Bolcini, Bernardo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Bernardo Bolcini (Boretto, 1693 - ?) è stato un sacerdote e confessore del monastero femminile di San Tommaso di Reggio Emilia, ed imputato reo confesso nel tribunale episcopale ed in quello inquisitoriale reggiano di sollicitatio ad turpia (adescamento di monache).

La sua vicenda ha inizio nel 1741, quando nel foro vescovile pervengono per mezzo di un confessore preposto a raccogliere i costituti delle varie penitenti (tale Domenico Casarotti), quattro denunce di monache del monastero di San Tommaso (Anna Vittoria Mori, Anna Maria Cassoli, Maria Teresa Artoni e Maria Gertrude Gentili) ai danni del sacerdote, le quali affermano di essere state vittime dei suoi discorsi ed atti lascivi.
Stando agli interrogatori delle monache (avvenuti rispettivamente il 13 marzo 1741 per Anna Vittoria Mori; il 17 marzo 1741 per Anna Maria Cassoli; il 22 marzo 1741 per Maria Teresa Artoni ed il 25 marzo 1741 per Maria Gertrude Gentili), si evince che nel monastero tale confessore, nell’atto sacramentale, avrebbe tentato di adescare le suddette penitenti in modi non coatti, ma alternando dolcezza e comprensione a discorsi lascivi e fuori luogo per la situazione. Secondo Anna Vittoria Mori, il direttore spirituale cercò costantemente di troncare i discorsi della monaca per parlare di cose altamente impure, utilizzando l’arma dell’empatia (e del pianto) per ottenere maggior confidenza e per “farla avvicinare” di più alla sua persona (è riscontrato, anche, che il sacerdote raccontò alla monaca un episodio accaduto in un altro monastero, dove un confessore ed una sua penitente ebbero un rapporto sessuale all’interno del confessionale e durante l’adempimento del sacramento), in più le chiese, anche, di fargli toccare la lingua; a Maria Gertrude Gentili descrisse l’anatomia del suo sesso e le mostrò un libro, denominato “L’uomo Rustico”, in cui veniva insegnato l’atto peccaminoso con gli animali; alla Artoni fece “apprezzamenti” sulla sua fisionomia e spesso l’appellava col nomignolo di “sorellina” ed infine, Anna Maria Cassoli disse di averlo visto, in luogo della confessione, riposarsi su una sedia e con le gambe poste su un’altra, oltre al fatto di averle proferito parole colme di dolcezza.
A questi interrogatori seguono, dal 27 febbraio 1742 al 14 marzo 1743, una lunga serie di deposizioni fatte dal Bolcini (in cui venne utilizzata anche la tortura della corda), redatte prima dal notaio Ludovico Beltrami ed in seguito dal Cancelliere episcopale Domenico Sevrani. In queste si denotano diverse informazioni utili per comprendere appieno i vari passaggi che portarono a formulare l’accusa di cui sarà macchiato. Infatti egli, edotto dal carcere (il sacerdote fu preventivamente incarcerato non solo per il sospetto di reato, ma anche perché venisse mantenuto l’ordine di divieto di far trapelare informazioni riservate alle orecchie della sola Santa Inquisizione), raccontò che, prima del processo alla sua persona, si avvalse del privilegio della spontanea comparizione (poiché secondo lui le monache, viste sempre come donne facilmente corruttibili e prede di tentazioni peccaminose, avrebbero sospettato del loro confessore, non comprendendo appieno le parole da quest’ultimo proferite); disse di aver ricevuto dalle sue penitenti dei bigliettini con sopra scritto alcune domande di materia morale rivolte alla sua persona e desiderose di una risposta pia; ammise inoltre di aver dato loro dei nomignoli ma solamente perché le considerava come proprie figlie.
Ciò nonostante il sacerdote non solo confessò la sua colpevolezza (anche a causa della tortura), ma confermò anche di aver detto che il seme della donna non era necessario all’atto di generazione e che quest’ultima era considerata solo come una polluzione; chiese ad una monaca l’andamento dei suoi mestrui lunari e la chiamò “Madonnina”; narrò ad un’altra sua penitente di un passato episodio in cui un confessore (detto il Beccarelli) di Brescia introdusse l’orazione di quiete, insegnando che si poteva fare ciò che la mente suggeriva anche durante la confessione e raccontò inoltre la vicenda di un altro direttore spirituale di Verona che, con una copia delle chiavi di un monastero, vi entrava e peccava con una sua monaca penitente.
Benché un’arringa difensiva fu stilata dall’avvocato d’ufficio (Silvestro Bonezzi), il 19 luglio 1743 (dopo un intenso scambio epistolare tra il vicario generale del vescovo ed il cardinale Ruffo, segretario della Congregazione romana del Sant’Uffizio) il Bolcini abiurò de vehementi rinnegando tutti i mali e le eresie effettuate. Venne inoltre incarcerato per tre anni con la perpetua interdizione ad ascoltare le sacramentali confessioni, con l’aggiunta di varie penitenze salutari.
Durante i tre anni penitenziali del sacerdote, a conferma che precedentemente al caso di San Tommaso il reo ebbe insidiato altre suore, vi sono le deposizioni del 1745 della monaca Maria Benedetta Mai, del monastero di Sant’Orsola a Vignola in cui viene detto che la suddetta vide, durante la confessione, il monaco fare a sé stesso “peccaminosi toccamenti” e cercò di minacciare la penitente affinché non osasse proferire parola all’esterno del convento.
Scaduti i tre anni di carcere, il 22 luglio 1746 a Bernardo Bolcini gli fu accordata la grazia della libertà dal S. Uffizio romano e fu edotto dalla prigionia per ordine del vicario vescovile Mario Toschi.

Fonti

  • Archivio Diocesano di Reggio Emilia (ADRe), Processi criminali Sacra Inquisizione (1650-1786), Contra Bernardum Bolcini, f. 95.

Bibliografia

Article written by Luca Al Sabbagh | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]