Allione, Ascanio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Ascanio Allione è stato un radicale, visionario e profeta piemontese del primo Seicento.

Il personaggio

La sua figura è piuttosto oscura. La maggior parte delle notizie che abbiamo al suo proposito derivano da due fonti distinte: i frammentari verbali dei Sinodi Valdesi e un manoscritto autografo datato 30 aprile 1624 nel quale Allione si rivolgeva al duca di Savoia, Carlo Emanuele I, presentandosi come "humil servo et propheta di Dio, per servir suo Principe nell’opera da Dio commessali".

Nativo del Marchesato di Saluzzo, nel primo Seicento Ascanio Allione emigrò nelle comunità valdesi, dove il culto riformato era ancora tollerato. Qui iniziò un percorso di studi per diventare pastore riformato, ma nel 1610 i suoi progetti furono bruscamente interrotti dal Sinodo del Delfinato, che lo censurò accusandolo di "anabattismo". Continuò a prestare servizio presso le chiese della val Pellice e della val Chisone come maestro di scuola, senza tuttavia abbandonare le sue posizioni radicali: nel 1620 infatti si era presentato davanti al Colloquio delle Valli chiedendo ai pastori di poter leggere uno scritto nel quale aveva fissato le sue opinioni riguardo alla crisi politica e morale delle chiese. Allione iniziò il suo discorso affermando di “esser Profeta di Dio et haver missione da Dio di dirci la causa di nostre presenti afflitioni”, ma la congregazione dei ministri lo interruppe quasi immediatamente, diffidandolo dal proseguire in queste sue assurde prediche.

Probabilmente fu in questi anni che abbandonò le valli valdesi per trasferisti a Torino. Lo ritroviamo nella capitale del ducato sabaudo nei primi mesi del 1624, in situazione di grave indigenza, come lui stesso precisa in una lettera del 13 maggio 1624 indirizzata al ministro delle finanze del duca di Savoia: "la pregarò di persuader al mio Principe di non permetter più ch’io vada mendicar mio pane né dormir hor in questa stalla, hor in quella fenera, hor sopra fieno, hor sopra paglia alla foggia di cani senza l’inzolo [lenzuolo] né coperta come ho fatto doppo l’undecimo di febraio passato sino al giorno d’hoggi, dove mi sono riempito d’ogni spurcitia". La lettera dedicatoria era allegata al manoscritto che con tutta probabilità Allione aveva composto durante il suo soggiorno torinese, a partire forse dalle riflessioni che aveva già elaborato nelle valli valdesi e che gli erano valse la diffida e la censura del corpo pastorale. Il ministro ducale lasciò una nota in margine al manoscritto, assegnando ad Allione l'appellativo di "matto della Perosa della Religione".

La profezia

La profezia di Ascanio Allione è contenuta in un manoscritto datato 30 aprile 1624, composto da 36 pagine e preceduto da una lettera dedicatoria al ministro delle finanze del duca, verso il quale Allione rivolgeva le sue ultime speranze di riscatto. Il documento è attualmente conservato presso l'Archivio di Stato di Torino.

Il tema della profezia è molto semplice. Allione si definisce “profeta di Dio” e dice di aver avuto una visione nella quale si realizzano, nell’ordine, il crollo del potere temporale del papato, l’emancipazione degli stati italiani dalla pesante tutela politica della Spagna, l’unificazione della penisola sotto la corona sabauda e infine l’avvento di un nuovo regno cristiano che, sotto la gloriosa guida di Carlo Emanuele I di Savoia, avrebbe fatto piazza pulita di “tutte l’heresie et idolatrie” contrarie alla pura Parola di Dio.

Allione raccontava la sua visione in tre diversi scenari. Dapprima vide le mura di una “fortissima Città nella region d’Italia” divelte e abbattute dalla mano dell’Onnipotente. Quindi la visione di Allione aveva allargato il campo visivo all’intero globo terrestre: egli aveva visto “una rivoluzione, cioè un rinversamento di tutto il mondo come s’ei voltasse una balla”. Infine l’immagine tornava alla “fortissima città” italiana, dove il Signore provvedeva a ristabilire le mura nel loro stato originario.

Dopo aver esposto la sua visione, Allione esortava tutti i potentati italiani a sottomettersi spontaneamente ad un disegno dettato dalla stessa Provvidenza. L’autore lanciava perciò un appello a Genova, Venezia, Lucca, Mantova, Firenze, Ferrara, ma anche a Madrid e a Roma affinché si preparassero a cedere la loro sovranità sugli stati italiani a Carlo Emanuele I, scelto da Dio per essere il “Re d’Italia bella”. Allione sottolineava infatti che la divisione amministrativa degli stati italiani era la prima causa della loro debolezza: “divisi come state, siete come navi senza governo, senza timone et senza nocchiero, agitate da diversi et contrarii venti. Chi tira da un lato, chi tira da l’altro”.
Nel suo appello alla “casa d’Austria” Allione invitava il re di Spagna a ripiegare le sue insegne sui domini della penisola e lo esortava a non opporre resistenza al destino che Dio aveva predisposto per l’Italia. Allo stesso modo esortava Venezia, Genova e tutti gli altri potentati italiani a sottomettersi al duca di Savoia perché questa unificazione avrebbe giovato a tutti i loro popoli, sia da un punto di vista materiale sia da un punto di vista civile. Quella che Allione chiamava “l’espugnazione del regno d’Italia” avrebbe infatti abbassato la pressione fiscale, garantito giustizia ai deboli, liberato la penisola dal banditismo di strada e infine avrebbe punito “l’abominevole peccato” della sodomia.

Fonti e bibliografia

  • Archivio di Stato di Torino, Provincia di Pinerolo, mazzo 15, articolo 13, Memorie diverse riguardanti li religionari della valle di Luserna
  • E. Comba, Il matto di Perosa ed il Re d’Italia bella, in «Rivista Cristiana», anno XI, ottobre 1883, pp. 328-339
  • J. Jalla, Synodes vaudois de la Réformation à l'Exil, in «Buletin de la Société d’Histoire Vaudoise», n. 23, 1906, pp. 56-103
  • J. Jalla, La Riforma in Piemonte negli anni 1620-1623, in «Buletin de la Société d’Histoire Vaudoise», n. 60, 1933, pp. 5-61

Article written by Martino Laurenti | Ereticopedia.org © 2014

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]