Rossetto, Aquilina

Aquilina Rossetto è stata una donna friulana, residente a Udine, processata dall'Inquisizione per il suo operato di guaritrice e per il sospetto di essere un'eretica e una strega.

La prima denuncia ad Aquilina di Borgo Grazzano viene verbalizzata il 17 settembre 1574, quando Maria e Sabata, suocera e nuora, interrogate riguardo a Verginia, vedova di Pietro fornaio di Grazzano, asseriscono di essersi recate a Udine per cercare aiuto riguardo a una grave malattia che aveva colpito il marito di Maria, Giacomo Chiasa. Verginia le aveva indirizzate da “dona Colina” (Aquilina compare nelle prime carte inquisitoriali con questo soprannome), la quale aveva poi “visto” che la vittima era stata fatturata. Si era quindi fatta consegnare una cintura del malato, le aveva fatto due nodi e l'aveva segnata. A quel punto l'aveva messa in mano alle due donne con la raccomandazione di deporla, così com'era, sul cuscino e sotto la testa del malato, impartendo anche un insegnamento sul modo di osservare lo scioglimento dei nodi. Tuttavia Giacomo Chiasa era morto pochi giorni dopo.

Il 21 marzo 1575, presso il convento di San Francesco di Cividale, viene a deporre don Bartolomeo Sgabarizza, parroco di Brazzano. Lo ascoltano il vicario patriarcale monsignor Iacopo Maracco e l'inquisitore fra Giulio Columberto di Assisi.
Don Bartolomeo Sgabarizza asserisce di aver ascoltato, appena il giorno precedente, il mugnaio Pietro Rotaro, il quale, avendo un infante di quattro mesi in pericolo di vita, aveva pregato il suocero Raimondo de Raimondi di andare a Udine “da una madonna Aquilina qual si dice saper conoscer se una persona è faturata”. Il suocero riferisce che la la guaritrice avrebbe confermato che il bambino era vittima di una fattura realizzata da parte di una donna “che magnerebbe carne il venerdì” e tuttavia assicurava che sarebbe guarito. Il mugnaio, a quel punto, chiede anche il parere di Paolo Gasparutto, che si definisce benandante. Questi conferma che il bambino sarebbe stato vittima di streghe e che, senza l'intervento dei benandanti, sarebbe morto. Quindi aveva raccomandato al padre di prendere il bambino e “pesarlo tre giovedì, et che se il figliolo cresceva di peso il secondo giovedì sarebbe libero, et calando morirebbe”.
Il 7 aprile Pietro Rotaro viene interrogato dal tribunale dell'Inquisizione, al quale conferma tutto e aggiunge che, sebbene avesse seguito le istruzioni del benandante Gasparutto, il bambino, nonostante fosse aumentato di qualche grammo, era morto pochi giorni dopo la seconda pesa. Quindi, Rotato aggiunge che il suocero gli aveva mentito in merito alla versione di Aquilina: la donna aveva osservato “una coltrina che era stata sopra il mio puttino” e aveva riferito che avevano chiesto il suo intervento troppo tardi, perché non era più possibile salvare il bambino.

Durante la sua memoria difensiva, durata dal 1585 e il 1587, Aquilina Rossetto afferma di essere nata a Padova e di essere poi cresciuta a Vicenza. La madre Maddalena era padovana, mentre il padre era vicentino. Aquilina viene allevata dallo zio paterno Giovanni Battista, maestro di scuola: “lui, da bambina, mi insegnò questi preenti di preentar ogni sorta di ammalati et ligation”.

Si sposa per la prima volta a Vicenza, ma perde presto il marito. Nel 1548 si trasferisce a Udine per lavoro, in quanto sapeva filare la seta. Qui incontra il sarto Giovanni, originario di Latisana, e si risposa con lui, ma rimarrà vedova una seconda volta e perderà anche la figlia. Le rimarranno un genero e un figliastro, entrambi dediti alle sue cure, che si preoccuperanno anche delle denunce subite. Nel 1582 si sa che convive con la moglie del figliastro e Ioseffa, un'orfana zoppa presa in casa da piccola per carità.

Nel periodo del processo ha ottanta anni e afferma di essere malata. E' nota in tutta la zona udinese e anche molto oltre, come terapeuta. Da lei passavano a chiedere aiuto un minimo di cinque, sei persone al giorno e i vicini non mancavano di dimostrare la propria invidia per i suoi guadagni.

Chi l'ha conosciuta nell'ultimo periodo della sua vita, come per esempio Menia Mestroni di Mereto di Tomba, che la va a trovare nell'estate 1591, la descrive sola, vecchia, “a sedere in una carega appresso il fuoco”, eppure ancora in grado di guarire la gente grazie al suo rituale sulla cintura del malato, e anche di redarguire chi, secondo lei, la pagata troppo poco.

Le sue capacità di guaritrice, che le derivano dallo zio paterno Giovanni Battista Rossetto, sono complesse, è lei stessa ad affermarlo: “Ho tre tipi di preenti: il primo per il late (per la perdita di latte nelle puerpere), il secondo per le infermità delli homini et done, il terzo per li animali”, più altre specializzazioni che dichiarerà qua e là durante le sue deposizioni. Tra le tante, Aquilina riesce a “vedere” le “scontradure”, ovvero gli incontri o scontri con entità che possono provocare lo spasimo, una paura terrorizzante e improvvisa che lei sa riconoscere e curare. Probabilmente si tratta degli attacchi di panico, che nel Cinquecento erano presenti con la nomea di “colpo di paura”.

La guaritrice asserisce che la sua conoscenza terapeutica proviene dall'Ovest (Vicenza) ed è scritta e urbana, con una chiara influenza religiosa e veneta.

Aquilina, durante le sue affermazioni, perseguirà sempre una linea coerente: non è lei a guarire, lei è solo il tramite di Dio, della Madonna e dei santi. La accusano di comportamenti eretici e di stregoneria, ma lei ribadisce sempre con forza le proprie convinzioni. Infine la accusano di contatti con le anime vaganti con una precisa domanda: “Credete che le anime vadano così intorno?” E lei risponde: “Signor no, perché io havea un marito et una fiola che mi volean molto bene, che s'andassino così mi sarebbero pur venuti a trovar!”

Aquilina venne ammonita dal vicario, ma continua al sua pratica di terapeuta, tanto che verrà richiamata, ma non la troveranno, perché lei prontamente scappa a Latisana dai parenti del marito, fuori dalla giurisdizione dell'Inquisizione, e lì rimane per tre mesi. Poi torna a casa, riprende il mestiere di guaritrice e, quando si ammala, si fa sostituire da Ioseffa, oppure fa i nomi di altri guaritori locali a chi cerca aiuto.

Tra il 1582 e il 1583 c'è un continuo rincorrersi degli inquisitori e di Aquilina, che, seppur malata, riesce sempre a svignarsela prima di venire nuovamente interrogata, finché si costituisce il 28 ottobre 1583 nella chiesa di San Francesco. Si scusa per le sue continue fughe, dichiarando di aver avuto paura e afferma di essere perseguitata dalle denunce dei vicini. Viene rilasciata con l'obbligo di non allontanarsi dalla città senza la licenza del Sant'Ufficio, pena il bando, la scomunica e la flagellazione pubblica.

Nel dicembre 1583 viene chiamata nuovamente dall'Inquisizione a produrre un'autodifesa e lei dichiara con grande abilità di essere una preentrice, di usare i segni della croce e le orazioni, definendo quindi la sua opera di guarigione religiosa ed esorcistica, atta al bene della comunità. Aggiunge di non aver mai usato mezzi per nuocere a qualcuno e di aver continuato la sua attività anche perché lo stesso fra Felice era infatti ricorso a lei per richiederle orazioni e segnature. Infine, conclude di essere disposta a mettere a disposizione la sua arte per la corte inquisitoriale.

Il fascicolo di Aquilina rimarrà aperto fino alla sua morte, tra nuove denunce e richiami.

Ancora un secolo dopo, il suo ricordo era ben presente a Udine, dove la definivano “la solenne Aquilina”.

Fonti

  • AAUd (=Archivio Arcivescovile di Udine), Sant’Ufficio, b. 6, fasc. 100

Bibliografia

  • Carlo Ginzburg, I Benandanti, Einaudi, Torino 1996
  • Franco Nardon, Benandanti e inquisitori nel Friuli del Seicento, EUT, Trieste 1999
  • Margherita Caracci, Religiosità e Inquisizione (parte seconda), pp. 11-34 in «Rivista “la bassa”», n° 52, giugno 2006
  • Gian Paolo Gri, Altri modi – Etnografia dell'agire simbolico nei processi friulani dell'Inquisizione, EUT, Trieste, 2001

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Article written by Nataša Cvijanović | Ereticopedia.org © 2016

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]