Borromeo, Carlo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Carlo Borromeo (Arona, 2 ottobre 1538 - Milano, 3 novembre 1584) è stato un cardinale e arcivescovo. Campione della difesa dell'ortodossia ed eroe-simbolo della Controriforma/Riforma cattolica, fu canonizzato da Paolo V il 1° novembre 1610.

Biografia

Famiglia e formazione

Terzogenito di Gilberto Borromeo, conte di Arona, membro di una nobile e ricca famiglia milanese (ma originaria di Padova), che aveva accresciuto la propria influenza grazie ad un'accorta politica di costruzione di reti clientelari e alleanze con altre famiglie, fu destinato fin da bambino alla carriera ecclesiastica, venendo tonsurato e nominato abate commendatario (dell'abbazia dei SS. Graziano e Felino di Arona) a soli 7 anni.
A partire dal 1552 intraprese gli studi universitari a Pavia, dove fu allievo di Francesco Alciati, conseguendo il dottorato in utroque iure il 6 dicembre 1559.

Una precoce ascesa ai vertici della Curia romana: gli anni del papato dello zio Pio IV

Nipote di Pio IV, venne da lui nominato cardinale agli inizi del suo pontificato (31 gennaio 1560).
Malgrado la giovane età (era poco più che ventenne nel 1560) e l'inesperienza svolse in modo brillante il ruolo di cardinal nepote e le numerose mansioni assegnategli.
Fu anche il promotore di un importante circolo intellettuale, l'Accademia delle notti vaticane (1562-65), inizialmente di orientamento profano ed ispirata ai circoli umanistici rinascimentali.
Dopo la morte del fratello maggiore Federico (1562), Carlo iniziò ad avvertire i primi sintomi di una sorta di crisi spirituale, amplificata dalla frequentazione di ambienti teatini e gesuiti, che lo trasformò sempre più in un prelato ossessivamente preoccupato della custodia dell'ortodossia e della riforma della Chiesa. Incluso nella Congregazione del Sant'Uffizio il 2 agosto 1564, il suo ruolo non vi fu particolarmente rilevante, anche perché, essa, guidata dal cardinal Ghislieri, oggetto di una politica di isolamento da parte di Pio IV, aveva perso molta parte della sua potenza negli anni del suo papato.
A partire dal 1564 Borromeo si preoccupò sempre più del governo dell'arcidiocesi di Milano, di cui era amministratore dal febbraio 1560 (la nomina ad arcivescovo è del 12 maggio 1564), nominando suo vicario Niccolò Ormanetto, il quale sollecitò all'applicazione della riforma tridentina (e subito fu organizzato un grande sinodo diocesano, apertosi il 29 agosto 1564). Si trasferì quindi a Milano nel settembre 1564 lasciando quindi Roma prima della morte dello zio papa e rientrandovi solo per il conclave del dicembre 1565, che elesse Pio V. Borromeo sostenne la candidatura del Ghislieri, rigido inquisitore e custode dell'ortodossia, nonostante il suo legame con Paolo IV, nemico della sua famiglia, decidendo di "non tener conto di niente quanto della religione e della fede"1. Da questo momento in poi Borromeo si concentrò unicamente sul governo della sua arcidiocesi.

Il governo dell'arcidiocesi di Milano: attività di riforma, repressione dell'eresia, caccia alle streghe

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Bibliografia

  • Mario Bendiscioli, Penetrazione protestante e repressione controriformistica in Lombardia all’epoca di Carlo e Federico Borromeo, in Id., Dalla Riforma alla Controriforma, Il Mulino, Bologna 1974, pp. 137-183
  • Michel De Certau, Carlo Borromeo, santo, in DBI, vol. 20 (1977)
  • Luigi Fumi, L’Inquisizione romana e lo Stato di Milano. Saggio di ricerche nell’Archivio di Stato, in «Archivio Storico Lombardo», s. 4, 37, 1910, fasc. 25, pp. 5-124; fasc. 26, pp. 285-414; fasc. 27, pp. 145-220
  • Hubert Jedin, Carlo Borromeo, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1971
  • Domenico Maselli, Saggi di storia ereticale lombarda al tempo di S. Carlo, Societa editrice napoletana, Napoli 1979
  • Giovanni Romeo, Inquisitori, esorcisti e streghe nell’Italia della Controriforma, Sansoni, Firenze 1990
  • Angelo Turchini, Monumenta borromaica, 3 voll., Il Ponte Vecchio, Cesena 2006-2011

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]