Beneficio di Cristo

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Il Beneficio di Cristo (Trattato utilissimo del beneficio di Giesù Cristo crocifisso verso i cristiani) è un testo scritto da Benedetto Fontanini e rivisto e ampliato da Marcantonio Flaminio, pubblicato a Venezia - senza l'indicazione dell'autore - per i tipi di Bernardino de' Bindoni nel 1543, che ebbe un successo clamoroso nell'Italia e nell'Europa del Cinquecento, probabilmente dell'ordine delle decine di migliaia di copie stampate, soprattutto dopo l'edizione del 1546. Diviso in sei brevi capitoli, risentiva ampiamente dell'influenza di testi di Lutero, Melantone e in particolar modo delle Institutiones Christianae Religionis di Calvino. Inoltre vi era ben evidente l'eco del pensiero di Juan de Valdés e del movimento degli Spirituali. Denunciato nel 1544 da Ambrogio Catarino Politi, il libretto fu in seguito oggetto di una feroce persecuzione, che portò alla distruzione di tutte le copie circolanti. Se ne erano definitivamente perse le tracce quando una copia venne fortunosamente ritrovata nel 1855 nella biblioteca del St. John's College a Cambridge.

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«Beneficium Christi»: il significato del titolo dell’opera

L’espressione «beneficium Christi» è sorta nei primordi della Riforma, quando fu riportato in luce il valore della «giustizia di Cristo» rispetto alla giustizia dell’uomo, acquistata mediante l’ubbidienza alla legge divina e ai precetti della Chiesa. Negli anni più infuocati della polemica antiromana e antilegalistica, negli anni della grande trilogia di Lutero (1517-1520), si dà l’avvio a una nuova spiritualità, sgorgante dalla fides fiducialis nel beneficio della salvezza eterna operata da Cristo. Ci si domanda come mai Melantone fosse innamorato del vocabolo «beneficium»1 ignorato dalla Vulgata. Rolf Schaefer, in un saggio del 19612 , ha analizzato alcuni termini caratteristici melantoniani e ha collegato «beneficium» con alcune note filologiche di Erasmo alla sua edizione del Nuovo Testamento, apparsa a Basilea nel 1516 con il titolo Novum Instrumentum. Erasmo in quelle note distingue charis da charisma e per Romani, cap. I, 5 così commenta: «Charis autem apud Graecos nonnum quam beneficium significat, quod confertur gratuito…3 ». Dalle note erasmiane gli fu suggerita l’idea di chiamare «beneficium Christi» il dono supremo della salvezza per mezzo della fede4 .

È possibile che, insieme all’opera melantoniana, la spiritualità del circolo valdesiano5 e dell’ecclesia Viterbensis6 abbia influenzato fortemente la revisione dell’opera del monaco benedettino da parte Marcantonio Flaminio.
Il destino dell’opera seguirà successivamente le vicende biografiche di un altro uomo legato agli ambienti benedettini, il cardinale Giovanni Morone, nonché le vicende del processo intentato a quest'ultimo dall’Inquisizione romana, che vedrà coinvolti i nomi di Vittoria Colonna7 , marchesa di Pescara, Marcantonio Flaminio, Alvise Priuli, Pietro Carnesecchi8 e del cardinale Reginald Pole – tutte anime legate al circolo valdesiano – fino a quando, nel 15709 , il Beneficio fu definitivamente riconfermato nell’elenco dei libri censurati10 .
Vale la pena soffermarsi ancora sulle condizioni del circolo valdesiano negli anni tra la morte del cardinale Gasparo Contarini (24 agosto 1542) e la sospensione dell’inizio fallimentare dei lavori conciliari (6 luglio 1543), alle soglie del Concilio di Trento.
L’ecclesia Viterbensis, di cui si è accennato sopra, è da considerarsi non un arcadico gruppo di intellettuali, nobili e prelati, che si riunivano in conversazioni spirituali attorno alle opere del loro maestro, Juan de Valdés, e al Beneficio di Cristo, bensì – sostiene Firpo11 – il banco di lavoro, sul quale, non senza difficoltà, si cercarono di stilare i punti irrinunciabili del programma da portare al Concilio circa l’accettazione della proposizione luterana della salvezza per sola fede12 , soprattutto dopo la nomina a governatore della città di Viterbo del cardinale Pole13 . L’atteggiamento del Pole, criticato e tacciato di «nicodemismo», è sintetizzabile nelle parole riferite dal cardinale alla marchesa Colonna – ed emergenti dal Processo Carnesecchi – sul comportamento etico del buon cristiano: «attendere come se per la sola fede s’avesse a salvare, e d’altra parte attendere ad operare come se la sua salute consistesse nelle opere14 ».

Il presupposto teologico dell’opera

Il perno attorno al quale ruota tutta l’opera, mutuato dalla dottrina valdesiana, è la domanda fondamentale che oltrepassa le differenze confessionali sorte all’indomani della dieta di Worms (1521): «chi pecca contro il Corpo di Cristo?».
La risposta che viene data dall’autore15 : colpevoli di questo peccato sono tanto i cristiani cattolici di osservanza romana quanto i cristiani luterani. I primi perché negano la giustificazione per sola fede e si accostano a Dio con alterigia e con senso del guadagno; i secondi perché rompono il “vincolo di unità e della pace” della mensa eucaristica. Peccare contro il Corpo di Cristo significa quindi peccare contro la Chiesa universale.
Il «dolce libriccino», così come lo chiama Pier Paolo Vergerio, non si pone quindi come terzo rispetto alle posizioni del cattolicesimo romano e del luteranesimo, ma vuole soltanto essere l’espressione del movimento valdesiano, dell’irenismo erasmiano, dello spiritualismo degli anni precedenti il Concilio di Trento, quando ancora sembrava possibile un accordo tra le due confessioni cristiane in contrasto, richiamando entrambe alla centralità dell’unico mediatore della grazia santificante, Gesù Cristo.

Analisi dell’opera

«Essendoci venuta alle mani un’opera delle più pie e dotte, che ai nostri tempi si siano fatte, il titolo della quale è Del beneficio di Giesu Christo Crocifisso verso i Christiani, ci è paruto a consalatione et utilità vostra darla in istampa, et senza il nome dello scrittore acciocché più la cosa vi muova che l’autorità dell’autore». Dopo questa premessa, indirizzata «Alli lettori Christiani», l’autore comincia la trattazione dell’argomento in sei capitoli.

Capitolo primo: “Del peccato originale e della miseria dell’uomo”. Viene esposta la dottrina del peccato originale desunta totalmente dalla teologia agostiniana in funzione anti-pelagiana: ancora vivo era il pensiero teologico, sostenuto dal monaco Pelagio (360-420 d.C.), per il quale la natura dell’uomo è forte e capace di bene indipendentemente dalla grazia divina16 . L’autore invece sostiene che nel peccato originale l’uomo eredita la miseria, la passibilità e la mendacità: l’uomo non può andare a Cristo e conoscerLo senza riconoscere la propria debolezza e il bisogno della grazia.

Capitolo secondo: “La legge fu data da Dio perché noi, riconoscendo il peccato e disperando di poterci giustificare con le opere, ricorressimo alla misericordia di Dio e alla giustizia della fede”. Secondo l’autore, Dio vuole che l’uomo giunga ad essere cosciente della propria miseria per accorgersi di Cristo: da Abramo a Mosè la Legge ha fatto comprendere la distonia tra la vita vissuta e il comandamento; mentre i profeti spiegano il comandamento. Dalla lettera di san Paolo ai Romani l’autore fa emergere come Legge di Cristo non è altro che farsi servi per il prossimo, mentre la Legge di Mosè lo specchio dei nostri peccati. Le due posizioni sono state sostenute la prima da Lutero e la seconda da Calvino. In particolare, la posizione del teologo francese, autore dell’Institutio, è ripresa proprio nell’analisi della Legge di Mosè: essa mette in luce i peccati, ne accresce il desiderio, fa conoscere l’ira di Dio, pone l’uomo nella disperazione di poterla soddisfare e in ultima analisi lo spinge di necessità a cercare Cristo.

Capitolo terzo: “La remissione dei peccati, la salvezza e la giustificazione dipendono da Cristo”. In seguito alla consapevolezza acquisita dalla riflessione luterana sulla condizione dell’uomo, definito simul justus et peccator, l’autore sostiene che il cristiano deve riconoscersi peccatore per procedere alla salvezza. La salvezza è fede nella grazia che proviene dai meriti guadagnati da Cristo sulla croce come dote nuziale con l’anima. Come la colpa entrò e rimase nel mondo pur non essendo voluta dalla generazioni innocenti, così la salvezza viene per grazia. Questo è il centro di tutta la riflessione dell’autore sulla novità della teologia di Lutero: essa non si discosta dalla teologia cattolica romana, ma sposta l’accento dai meriti personali e dalla mediazione sacramentale della Chiesa ai meriti di Cristo mediatore con il suo stesso corpo nella passione, morte e risurrezione.
Di conseguenza la condizione di peccatore non deve essere per l’uomo motivo di diffidenza, come non deve spaventarlo l’insufficienza delle opere davanti alla speranza della salvezza (Ebr 7, 9-10; 1 Gv, 1-2). Solo la passione e il sacrificio di Cristo hanno riscattato l’uomo dal peccato, e ogni volta che il cristiano ne fa memoria, è giustificato da Dio.
Le opere della Legge sono pertanto dannose in quanto sviano l’uomo dalla fiducia in Cristo: la Legge infatti vorrebbe sostituire Cristo e far confidare l’uomo solo in sé stesso (Fil 3, 6-9). L’uomo liberato dal dominio della Legge diventa cristiano: sotto il sigillo dello Spirito, la forza del peccato che genera morte, che è la Legge, viene meno. Il Cristo con la croce ha vinto la morte e ritenuto giusto davanti a Dio ha manifestato al mondo con l’amore il ruolo antagonista della Legge nella storia della salvezza. Il cristiano è ritenuto giusto per i meriti di Cristo. Incorporato in Lui per la fede, l’uomo non è più figlio di Adamo, ma figlio di Dio e coerede di Cristo.

Capitolo quarto: “Effetti della fede viva ed effetti dell’unione in Cristo”. L’autore ha come obiettivo quello di risaltare il valore cristiano della fede nell’azione giustificante di Dio per mezzo di Cristo e il valore dell’unità nel vincolo della pace. Questi sono gli elementi che si stagliano sullo sfondo di ogni riflessione e soprattutto si caratterizzano come monito costante per le parti in causa. Per spiegare l’unione dell’anima con Cristo egli utilizza l’immagine dello “sposalizio”. Dio celebra il matrimonio tra l’anima fedele e l’Unigenito suo figlio. La dote dell’anima il peccato, e Cristo non si è sdegnato di prenderlo su di sé (anatema). Dio Padre sacrifica il Figlio perché carico del peccato del mondo; questi, trovato giusto, guadagna invece per sé la vita eterna. Così, la dote di Cristo diventa un bene prezioso per l’anima, e con essa tutto quanto Cristo ha fatto, detto e sperimentato: la partecipazione dell’anima alla realtà divina. Non si possono ignorare i riflessi dell’ecclesiologia di Eckart e soprattutto di Margherita Porete i quali, già nel primo XIV secolo, ponevano una differenza tra la chiesa visibile e chiesa invisibile (degli eletti); o la riflessione più recente di Juan de Valdés sulla chiesa “carnalis” schiava della legge («coloro che hanno animo hebreo»).
Ma quali sono le basi sulle quali il cristiano può ritenere certo lo sposalizio dell’anima con Cristo? L’autore afferma che la certezza è fondata sulla Scrittura, che è annuncio universale dell’evangelo di Cristo, ma anche nella tradizione dei Padri. Così, dalle epistole di San Paolo (Rm 3, 28; 10, 9-10; Gal 2, 16-21; 3, 11-12; solo per citare alcuni passi), passando per Agostino, Origene, Basilio, Ambrogio e Bernardo vengono messi in risalto i temi della giustificazione per sola fede, la condanna dell’uomo che vive sotto la Legge, la redenzione del peccatore.
Al contrario, proprio i dibattiti sulla giustificazione, sulla predestinazione e sul libero arbitrio erano diventati il campanello d’allarme per coloro che, «tanto zelanti quanto digiuni di cultura teologica (habent zelum Dei, sed non scientiam)», vedevano in ogni dove eresia, «li quali, perché Lutero ha detto cose diverse de gratia Dei et libero arbitrio, si hanno posto contra gniuno il quale predica et insegna la grandezza della gratia et la infirmità umana; et credendo questi tali di contradire a Lutero contraddicono a santo Augustino, Ambrosio, Bernardo, san Thomaso; et breviter, mossi da buon zelo ma cum qualche vehementia et ardore di animo non se ne acorgendo, in queste contradictioni loro deviano dalla verità catholica et si acostano alla heresia pellagiana e pongono tumulti nel popolo»17 . Così scriveva in una lettera del 12 giugno 1537 il cardinale Contarini al vescovo Giberti, e parlando di intransigenti come lo Zanettini, il Carafa e il Ghislieri (questi ultimi due, divenuti pontefici nella fase intransigente del Concilio di Trento).
Le ultime due domande che l’autore pone al termine del capitolo sono tra loro legate: chi può essere detto giusto? E ancora: come la fede giustifica?
Alla prima l’autore risponde che, quand’anche il cristiano osservasse perfettamente la legge, dovrebbe dichiararsi “servo inutile”, perché le opere davanti al mondo esaltano, ma davanti a Dio non giustificano. Le opere sono imperfette; tuttavia, compiute verso i fratelli per misericordia corporale, saranno apprezzate da Dio senza tuttavia aggiungere nulla al suo disegno.
Sul come la fede giustifichi, l’autore sostiene che la partecipazione ai meriti di Cristo abilita l’uomo che si riconosce misero e peccatore al ben operare e alla santità. Questo è il principio per cui non è l’uomo ad ascendere verso Dio, scalando la vetta della santità accumulando opere davanti a Lui; ma è Dio che si piega verso l’uomo e lo attira a sé (Gc 2, 18).
Al termine del capitolo l’autore si premura di dare la corretta interpretazione della lettera di Giacomo: le opere sono la diretta conseguenza dell’aver riconosciuto nel sacrificio di Cristo la giustificazione e la salvezza dell’uomo.

Capitolo quinto: “Come il cristiano si veste di Cristo”. A questo breve capitolo concorrono ampiamente diverse opere: le Istitutiones Christianae Religionis di Calvino, il De libertate Christiana di Lutero e le Considerationes di Valdés. L’autore sostiene, riportando per verbis ampi brani del testo del riformatore tedesco, che l’imitazione di Cristo rende come Cristo e abilita quindi al bene operare. Il trinomio croce-pazienza-prova (2Cor 4, 7-10) porta a gloriarsi di Cristo crocifisso perché tutto concorre per rinsaldare e rendere fedele l’uomo nella prova.

Capitolo sesto: “Quattro rimedi contro la diffidenza”. L’autore propone quattro rimedi per colmare la diffidenza dalla giustificazione che può nascere nel cuore del cristiano: sono esse la preghiera, la memoria del battesimo, la comunione nel corpo e nel sangue di Cristo e la certezza della predestinazione. Se i primi tre suggerimenti rimandano alla pratica cultuale da sempre presente nella Chiesa, il quarto, la predestinazione, è un elemento innovativo rispetto alla teologia classica. Nascono alcuni interrogativi: come essere certi di appartenere al novero degli eletti? E ancora: i miei patimenti sono segno dell’ira di Dio?
A queste domande l’autore risponde accompagnando il lettore a riflettere sul timore di Dio e la pratica penitenziale. Dopo aver chiarito preliminarmente che Cristo è l’avvocato dell’uomo presso il tribunale di Dio, egli recupera la riflessione che già Ireneo di Lione aveva fatto a tal proposito: l’uomo è nel timore perché non può sapere più di quanto gli è dato nella vita vissuta. Se il timore dell’uomo vecchio era un timore servile, perché schiavo della Legge, quello dell’uomo nuovo, redento da Cristo, è un timore “filiale”: il cristiano non ardisce a dirsi giustificato perché il suo animo non si senta soddisfatto delle buone opere verso i fratelli. Ancora una volta, la remissione dei peccati è grazia e non acquisto, perché questi sono rimessi non per i meriti di chiunque, ma per i meriti di Cristo.

Bibliografia

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Article written by Vincenzo Vozza | Ereticopedia.org © 2013

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]