Bilotta, Atanasio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Atanasio Bilotta è stato un prete beneventano, appartenente all'ordine dei Teatini, condannato per abusi nella pratica della confessione e per eresia.

In servizio a Verona, nella sua attività di confessore e direttore spirituale diffuse e mise in pratica con le sue penitenti dottrine eterodosse, legate all'esaltazione del piacere carnale come metodo per avvicinare l'anima a Dio. Sostenne tra l'altro con le penitenti la liceità del sesso extraconiugale. Fu inquisito una prima volta nel 1604. Convocato a Roma, se la cavò con l'espulsione dal territorio della Repubblica di Venezia e con l'interdizione dal praticare la confessione, mentre le due penitenti a lui più legate furono sottoposte a tortura e condannate all'abiura de formali e al carcere perpetuo (poi condonato).
Poco dopo questo primo processo, Bilotta tornò a Verona, riprendendo l'attività di confessore e direttore spirituale e ricostituendo la sua conventicola di penitenti. Nel 1610 fu quindi di nuovo inquisito, a seguito della spontanea comparizione di una delle due penitenti condannate nel 1605 e all'autodenuncia di altre quattro componenti della conventicola. Emerse allora che Bilotta aveva invogliato le "figlie spirituali" ad avere rapporti con lui, sulla base delle vecchie dottrine e di altre ancora più scandalose per gli inquisitori. Sottoposto a tortura, confessò tutti gli addebiti. Fu quindi condannato all'abiura de vehementi, recitata a Roma presso la Congregazione del Sant'Uffizio, alla sospensione a divinis perpetua e a 10 anni di carcere, il primo da scontarsi nelle prigioni del Sant'Uffizio, i restanti in una struttura del suo ordine. Il 14 aprile 1611, in seguito ad una sua spontanea autoaccusa di nuovi errori, fu dichiarato eretico formale e condannato al carcere perpetuo.

Bibliografia

  • Giovanni Romeo, Esorcisti, confessori e sessualità femminile nell'Italia della Controriforma. A proposito di due casi modenesi del primo Seicento, Le Lettere, Firenze 1998, in part. pp. 190-192

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]