Astalli, Camillo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Camillo Astalli (Sambuci, Tivoli, 21 ottobre 1616 - Catania, 21 dicembre 1663) è stato un cardinale, membro della Congregazione del Sant'Uffizio.

Addottoratosi in utroque iure presso la Sapienza di Roma (1640), avvocato concistoriale (1645), chierico della Camera Apostolica (1647) - e come tale stretto collaboratore del cardinale segretario di stato Giovanni Giacomo Panciroli - fu nominato cardinale il 19 settembre 1650 e legato apostolico ad Avignone il 21 novembre 1650.
Nel luglio 1651 fu incluso nella Congregazione del Sant'Uffizio (giurò come cardinale inquisitore il 12 luglio 1651).
La folgorante carriera di Astalli, che proveniva da una famiglia nobile ma decaduta, fu dovuta alla protezione di donna Olimpia Maidalchini Pamphili, potente cognata di papa Innocenzo X Pamphili (1644-1655), con la quale si era imparentato alla lontana: il fratello di Camillo Astalli si era infatti sposato con una nipote di donna Olimpia.
Donna Olimpia non gradì peraltro che Astalli, contestualmente alla nomina cardinalizia, fosse adottato da Innocenzo X e gratificato di benefici, tra i quali Palazzo Pamphili in piazza Navona.
All'inizio del 1654, Astalli cadde in disgrazia, fu allontanato da Roma e privato dei suoi benefici (la stessa adozione nella famiglia Pamphili fu revocata) per aver informato il re di Spagna Filippo IV dell'intento di papa Innocenzo X di organizzare una spedizione militare contro il Regno di Napoli. Morto papa Innocenzo X (1655), il successore Alessandro VII Chigi (1655-1667) riammise Astalli alla corte papale e lo reintegrò in parte dei suoi benefici. Nel 1661 Astalli fu nominato vescovo di Catania (Filippo IV volle compensarlo per il suo atteggiamento sempre filospagnolo).

Bibliografia

  • Gaspare De Caro, Astalli, Camillo, in DBI, vol. 4 (1962)
  • Herman H. Schwedt, Die Römische Inquisition. Kardinäle und konsultoren 1601 bis 1700, Herder, Freiburg 2017, pp. 63-64.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]