Volpe, Antonio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Antonio Volpe è stato un frate del XVI sec., esperto di magia terapeutica, perseguitato dall'Inquisizione di Venezia.

Nato a Ferrandina, in Lucania, dopo avere preso i voti, si distinse per le sue prediche appassionate presso la chiesa domenicana di Gambarare, vicino Padova. Trasferitosi a Venezia negli anni’60 del XVI secolo, si mise in luce per la preparazione di alcuni distillati usati soprattutto per la cura della sifilide e preparati presso una distilleria in Campo dei Frari. L’attenta lettura dell’opera di Leonardo Fioravanti Capricci medicinali gli consentì di preparare alcuni rimedi emetici a base di elleboro, veratro, antimonio e mercurio che si riteneva purgassero il corpo. Tra i distillati più noti c’era Il precipitato, ossia il precipitato di mercurio allungato con acqua di rose zuccherata. Il suo carisma, la sua personalità e le sua conoscenze alchemiche lo resero uno dei guaritori più richiesti della città e gli valsero il soprannome di “frate del cancro”. Nel gennaio del 1567 fu fermato non lontano dal ponte di Rialto dalle guardie del Sant’Uffizio e condotto in carcere. A denunciarlo fu il medico Decio Bellobuono, collaboratore e debitore di Volpe di 200 ducati, ma impossibilitato a saldare il debito. Accusato di eresia e di possesso di libri proibiti, Volpe si difese rivelando ai giudici le vicende legate al debito del suo delatore e negando ogni accusa. Durante il processo, tuttavia, emerse che Volpe aveva molti nemici, soprattutto medici che ne temevano la concorrenza. Quasi un anno dopo il suo arresto, nel febbraio del 1568, l’Inquisizione decise di archiviare l’inchiesta e di liberare il frate. Non è noto quale fu il destino di Antonio Volpe dopo la scarcerazione anche se possiamo supporre che lasciò Venezia.

Bibliografia

Voci correlate

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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