da Venezia, dove era stata mandata ai Dieci una lettera con il sommario delle testimonianze raccolte. Ma, ancora una volta, così come nel caso Beato, i fascicoli erano andati perduti − forse rubati, come era già successo nel 1558 − e la cosa passava nelle mani del podestà successivo, Nicolò da Mula, che giustificava il ritardo la lettera “smarita in mano d’esso clarissimo Moro”. Finalmente, anche con il rientro in diocesi dell’inquisitore Massimiliano Beniami da Crema, il 9 settembre 1564 si emetteva l’ordine di cattura contro Moscone, che si trovava a Venezia, senza alcuna intenzione di rientrare a Rovigo. Si rifugiava infatti a Badia, e alla seconda citazione a comparire chiedeva al Sant’Ufficio una proroga, perché infermo a una gamba, “la qual dimostra periculo grandissimo”. La proroga veniva concessa, dietro fideiussione di 500 ducati e il 4 novembre Carlo finalmente compariva davanti al vescovo e all’inquisitore.
Senza esitazioni e ostentando sicurezza negava le accuse, attribuendole a nemici che lo odiavano e gli avevano “amazati li figlioli suso la piazza”; circa Benedetto d’Asolo ammetteva di aver ospitato un “forestiero”, senza peraltro sapere chi fosse. Dopo due giorni concessi dal tribunale ecclesiastico perché riflettesse e decidesse di dire finalmente la verità, Moscone rispondeva con una lettera, coinvolgendo i suoi accusatori: lo stesso prete Malmignati gli aveva chiesto di acquistare per lui un libro del Brucioli, ma anche un predicatore dell’ordine di San Francesco, un tempo a Rovigo, possedeva libri proibiti e negava l’esistenza del purgatorio, mentre lo stesso accadeva anche a Badia, dove un altro frate esprimeva considerazioni eretiche sull’Eucarestia. Le nuove idee circolavano con rapidità, e Carlo non faceva mistero che ne parlava con molte persone: in piazza, in barca mentre si recava a Venezia. E proprio durante uno di questi viaggi un testimone l’aveva sentito affermare che “Christo era morto et haveva spanto il sangue suso il legno della croce per salvarci noi altri, et che erimo salvi senza altre opere […]. El mi diceva che Christo aver purgato noi con la sua morte, et che non li era altro purgatorio […]; el si parlò ancho delle indulgentie, et lui le rimproverava, dicendo che le erano magnarìe et roberìe de preti et de frati”.
Tanto bastava per il tribunale, che decideva per Moscone gli arresti domiciliari a casa di un amico, chiedendo il riesame dei testi. Nell’aprile 1565, dopo aver ascoltato solo il prete di Pincara, vescovo, inquisitore e podestà chiedevano all’accusato di presentare la propria difesa, che Carlo faceva pervenire tramite il figlio. Chiedeva di ascoltare 15 testi a suo favore, alcuni dei quali confermavano che gli accusatori di Moscone non erano del tutto affidabili: il curato viveva con una concubina, Malmignati aveva avuto con l’imputato controversie “per una fabricha ch’ha fatto Carlo presso la giesia de don Marcantonio”. Portava un po’ di chiarezza la deposizione di Albano de Conti, medico di Lendinara, con il quale spesso Moscone conversava. In breve: riguardo alla predestinazione egli sosteneva che “era necessaria […] non concorrendo in noi il consenso libero all’ispiratione divina”; anche le opere non erano meritorie “chè noi, essendo membri di Christo ed havendo Christo meritato, anchor noi meriteremo”. A queste affermazioni, più volte ripetute sulla piazza di Lendinara, facevano seguito i discorsi in casa del medico, dove Carlo esprimeva il suo pensiero sull’autorità pontificia: “tanta autorità havea santo Pietro, quanto l’altri apostoli, et che erano in paritate gradus, né mi valeva dire dabo tibi claves regni celorum, et quel altro detto pasce agnos meos, perché stava ordinato”. Il Papa era dunque anticristo, “per tanta autorità mondana et ricchezze, quasi [Carlo] volesse dir questa non era la via de voler imitar Christo o santo Pietro, che erano poveri in questo mondo”.
Le idee di Moscone erano dunque chiare, esposte con ostinazione e senza paura delle conseguenze: quando veniva nuovamente convocato dal Sant’Ufficio, ancora una volta negava tutto. Si decideva quindi − in accordo con il podestà − il suo arresto nelle carceri vescovili, in attesa di una risposta di Venezia sul da farsi. Nel frattempo si concedeva al Moscone la possibilità di lasciare saltuariamente il carcere “ut possit negotia sua agere”. Nel marzo 1566 arrivava la risposta di Venezia che chiedeva di far confessare il colpevole, così come era stato suggerito da Roma “essendo il caso del detto Carlo di tanta importanza”. Carlo non ne aveva alcuna intenzione, ma dopo alterne vicende − era anche fuggito dalle carceri − nel settembre abiurava nella chiesa di San Francesco, “astante maximo populo”.
Non era tuttavia nei piani di Moscone restare in prigione: qualche tempo dopo infatti, fuggiva, mandando il figlio a restituire le chiavi e a ringraziare il guardiano! Tutto era stato predisposto, la prima tappa del suo viaggio era Milano, e da qui avrebbe raggiunto la Valtellina, dove già abitavano persone di Badia, come lui esuli: la città era tappa intermedia per quei luoghi, e come molti eterodossi desiderosi di emigrare raccontavano “se dice che da Millano a quel loco se ghe va in un giorno”. Inutile la richiesta del vescovo Canani rivolta al cardinale Borromeo perché arrestasse il colpevole: Carlo, con moglie e figlio, aveva raggiunto Morbegno, dove si univa alla nutrita comunità calvinista veneta, alla quale appartenevano fra gli altri un “conte Martinengo brissano” e “un Pellizzari di Vicenza”. E proprio una sfortunata nobile vicentina era accolta da Moscone durante il disastroso viaggio da Vicenza verso le terre protestanti, che purtroppo l’avrebbe portata a morire: era Angelica Piovene, consorte del conte Alessandro Pigafetta, morto prematuramente. Dopo questo lutto era entrata a far parte del gruppo ereticale che si raccoglieva intorno alle figure di Odoardo Thiene e Alessandro Trissino. Fu proprio quest’ultimo, rifugiatosi a Chiavenna dopo le ben note vicende che lo riguardavano, a “costringere” Angelica, malata e ormai compromessa da una prima comparizione davanti all’Inquisizione di Vicenza, avvenuta nel 1568, a lasciare la città per raggiungerlo. Posizione ambigua, quella di Trissino il quale, “accogliendo” all’estero nuovi proseliti, intendeva forse rafforzare il suo prestigio.
Il disagiato viaggio dell’infelice donna fu interrotto da una sosta a Morbegno, dove appunto Carlo Moscone e la sua famiglia l’ospitarono, consentendole di riprendere quelle poche forze che la fecero arrivare a Chiavenna, dove morirà poco dopo. Un ultimo riscontro della vicenda religiosa di Carlo, a ribadire, come in quella di Angelica, la fiducia in una nuova fede ritrovata.

Fonti e bibliografia

  • Archivio della Curia Vescovile di Rovigo, Cause criminali, Processus contra C. Moschonum, I, 1563; il secondo fasc. processuale contro Moscone è contenuto in quello di un altro inquisito di Badia: Contra F. del Zilibertis della Badia, 1568; inoltre, Denuncia Bonifacio, I, 1558.
  • Giovanni Mantese, Mariano Nardello, Due processi per eresia. La vicenda religiosa di Luigi Groto, il “Cieco di Adria”, e della nobile vicentina Angelica Pigafetta-Piovene, Officine grafiche STA, Vicenza 1974, pp. 51-70.
  • Alessandro Pastore, Nella Valtellina del tardo Cinquecento: fede, cultura, società, SugarCo, Milano 1975, pp. 115-116.
  • Domenico Maselli, Saggi di storia ereticale lombarda al tempo di S. Carlo, Società editrice napoletana, Napoli 1979, pp. 53-54, 117-118.
  • Andrea Del Col, L'Inquisizione nel Patriarcato e Diocesi di Aquileia. 1557-1559, Edizioni Università di Trieste, Trieste 1998, in part. pp. CXXXIII-CXXXVII.
  • Stefania Malavasi, Ancore per la storia dell’eresia a Rovigo nel Cinquecento: il processo contro Carlo Moscone, in Non uno itinere. Studi storici offerti dagli allievi a Federico Seneca, Stamperia di Venezia, Venezia 1993, pp. 55-71.
  • Stefania Malavasi, Tra diavolo e acquasanta. Eretici, maghi e streghe nel Veneto del Cinque-Seicento, Minelliana, Rovigo 2005, pp. 55-56, 66-68.

Article written by Stefania Malavasi | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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