Tasso, Bernardo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Bernardo Tasso (Bergamo?, 11 novembre 1493 - Ostiglia, 4 settembre 1569) è stato un poeta e diplomatico italiano, al servizio di Guido Rangone, Renata di Francia, Ferrante Sanseverino, Guidobaldo II della Rovere e Guglielmo Gonzaga.

LA VITA

Benché si conosca esattamente il giorno della nascita di Bernardo Tasso (11 novembre 1493), rimangono ancora incerti sia la città natale (Venezia o Bergamo) sia il vero nome del padre, sul quale sembra aleggiare un alone di mistero. È certo, invece, che rimase ‘orfano due volte’: la prima all’età di 6 o di 15 anni, quando morì Gabriele Tasso, che l’aveva cresciuto; e a 23, quando colui che si era preso cura della sua formazione, Monsignor Luigi Tasso (zio di Bernardo, o forse, secondo Williamson, p. 25, addirittura il vero padre), venne assassinato da ladri nella villa di Redona, presso Bergamo.

Anni ’20: Da Padova a Ferrara

In quello stesso anno, 1520, Bernardo si era trasferito a Padova per studiare legge, ma si volse ben presto agli studi letterari, sotto i diversi magisteri di Pietro Bembo e Sperone Speroni: ma se quest’ultimo sarà punto di riferimento lungo tutto l’arco della sua carriera poetica, la pubblicazione del Primo libro de gli Amori, nel 1531, determinerà una frattura con l’umanista veneziano, ricomposta ma mai del tutto rimarginata.
Nel 1525 Bernardo entrò al servizio del condottiero Guido Rangone, avviandosi a quell’attività diplomatica che sarebbe, in futuro, stata la sua prima professione (come poi ricordò Torquato nell’Apologia della Gerusalemme Liberata); inviato per una missione a Parigi, nel 1528, tornò in Italia al seguito di Renata di Francia, entrando al suo servizio presso la corte ferrarese nel medesimo periodo in cui vi risiedeva Clement Marot. Qui rivide sia il Bembo sia Marcantonio Flaminio e Alvise Priuli, già conosciuti a Padova (insieme, probabilmente, a Pier Paolo Vergerio); e qui diede avvio alla composizione della sua prima silloge poetica, il Libro primo degli amori.

Anni ’30-’40: Alla corte di Ferrante Sanseverino, tra Napoli, Salerno e Sorrento.

Nel 1532 prese parte alla spedizione d’Ungheria a fianco del Marchese del Vasto, e, al ritorno, divenne segretario del Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino. Il nuovo incarico gli permise di entrare in contatto con il cenacolo ischitano di Vittoria Colonna e con il fervido ambiente umanistico napoletano; e non è da escludere che i dialoghi avuti con la Marchesa abbiano affinato la sua già presente sensibilità per la tematica spirituale, che, dapprima nutrita di influssi ficiniano-platonici, potrebbe essere poi confluita in una sintonia di percezioni con il gruppo degli spirituali, che, a partire dal 1534, si riunirono attorno al cuecano Juan de Valdés. A Napoli, infatti, frequentò Girolamo Seripando, Scipione Capece, Agostino Nifo, Bernardino Rota, Giulia Gonzaga, Galeazzo Florimonte, Marcantonio Flaminio, Pietro Carnesecchi (che soggiornò a Napoli, in casa del Sanseverino, per oltre un anno, tra il 1540 e il 1541), oltre che naturalmente la già ricordata Vittoria Colonna; e non sembra quindi casuale che, a partire dal Libro secondo degli amori, del 1534, le liriche spirituali divengano sempre più presenti nella poesia tassiana, in versi in cui il neoplatonismo ficiniano è anche espressione della ricerca di un cristianesimo interiore, ascetico, puro, che auspica la renovatio Ecclesiae dall’interno, attraverso la moralizzazione del clero e la conciliazione irenica di istanze diverse (si vedano, ad esempio, nel Libro secondo e terzo degli amori, le rime alla Colonna, a Clemente VII, a Paolo III, al Seripando, a Isabella Gonzaga, oltre che i sonetti 39, 84, 85, 89 del secondo e la Canzone all’anima, del terzo, nella quale emergono echi delle prediche di Bernardino Ochino: cfr. Ferroni 2016). Non ci sono, però, fino a quest’altezza cronologica (1537), richiami che possano far pensare a un’adesione di Bernardo alle istanze evangeliche, sebbene cominci a trapelare un’inquietudine religiosa che culminerà nella raccolta di Salmi (per i quali si veda il paragrafo dedicato), e che a partire dagli anni ’40 si rinsalda sempre più.
Ne sono testimonianza le lettere al Flaminio (lett. CXXXIII, Primo volume, s.d., ma ascrivibile al 1541-’42, per la quale cfr. Magalhães 2012) e al Rota (lett. CLV e CCCXIV: vd. Zuliani 2013), l’ultima delle quali era stata già pubblicata nella raccolta De le lettere di tredici huomini illustri (1554): l’antologia curata dall’Atanagi sulla quale il Vergerio esule appuntò i suoi strali, denunciando come il dissenso religioso fosse stato celato, con prassi nicodemitica, dietro una raccolta di lettere che bilanciava autori eterodossi e non, schermando le lettere meno canoniche dietro le altre. Le uniche, notevoli eccezioni, nel Giudicio del Vergerio, sono il Flaminio e il Tasso dell’epistola al Rota, che effettivamente tratta, sin dall’incipit, dell’«infinita pietà di Cristo», e riecheggia alcuni temi del Beneficio di Cristo (cfr. Zuliani 2013), che poi ritorneranno nei Salmi (cfr. Morace 2014).
Nella medesima raccolta era, poi, stampata un’altra missiva degna di nota, ovvero l’epistola con la quale Bernardo persuadeva il Sanseverino a farsi portavoce presso Carlo V delle istanze della nobiltà e del popolo partenopeo, contro la decisione del viceré, Don Pedro de Toledo, di introdurre a Napoli il Tribunale dell’Inquisizione ‘alla spagnola’. I fatti sono stati letti principalmente come una lotta di potere tra il Principe e il Viceré, e la posizione di Bernardo come un richiamo alle virtù civili ed umane: e tale certamente fu, sebbene ciò non escluda affatto che la preoccupazione tassiana fosse anche tesa a salvaguardare i fermenti eterodossi ben presenti nel Regno di Napoli, come alcuni accenni interni alla lettera lascerebbero ipotizzare (Cfr. Magalhães 2012 e Morace 2014).

Anni ’50-’60: dall’esilio in Francia alla corte di Urbino; l’Accademia veneziana; gli ultimi anni presso Guglielmo Gonzaga

Il Tasso pagherà caramente questa presa di posizione: nel 1552 fu dichiarato ribelle, confiscato dei beni ed esiliato insieme al Sanseverino. Ripararono in Francia, dove il Principe passò apertamente al culto calvinista, mentre Bernardo si adoperava per ricongiungersi alla famiglia. Tornò quindi a Roma, nel 1554, dove poté ricongiungersi con Torquato e dove, due anni più tardi, lo raggiunse la notizia della morte della moglie, che lo gettò in uno stato di profondo sconforto.
Consumata definitivamente la rottura col Sanseverino, passò alla corte urbinate di Guidobaldo II della Rovere nel 1556, ma nel 1559 si trasferì a Venezia per seguire la stampa di tutte le sue opere (L’Amadigi, l’intera raccolta delle Rime e delle Lettere) e divenire Cancelliere dell’Accademia Veneziana (o della Fama): un’esperienza, questa, che merita di essere meglio indagata sotto il profilo religioso, poiché nelle Lettere dedicatorie premesse alle edizioni dell’Accademia emerge «un ecumenismo culturale che, nei rapporti con il mondo germanico, opera una specie di rimozione dei conflitti religiosi» (Lina Bolzoni, La stanza della memoria. Modelli letterari e iconogra ci nell’età della stampa, Torino, Einaudi, 1995, p. 20); e perché molti dei letterati che costituirono l’Accademia erano, a vario titolo, legati a istanze riformatrici e/o ireniche (Luca Contile, Dionigi Atanagi, Celio Magno, Alessandro Citolini, Giorgio Gradenigo, Giulio Camillo, oltre agli ispiratori Domenico Venier e Federico Badoer, a cui Manuzio aveva dedicato la raccolta di Lettere del 1542: cfr. Morace 2014, p. 63 e 2012, pp. 2-23). Conclusasi l’esperienza dell’Accademia, Bernardo si ritrovò nuovamente alla ricerca di un sovrano: così, dopo una breve parentesi presso Luigi d’Este, a Ferrara, si adoperò vanamente per entrare alla corte di Savoia di Margherita di Valois; e quindi al servizio di Cosimo I dei Medici, per riparare infine a Mantova, dove Guglielmo Gonzaga lo fece prima suo segretario per la parte giudiziaria e criminale, e poi Podestà di Ostiglia: morì qui, tra le braccia di Torquato, il 4 settembre 1569.

LE OPERE POETICHE

I tre libri de gli Amori e le Rime

L’attività letteraria di Bernardo Tasso inizia con la pubblicazione — a Venezia, per i torchi dei fratelli da Sabbio, tra l’agosto e il novembre 1531 —, del Libro primo degli amori, dal quale emerge chiaramente l’indirizzo classicista della sua poesia, in aperta controtendenza rispetto al dominante petrarchismo bembiano. E ciò fin dal titolo, Gli Amori: non un canzoniere volgare, non sparse rime, ma una silloge che rimandava naturalmente ad Ovidio, ma anche agli Amorum libri tres del Boiardo e al Parthenopeus sive Amores del Pontano. Dunque la letteratura latina e neolatina riassorbita nel volgare, oltre Petrarca, come il Tasso esplicitava nella lettera dedicatoria: una vera e propria dichiarazione di poetica che mirava ai piani alti del dibattito contemporaneo con piglio sicuro, e che si chiudeva nel nome di Antonio Brocardo, l’amico recentemente scomparso, entrato in aperta polemica col Bembo.
Tale progetto classicista raggiunse il suo compimento a Napoli, dove gli influssi dell’Accademia pontaniana, della poesia neolatina e della lezione del Sannazzaro (scomparso appena due anni prima) furono fondamentali perché il Tasso potesse attuare, in breve giro di tempo e con tale forza propulsiva, un programma classicista che nel 1531 era annunciato ma non pienamente attuato: se lì il Tasso aveva composto le prime tre odi della letteratura volgare, nel Libro secondo la sperimentazione coinvolge egloghe, elegie, inni, una selva, la celebre favola di Piramo e Tisbe (che mirava a ricreare il ritmo dell’esametro latino, in endecasillabi variamente rimati) e due metri per i quali a Bernardo spetta la paternità in volgare: l’epitalamio e l’egloga piscatoria, in cui, nello stesso periodo, si provava anche Bernardino Rota. Ma, soprattutto, la proposta faceva corrispondere all’estrema ricchezza dei metri, un ampliamento dello spettro tematico, tanto che accanto all’ancora dominante tema amoroso si trovano liriche d’occasione, encomiastiche, morali, politiche, pastorali, spirituali, a sfondo mitologico e con finalità didattiche, in consonanza con il modello oraziano delle Odi. Nel 1534 può, quindi, ritenersi compiuto il processo di sperimentazione classicista di Bernardo Tasso: prova ne sia che la Dedica al Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, rimarrà, anche negli anni successivi, la premessa all’intera raccolta di Rime tassiane (che, nel suo assetto definitivo, del 1560, accosterà ai Tre libri de gli Amori due libri di Rime, uno di Odi et Inni e uno di Salmi); e che nessun nuovo metro si aggiungerà, se si eccettua il poemetto in ottave per Giulia Gonzaga contenuto nel Libro terzo de gli Amori, del 1537.

L’Amadigi e il Floridante

L’attenzione all’ottava, comunque, non era nuova, poiché Bernardo aveva già iniziato a comporre, prima del 1530, un poema in ottava rima, il Guidon Selvaggio, mai dato alle stampe. Un decennio più tardi, ritorna sul progetto di un poema epico scegliendo un soggetto spagnolo: l’inventio è, infatti, tratta dal romanzo di cavalleria Amadìs de Gaula di Gabriel Garcia Rodriguez de Montalvo, ma a questo filone principale Bernardo ne alterna due di sua invenzione (le vicende di Miranda e Alidoro, e di Floridante e Filidora), in un romanzo cavalleresco che arriva a constare di ben 100 canti. Il progetto iniziale prevedeva tuttavia un poema epico in versi sciolti, centrato su un’unica azione, benché già nel 1543 Bernardo avesse optato per l’ottava («commandato dal padrone»), e probabilmente alla fine degli anni Quaranta per il modello ariostesco. Ritornerà, in parte, all’idea primigenia nel 1563, con il Floridante: poema in ottave che estrapola dall’Amadigi (pubblicato solo nel 1560, dopo una gestazione quasi ventennale) il nucleo riguardante il solo Principe di Castiglia, sul quale si focalizza l’azione principale. Rimarrà incompiuto, e sarà Torquato a darlo alle stampe non appena uscito da Sant’Anna, nel 1587.

I Salmi (1560)

A dispetto di quel che il titolo potrebbe far pensare, e dei numerosi volgarizzamenti del Salterio che, dal 1560, cominciarono a proliferare in Italia, i Salmi tassiani non sono parafrasi del testo biblico, ma odi sacre, che si inseriscono piuttosto in quel filone di rime spirituali che, dalla Colonna in poi, costituiranno un terreno fertile della lirica medio-cinquecentesca (e probabilmente non è un caso che le carte 143r-145r del codice oliveriano 1399, autografo di Bernardo, contengano 48 citazioni tratte dalla princeps, 1546, delle Rime spirituali della Marchesana di Pescara).
La raccolta appare permeata di istanze non sempre riconducibili nell’alveo delle tradizionali figure e stilemi della pietà e della devozione, sia per alcuni temi affrontati, sia per la partiziona strutturale, sia per la scelta della dedicataria: Margherita di Valois, figlia del re di Francia Francesco I e duchessa di Savoia dal 1559, che attorno a sé aveva riunito un circolo di umanisti e dissidenti religiosi, seguendo le orme della zia, Margherita di Navarra, che l’aveva allevata e istruita. Al suo servizio Bernardo aveva tentato di entrare nel 1560, dopo il fallimento dell’Accademia Veneziana, e a lei aveva già dedicato il Libro Quarto delle Rime nel 1554, di ritorno dall’esilio in Francia: occasione nella quale probabilmente la conobbe.
Sotto l’aspetto tematico (analizzato in Morace 2014, anche attraverso il riscontro di alcuni luoghi del Beneficio di Cristo), basterà ricordare che l’ultimo salmo, il 30imo, affronta direttamente questioni nodali della spiritualità evangelica: la fallacia dei sensi, le offese che l’uomo reca a Dio con opere e parole (evidente citazione del Confiteor), l’inadeguatezza del pensiero umano ad «adombrare» pur «una parte del vero» e a «spiegarlo in carte» (con allusione esplicita alla metafora valdesiana secondo cui i testi scritturali non sono altro che una “fioca candela” nel buio della foresta, mentre la vera luce è quella che scaturisce dalla rivelazione divina), l’immagine della Passione di Cristo, che apre le porte della grazia non per i meriti e le opere umane, ma per l’infinita pietà del Redentore. L’ode si conclude con l’affermazione del Tasso di sentirsi, ora, finalmente pronto a seguire le orme di Cristo per poter gustare, un giorno, il piacere degli «eletti e giusti»; e se l’aggettivo «giusti» veniva utilizzato, anche nel Beneficio di Cristo, per riferirsi proprio ai valdesiani, l’aggettivo «eletti» associato al concetto di grazia non sembra possa lasciare adito a dubbi, anche per l’insistenza con cui nei Salmi si fa riferimento al tema della grazia.
Dal punto di vista strutturale, infine, l’opera si configura come cristocentrica: alle 30 odi sacre, segue un’appendice costituita da una canzone e due sonetti A l’anima, e due sonetti A Cristo: una chiusa che rispecchia un tema centrale per gli evangelici, ovvero il matrimonio tra l’anima e Cristo (cui è dedicato l’intero Capitolo quarto del Beneficio, «Della unione dell’anima con Cristo») quale atto necessario affinché «il cristiano si vesta di Cristo» (Titolo del capitolo quinto) e possa godere della giustificazione divina.

TENDENZE EVANGELICHE

Le fonti documentarie attualmente disponibili non ci consentono di asserire una partecipazione diretta del Tasso al circolo valdesiano, sebbene i contatti epistolari, gli scambi poetici e le vicissitudini biografiche dimostrino il suo saldo legame con i massimi esponenti delle tendenze riformatrici del tempo, presso alcuni dei quali entrò o tentò di entrare al servizio. Certamente, però, egli dovette avvertire il fascino di un filone della Riforma che, per vari aspetti, dovette sembrargli più umanisticamente aperto e irenico, e cristianamente intriso di pietas, rispetto al rigorismo che poi trionfò nel Concilio, anche perché l’evangelismo non aveva un impianto concettuale alieno rispetto a quello della sua formazione filosofica, ficiniano-platonica; e perché prospettava una genuina rigenerazione morale della Chiesa, a più riprese auspicata dal Tasso nelle Rime e in linea con i suoi principi morali.
Gli studi critici che, in questi ultimi anni, si sono focalizzati sulla questione della religiosità tassiana ci permettono, comunque, di percorrere con minor audacia la strada che Cerboni Baiardi prima, e Petrocchi poi, avevano cominciato a tracciare negli anni ’60 e ’80, rilevando come nella lettera al Flaminio e in altri scritti tassiani emerga «un dissidio autentico e profondo che è anche storico, e che illumina uno stato di malessere, ansietà, inquieta lacerazione […], [che] costituirà d’ora in poi una delle linee dell’esperienza letteraria di Bernardo Tasso» (Cerboni Baiardi 1966, p. 101).

BIBLIOGRAFIA SPECIFICA

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  • Giovanni Ferroni, Bernardo Tasso, Ficino, l'evangelismo. Riflessioni e materiali attorno alla «Canzone all'Anima» (1535-1560), in Encarnaciòn Sánchez García (ed.). Rinascimento meridionale: Napoli e il viceré Pedro de Toledo (1532-1553). Atti del convegno internazionale (Napoli, 22-25 ottobre 2014), Napoli, Tullio Pironti Editore, 2016, pp. 253-319.
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  • Vercingetorige Martignone, Tra Ferrara e il Veneto: l’apprendistato poetico di Bernardo Tasso, «Schifanoia», XXVIII-XIX (2005), pp. 303-13.
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  • Rosanna Morace, Bernardo Tasso e il gruppo valdesiano. Per una lettura “spirituale” dei «Salmi», «Quaderni della sezione di italiano dell’Università di Losanna», 9 (2014), pp. 51-85.
  • Rosanna Morace, Bernardo Tasso e Vittoria Colonna. Le tracce di un sodalizio tra le carte del «Libro secondo degli amori» e il codice oliveriano 1399, in Atti del Convegno «Bernardo Tasso uomo del Rinascimento». Bergamo-Padova, 14, 27-28 ottobre 2016, a cura di Franco Tomasi e Giovanni Ferroni, di prossima pubblicazione.
  • Giorgio Petrocchi, Saggi sul Rinascimento italiano, Firenze, Le Monnier, 1990.
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  • Bernardo Tasso, Lettere, 2 voll.: Primo volume (rist. anast. dell’ed. Giglio, 1559), a cura di Donatella Rasi; Secondo volume (rist. anast. dell’ed. Giolito, 1560), a cura di Adriana Chemello, Bologna, Forni. 2002.
  • Pietro Paolo Vergerio, Giudicio sopra le lettere di tredeci huomini illustri publicate da M. Dionigi Atanagi & stampate in Venetia nell’anno 1554, Tubinga, Ulrich, 1555.
  • Edward Williamson, Bernardo Tasso, Roma, ed. storia e Letteratura, 1951; traduzione italiana di Domenico Rota, Bergamo, Centro studi tassiani, 1995.
  • Cristina Zampese, Tevere e Arno. Studi sulla lirica del Cinquecento, Milano, Franco Angeli, 2012, pp. 13-71.
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Article written by Rosanna Morace | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]