L’evangelista valdese Antonio Cornelio e la comunità svizzera a Piedimonte d’Alife nel primo Novecento

di Armando Pepe

Come citare: Armando Pepe, L’evangelista valdese Antonio Cornelio e la comunità svizzera a Piedimonte d’Alife nel primo Novecento, in "Quaderni eretici. Studi sul dissenso politico, religioso e letterario", 6, 2018 [URL: http://www.ereticopedia.org/rivista#toc25]

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Fonti

  • Archivio della Tavola Valdese (d’ora in poi ATV), Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 14 “Cornelio Antonio, 1913 - 1914”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 15 “Cornelio Antonio, 1914 - 1915”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291, “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 16 “Cornelio Antonio, 1915 - 1916”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 17 “Cornelio Antonio, 1916 - 1917”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 18 “Cornelio Antonio, 1917- 1918”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 19 “Cornelio Antonio, 1918 - 1919”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 20 “Cornelio Antonio, 1919 - 1920”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 21 “Cornelio Antonio, 1920 - 1921”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 22 “Cornelio Antonio, 1921 - 1922”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 23 “Cornelio Antonio, 1922 - 1923”.
  • ATV, Serie IX, cartella 291 “Cornelio Antonio, 1900 - 1941”, fascicolo 24 “Cornelio Antonio, 1923 - 1924”.

Introduzione

Situato alle propaggini nordoccidentali del Piemonte, il centro di Torre Pellice, che Edmondo De Amicis definì la ‘Ginevra italiana’, è il cuore pulsante della Chiesa valdese, la più antica comunità protestante d’Italia. I valdesi prendono il nome dal ricco mercante medievale Valdo di Lione, che preferì vivere in povertà, dopo aver donato i propri beni agli indigenti, seguendo l’insegnamento evangelico contenuto nell’episodio de Il giovane ricco (Matteo 19, 21): “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi ciò che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nel cielo; poi, vieni e seguimi”. Perseguitati in tutta Europa, fin dal XIII secolo i valdesi si andarono raccogliendo in alcune valli delle Alpi Cozie per la benevola accoglienza dei Conti di Luserna. Il tratto distintivo del movimento valdese è l’estensione del diritto di predicazione anche ai laici; in più, i valdesi credono nel sacerdozio universale fondato sul merito individuale (affidato a tutti, uomini e donne), rifiutano i sacramenti impartiti dagli ecclesiastici e la venerazione dei santi, non ammettono il Purgatorio e negano la validità della messa, ma sostengono fermamente un’etica basata sulla fratellanza e la parsimonia. La struttura della Chiesa valdese è semplice; alla base c’è un sinodo, che si svolge annualmente, formato da tutti i pastori e da altrettanti membri laici. Il sinodo elegge la Tavola, composta da un presidente, che ha il titolo di ‘moderatore’, da vari pastori, ciascuno dei quali è sovrintendente amministrativo di uno dei distretti della Chiesa, e da alcuni elementi laici. Il moderatore e i pastori hanno il compito di far osservare il mantenimento della sana dottrina. Le Lettere Patenti, concesse da Carlo Alberto nel 1848 con lo Statuto, diedero i diritti civili ai valdesi, che nel dicembre 1853 inaugurarono un tempio a Torino. Lo storico francese Gilles Pécout1 osserva che l’impatto dei valdesi sulla società italiana, “durante il periodo liberale viene ulteriormente accentuato a causa della loro influenza culturale e del loro assetto sociale”.
La Chiesa valdese possiede la più antica facoltà teologica2 protestante d’Italia; fondata nel 1855 a Torre Pellice, si trasferì nel 1861 a Firenze, in palazzo Salviati, e dal 1922 nell’attuale sede di Roma in via Pietro Cossa. Nella Chiesa valdese si aveva – e si ha tuttora – un forte rapporto centro-periferia, dato che gli evangelisti e i pastori erano tenuti a relazionare costantemente sul loro operato, inviando resoconti ai superiori. Si stabilivano necessariamente reti di relazioni e di informazioni, che facevano capo al Comitato di Evangelizzazione, l'organo che coordinava i pastori e gli evangelisti sul territorio nazionale. Il Comitato di Evangelizzazione ebbe sede a Firenze dal 1860 al 1870, poi, fino al suo scioglimento avvenuto nel 1915, in Roma, dove rimase la Tavola Valdese, unico organo esecutivo. Dunque, l’evangelizzazione che agli inizi del Novecento interessò la zona del Matese è ricostruibile attraverso le testimonianze dei protagonisti, conservate presso l’archivio della Tavola Valdese, in Torre Pellice. La propagazione della fede valdese, muovendosi per cerchi concentrici, raggiunse anche Piedimonte d’Alife, cittadina fiorente per le attività commerciali e soprattutto industriali, capoluogo di circondario e sede di sottoprefettura. Rinomata era l’industria cotoniera piedimontese che, come sostiene Dante Marrocco3, è stata per centotrent’anni una delle prime del Regno di Napoli e poi dell’Italia meridionale. Nei primi del Novecento il cotonificio, proprietà della famiglia svizzera Berner, dava lavoro a seicento operai, che godevano finanche di uno spaccio aziendale dove acquistare generi alimentari a prezzo ridotto.

Antonio Cornelio

Antonio Cornelio nacque a Piedimonte d’Alife il 28 maggio 1871, da Salvatore e Filomena Catarcio. Proveniva da una famiglia borghese con dimora in via Paterno, nel quartiere di Vallata. Il 15 settembre 1878 entrò nel seminario diocesano di Piedimonte. Rimase orfano di madre all’età di otto anni. Nell’adolescenza lasciò il seminario per entrare nell’Ordine degli Alcantarini, un ramo riformato dei Francescani, che possedevano anche il cenobio di Santa Maria Occorrevole in Piedimonte. Fu consacrato sacerdote della Chiesa cattolica l’8 dicembre 1894 e, nella vita religiosa, assunse il nome di Padre Agostino. Quindi fu professore di filosofia e teologia. La conoscenza di un mercante svizzero evangelico e l’invito a tenere una predica nel Duomo di Benevento, contro i protestanti, indussero Cornelio a procurarsi, nonostante il divieto, libri che gli permettessero di conoscere e confutare le dottrine evangeliche. Si diede così allo studio degli scritti del teologo protestante romano Luigi De Sanctis e di altri volumi di controversia. Poi, attraversando un periodo di crisi spirituale, si pose in contatto con Teofilo Gay, pastore valdese in Napoli, cultore di storia e di filatelia. L’ultima parte del suo dramma interiore ebbe inizio nel momento in cui gli furono scoperti i libri che teneva nascosti in cella. Fu esonerato dall’insegnamento, e dal convento di Marcianise fu inviato a quello di Napoli, in Santa Lucia al Monte, sotto la scorta di due confratelli, per espiare un lungo periodo di penitenza. Abbandonò definitivamente la Chiesa cattolica il 20 novembre 1897, fuggendo rocambolescamente dal convento di Santa Lucia al Monte, e si convertì al protestantesimo. La ditta Gutteridge di Napoli si offrì di assumerlo come impiegato, ma Cornelio desiderava seguire la sua vocazione e, grazie alle raccomandazioni del pastore Teofilo Gay, il primo gennaio 1898 fu ricevuto come studente nel Collegio Teologico della Chiesa Evangelica Italiana. Fu aiuto del pastore evangelico di Bassignana (Alessandria) dal 28 giugno 1898 e sostituto del pastore di Palermo dal 15 febbraio 1899, ma nel maggio 1899 la Chiesa Evangelica Italiana fu obbligata a chiudere e a licenziarlo. Il primo ottobre 1899 fu ricevuto nella Chiesa Evangelica Metodista, prestando servizio in Foggia, e due anni dopo aderì alla Chiesa valdese. Nell’agosto del 1902 sposò Milca Falchi, originaria di Bassignana, dalla quale ebbe cinque figli. Fu evangelista valdese in varie comunità dell’Italia meridionale, svolgendo la propria attività senza posa, fermamente convinto che per predicare la parola del Signore bastasse dire ciò che veniva dal cuore. Finora, sia pure per un periodo limitato (dal 1914 al 1923), l’attività evangelica di Cornelio, solamente per Campobasso e provincia, è stata studiata dal pastore valdese Davide Cielo4], che osserva: “Il tempo che Cornelio poté dedicare al suo lavoro a Campobasso era molto ridotto, sia perché egli continuò a risiedere con la famiglia a Benevento sia perché doveva occuparsi anche degli altri gruppi della diaspora5 beneventana. Se si tiene conto delle distanze intercorrenti tra l’uno e l’altro centro che Cornelio doveva raggiungere, e di quello che era allora (e oggi ancora!) lo stato del servizio ferroviario in tutta la zona, ci si può fare un’idea dei disagi che doveva affrontare e dell’inevitabile frammentarietà e insufficienza dell’assistenza da lui fornita ai vari gruppi”. Per un profilo biografico che vada oltre la mera elencazione di titoli e date, si è pensato di scavare nella fitta corrispondenza che Antonio Cornelio intrattenne coi capi distretto e gli altri esponenti della Chiesa valdese dal 1913 al 1923, da cui emerge il suo notevole spessore psicologico. Nel 1934, per seri motivi di salute, fu costretto a interrompere il servizio attivo. Morì a Lucca il 26 marzo 1943. È interessante ripercorrere le testimonianze di una fede – vissuta e intimamente sentita – che emergono dalle lettere di Antonio Cornelio, anche per il periodo storico considerato che, diacronicamente, attraversa il primo conflitto mondiale.
Secondo lo scrittore austriaco Karl Kraus, autore del pamphlet In questa grande epoca, l’umanità, soggiogata dai vuoti refrain della stampa, iperbolici e grandiloquenti, non aveva saputo raffigurare la guerra prima che accadesse; se l’avesse immaginata, di certo non sarebbe accaduta.

Il carteggio (1913-1923)

[fascicolo 14]
Il 7 ottobre 1913 Antonio Cornelio scrisse a Giovanni Daniele Buffa, pastore presso la chiesa valdese in Napoli, sita al civico 25 di piazzetta Tagliavia, per delineare in sintesi l’attività del proprio apostolato tra Benevento, Campobasso, Castelvenere, Piedimonte d’Alife e San Potito Sannitico: “A Castelvenere fui accolto dai fratelli con molta simpatia e ci trattenemmo la sera in fraterna e cristiana conversazione, anzi potetti infondere in loro un po’ di coraggio, quando alle ore 7 ½ p.m. si sentì una buona scossa di terremoto, seguita da altre nel corso della notte, che però furono di minore entità. V’è in paese un’abitazione di quattro camere e una cucina, che io volentieri avrei presa, ma la proprietaria ha il figlio nel Seminario di Cerreto Sannita e l’arciprete, avendola minacciata che se avesse fittata l’abitazione a un protestante il figlio sarebbe stato cacciato dal Seminario, non ha voluto cedermela neppure al prezzo di Lire 300 annue. Il giorno dopo, a San Potito, non trovai alcun fratello, sicché la sera mi recai a Piedimonte per visitare le mie tre sorelle in carne e per vedere se avessi potuto avere un armonium usato per Castelvenere. Mi trattenni in casa delle mie sorelle, che non mi odiano più, come una volta, per il passaggio da me fatto dal papismo all’Evangelo; in loro è già entrato il dubbio sulle dottrine papali ed è questo il primo passo. Riguardo all’armonium mi si disse che era impossibile poterlo avere in Piedimonte”.
Il 23 gennaio 1914 Cornelio scrisse al pastore Buffa: “Mi fermai a Castelvenere il giorno di Natale e nel giorno dopo partii per Piedimonte; sabato 27 dicembre mi recai a Castello d’Alife, dove sono alcuni evangelici tornati dall’America, ma sono poco disposti a mostrarsi tali; domenica 28, di mattina, tenni Culto a San Potito. Son ritornato a San Potito domenica scorsa 18 gennaio e ho avuto come al solito una buonissima riunione. L’opera da me fatta in San Potito e in Piedimonte mi ha di nuovo alienati i parenti, ma io non me ne curo; certo i missionari cattolici hanno messo in subbuglio il paese, ma la loro opera è servita per mettere in maggior luce la mia testimonianza evangelica, e forse non tarderà che anche in Piedimonte si aprirà una Sala di Culto. Lunedì mattina ho avuto occasione di evangelizzare, nella piazza di Piedimonte, una cinquantina di persone. Aspettavo l’orario della partenza della corriera postale attorniato da alcuni amici che mi interrogavano chiedendo spiegazioni e facendo difficoltà; il mio parlare attirò molte persone, sicché in breve si formò un buon numero di uditori, che si accrescevano sempre più e chi sa che cosa sarebbe successo se non fossi dovuto partire alle ore 13:30. Un prete, che fu mio compagno di scuola al Seminario, mi disse: «Quanto lavoro si fa per la fabbrica dell’appetito!». Queste parole gli furono rintuzzate da tutti, che rivolsero il suo detto contro di lui e contro tutti i preti in genere. Un altro prete, in San Potito, che fu anche mio compagno, mi disse che avrebbe voluto anch’egli gettar la sottana ed abbracciar l’Evangelo, ma gli interessi lo trattenevano perché aveva una buona posizione che gli fruttava molto e non aveva la forza di lasciarla. Incontro preti e monaci di ogni sorta, anche dei miei vecchi scolari, e tutti mi fanno buon viso, ma poi nelle loro chiese gettano veleno contro gli evangelici; la mia presenza colà li conturba molto, specialmente perché non hanno avuto mai a che dire sulla mia moralità. Voglia il Signore aiutarmi sempre e disperdere i consigli degli empi”.
Il 20 febbraio 1914, Cornelio comunicò al pastore Buffa che: “A Piedimonte vi è un fermento evangelico, tanto che molti mi accertarono che si sarebbero occupati di avere una Sala di Culto a loro spese. La mia sorella mi disse ultimamente che essa non voleva seccature nel suo paese e che se io seguitavo ad evangelizzare in Piedimonte mi avrebbe cacciato di casa. Io certamente non ne faccio caso e proseguo la mia opera, ma le scrivo ciò perché se veramente l’opera in Piedimonte va innanzi, senz’altro dovrò andare in albergo, e spero che l’amministrazione non me ne faccia un appunto. In Benevento mi fu domandato se volevo tenere nella sala dei socialisti una conferenza su Giordano Bruno il 17 febbraio. Naturalmente io accettai, profittando dell’occasione per parlare anche sull’emancipazione dei Valdesi, sulla precedenza del matrimonio civile, sul divorzio e sull’attuale momento politico. Io ho fiducia specialmente nella classe operaia, perché ho evangelizzato molti suoi figliuoli, ed essi mi danno più speranza della borghesia e dei negozianti. Ma nell’assieme, oggi a me non sembra più tanto difficile che l’opera del Signore si manifesti anche in Benevento, città dei papi, dove sventola ancora, credo, per poco altro tempo, accanto alla bandiera nazionale, la bandiera papale sul Palazzo Municipale”.
Il 20 aprile 1914, in una lettera al pastore Buffa, Cornelio scriveva: “Il giorno 22 marzo mi recai a San Potito, di là dovetti la sera stessa andare in Piedimonte, dove tenni un Culto privato per la prima volta in casa del signor Lorenzo Marrocco. Tanto in San Potito che in Piedimonte ebbi un bell’uditorio. Il 23 marzo ritornai a San Potito e mi ci fermai tutto il giorno, recandomi presso vari amici e conoscenti per vedere se potevo trovare un’altra sala più ariosa, situata in miglior posto e più a buon mercato. Mi furono fatte vedere varie camere a pianterreno e, fra le altre, una bella sala, dove si riunisce il Circolo Operaio. Il fitto di detta sala è stato sino ad oggi pagato dal Deputato di Piedimonte, ma non volendo Egli ora più saperne, per la fine dell’anno, se il Circolo non deciderà a pagarsi il fitto, la sala, messa in ottime condizioni, rimarrà libera. In Piedimonte, come dicevo, ho cominciato a tener Culti privati in casa del signor Lorenzo Marrocco. Lì ho avuto due bellissime riunioni e mi pare che i miei concittadini siano ben disposti a ricevere la buona Novella. Aspettano che siano fatte le elezioni amministrative e dopo, han promesso, che non solo fitteranno il locale, ma anche che provvederanno per quanto occorrerà all’interno di esso. Lunedì di Pasqua, nel mattino, a Piedimonte, in casa del Direttore del Cotonificio amministrai la Santa Cena agli Svizzeri”.
Il 19 maggio 1914 Cornelio, in una lettera indirizzata al pastore Buffa, scrisse: “Stimatissimo signor capo distretto, le invio i nomi dei fratelli comunicanti. Come vede, in tutto sono trentatré, compresi sette che dovrebbero considerarsi come ammessi in questo anno e quattro che sono in America. In Piedimonte vi sono gli Svizzeri; debbono esser compresi nel numero dei membri della Chiesa Valdese?”.
Il 20 luglio 1914 Cornelio espose, in una missiva al pastore Buffa, crepuscolari momenti di vita quotidiana: “In questi mesi estivi nei paesi agricoli v’è poco da fare; fratelli, amici e simpatizzanti, affaccendati come sono nei lavori campestri e snervati dal caldo, poco si danno pensiero dei bisogni spirituali, perciò è scarso l’uditorio in Castelvenere e a San Potito; in Piedimonte, dove mi sono trattenuto lunedì e martedì 13 e 14 correnti, ho avuto delle buone riunioni private. In Benevento anche incominciano ad essere sempre più apprezzate le nostre riunioni private”.

[fascicolo 15]
Il 20 ottobre 1914, iniziato da pochi mesi il primo conflitto mondiale, Cornelio riferì epistolarmente al pastore Buffa che: “In Piedimonte i fratelli Svizzeri tedeschi stanno in grande cordoglio; la moglie del Direttore del Cotonificio veste gramaglie perché un suo fratello e un cognato sono morti in guerra; ho notato che essi non favoreggiano per la Germania, anzi la condannano. Gli amici di Piedimonte si sono un po’ raffreddati, dal tempo del primitivo fervore, a causa della guerra. Tutti i mali e tutte le barbarie, che si attribuiscono ai Tedeschi, fanno dire che il protestantesimo non migliora gli uomini e che l’evangelismo vale tanto quanto il papismo. Lo stesso si avvera qui in Benevento e tutto il seme che sino ad ora ho seminato in questi paesi pare che stia per essere affogato dalle zizzanie che molti nemici clericali ed anticlericali spargono dappertutto. Il lavoro non mi scoraggia, anzi mi dà più forza; sono le disillusioni che molte volte mi opprimono, ma spero sempre nel trionfo del Nostro Signore Gesù Cristo, benedetto in eterno”.
Il 20 gennaio 1915, nell’epistola inviata al pastore Buffa, Antonio Cornelio raccontava: “Nel giorno 27 dicembre feci il Culto in Castelvenere, San Potito e Piedimonte. A San Potito ebbi una discreta riunione, ma molti ascoltarono la predicazione stando in istrada, forse perché avevano paura di entrare nella sala o perché non volevano che altri parlassero sul loro conto. Da San Potito, recatomi a Piedimonte, trovai i fratelli e molti amici riuniti in casa del signor Lorenzo Marrocco; ivi feci regolarmente il Culto ed amministrai la Santa Cena a nove fratelli, sette di nazionalità svizzera, ma che hanno famiglia in Piedimonte, e due proprio di Piedimonte, che io ammisi come fratelli; altri cinque volevano essere ammessi, ma io li pregai a voler aspettare. Dopo aver tenuto il Culto, tutti insieme ci recammo in casa del Direttore del Cotonificio Berner, che aveva preparato un magnifico Albero; lo festeggiammo con molta edificazione, e i bambini svizzeri recitarono poesie nella loro lingua e anche in italiano. Il giorno 17 gennaio son tornato in Piedimonte e siccome là, sin dall’anno passato, i fratelli mi avevano promesso che avrebbero pensato da soli a fittarsi un locale per il Culto evangelico, profittando dell’occasione che in molti assistessero al Culto, rammentai la promessa fattami. Mi si rispose che i preti si son dati da fare per impedirlo e hanno fatto sì che un locale, che costerebbe di fitto Lire dieci mensili, volendo prenderlo per uso evangelico ne occorrono cinquanta. Uno solo potrebbe dare il locale ed è il signor Guglielmo Berner, ma egli, come si dice e come appare, è protestante di nascita ma senza sentimenti religiosi, e darebbe un locale alla Chiesa Evangelica solamente se la Chiesa Evangelica potesse essergli utile, ma siccome v’è tema che potrebbe esser di nocumento ai suoi interessi, non vuole neppure che i suoi dipendenti, pure essendo evangelici di nascita, si manifestino tali pubblicamente”.
Dalla sua residenza beneventana, alla via Pietro De Caro 17, il 31 marzo 1915 Antonio Cornelio, in un biglietto per il presidente del comitato di evangelizzazione Ernesto Giampiccoli, scrisse: “Sarà mio dovere raccogliere le informazioni richieste di coloro che fra i nostri fratelli saranno chiamati a prestar servizio militare in caso di mobilitazione. Io non sono soldato sia perché ebbi il congedo assoluto per forte miopia, sia perché ho 41 anni di età e non credo perciò che dovranno chiamarmi in caso di mobilitazione generale. Le ricambio gli auguri per le prossime feste, pregando continuamente il Signore che voglia colmarla delle Sue benedizioni ed accrescerle il dono dello spirito nei tristi tempi che attraversiamo”.
Il 29 luglio 1915 Cornelio, vergando poche righe su di un biglietto, informò il pastore Buffa di una cerimonia funebre particolarmente toccante: “Torno in questo momento da Piedimonte d’Alife, dove ho fatto il primo funerale evangelico, essendo andato col Signore un figlio del Direttore del Cotonificio Berner. Avendomi il Direttore domandato qual era il suo debito verso di me per il funerale, io ho risposto che non volevo nulla, ma lo pregavo di fare una volontaria offerta all’Amministrazione della Chiesa Valdese. Mi promise che così avrebbe fatto ed io gli diedi il suo indirizzo”.
Nella lettera al pastore Buffa del 19 agosto 1915 Antonio Cornelio fu più prodigo di strazianti particolari riguardo il funerale del figlio del Direttore dello stabilimento Berner, celebratosi in Piedimonte in piena estate: “Sono stato a Piedimonte due volte a breve distanza, la prima il giorno 24 luglio, la seconda il 27; fui chiamato per telegramma il giorno 23 essendo infermo a morte per meningite il figlio del Direttore del Cotonificio Berner. Giuntovi la mattina del 24, seppi dal Dottore che il bambino, quantunque grave, non sarebbe morto tanto presto, sicché io confortai i genitori; nel dopo pranzo tenni Culto e la notte, all’una e mezza del 25, partii per Telese con la carrozza postale e di là, la mattina alle 8, partii per Castelvenere, dove feci il Culto, e verso sera tornai a Benevento. Avvisato della morte del bambino, ripartii per Piedimonte il 27 e nelle ore pomeridiane feci un Culto nello Stabilimento e un altro nel Cimitero. Il primo funerale evangelico in Piedimonte d’Alife riuscì imponente più che mai, quasi tremila persone seguirono il carro funebre e ascoltarono la predicazione del Vangelo. Il sindaco di Piedimonte, l’avvocato Carlo Grillo, ebbe a dirmi in ultimo stringendomi la mano: «Molto efficace, molto efficace; questo funerale farà molto bene per l’Opera Evangelica in Piedimonte». Speriamo in Dio che le sue parole si avverino e presto. Il Direttore, padre del bambino morto, voleva pagarmi per il mio lavoro e per i viaggi, domandandomi quanto mi dovesse. Io risposi: «Nulla mi è dovuto, ho fatto il mio dovere e nient’altro; io sono mantenuto dalla Missione Valdese, che mi paga anche i viaggi». Lo pregai poi che avesse fatto un’offerta volontaria alla Missione e gli diedi il suo indirizzo. Egli, udendo il suo nome, mi disse che l’aveva conosciuto a Cuorgnè, che le avrebbe scritto e avrebbe fatto il suo dovere. Il risveglio evangelico in Piedimonte, e specialmente gli ultimi avvenimenti, hanno da me allontanato le sorelle germane, che sono a contatto continuo con le monache; esse non hanno potuto rifiutarmi, per dormire, una stanza nella casa di mio padre, ma per il resto dovrò provvedere io; perciò troverà, nel conto, le spese di vitto in Piedimonte; come pure troverà che da Castelvenere ho dovuto prendere un biroccino apposta, perché la carrozza postale non passa più a mezzogiorno ma alle 3 ½ del pomeriggio, e io debbo trovarmi all’una a Telese per prendere la carrozza per Piedimonte, o il treno che a Benevento ha la coincidenza per Fragneto e per Altavilla”.
Temporaneamente assente il capo del distretto napoletano Giovanni Daniele Buffa, Antonio Cornelio inviò alcune lettere al pastore Giuseppe Fasulo, sopraintendente del distretto di Sicilia, che ne faceva le veci.

[fascicolo 16]
Il 20 ottobre 1915, in una corposa lettera al pastore Fasulo, residente a Palermo in via Maqueda, civico 36, Antonio Cornelio ripercorse le fasi salienti della propria vita: “Apprendo che ella non conosce le mie condizioni di famiglia, credo perciò mio dovere informarla. Sono un ex sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, figlio del fu avvocato e professore Salvatore Cornelio (il quale non voleva che mi fossi fatto Frate, come non voleva che avessi abbracciato la Religione Cristiana Evangelica); nacqui in Piedimonte d’Alife (Caserta) il 28 maggio 1871; mi secolarizzai nella Chiesa Valdese di Napoli il 20 novembre 1897, essendo pastore e capo distretto il fu signor cavaliere Teofilo Gay, il quale mi fece entrare nel Collegio Teologico della fu Chiesa Evangelica Italiana, e dopo varie peripezie fui accettato come Evangelista Valdese in Torre Pellice il 15 settembre 1901, di modo che nel settembre 1916, con l’aiuto di Dio, completerò il terzo quinquennio di servizio attivo nella Chiesa Valdese. Il 20 agosto 1902 sposai l’allora signorina Milca Falchi, cugina del prof. Falchi di Torre Pellice, in Bassignana (Alessandria); ed il fu signor Giuseppe Quattrini, capo distretto, benedisse il nostro matrimonio. Il Signore mi ha concesso da mia moglie cinque figli, quattro femmine e un maschio, per Grazia Sua tutti viventi. La prima, Lidia, nata in Borrello (Chieti) il 25 maggio 1903, battezzata dal fu signor Quattrini, è ora studentessa della terza complementare; la seconda, Silvia, nata in Gissi (Chieti) il 30 giugno 1905, battezzata dal fu commendator Matteo Prochet, è ora studentessa della prima complementare; la terza, Olga, nata anche in Gissi il 20 agosto 1906, battezzata dal signor Giosuè Tron, è ora alunna della quarta elementare; la quarta, Ines, nata in San Giacomo degli Schiavoni (Campobasso) il 23 giugno 1908, battezzata dal signor Giosuè Tron, è ora alunna della seconda elementare; l’ultimo è un figlio maschio, Nemesio, nato in Orsara di Puglia (Avellino) il dì 8 giugno 1911, battezzato dal signor Arturo Muston, che va ora al giardino d’infanzia. Dopo il quadro della mia famiglia, mi accingo a farle conoscere l’opera affidata alle mie cure. In Benevento vi è un’opera incipiente. Da Benevento, la domenica mattina, vado a Castelvenere, dove faccio Culto. In questo paese vi è un bel tempietto di proprietà della Tavola Valdese. Nel giorno 19 settembre amministrai in Castelvenere un battesimo, ed il sindaco di Benevento, cavalier avvocato Achille Isernia, fece da padrino alla bambina. Prima del battesimo vi fu il Culto regolare; il nostro tempietto era pieno di uditori e, alla fine, il cavalier Isernia, che per la prima volta assisteva a un Culto evangelico, dimostrò per noi il suo compiacimento e molta simpatia, augurando che anche in Benevento si fabbrichi un Tempio Evangelico. A San Potito abbiamo in fitto una sala; vi faccio il Culto regolare e poi vado a Piedimonte, dove faccio il Culto la sera del lunedì in casa di un aderente molto affezionato alla nostra opera, ma che si confessa non ancora credente; vi sono in Piedimonte tre famiglie di Svizzeri tedeschi, iscritti nella nostra Chiesa, e molti aderenti che vengono anche a San Potito per assistere ai Culti. A Piedimonte non spendo per l’alloggio, perché ho una stanza a mia disposizione, concessami dalle mie sorelle in carne, nella casa paterna, sulla quale ho dei diritti di eredità; esse però, pur non disturbandomi nei miei principii, non vogliono con me avere a che fare, essendo continuamente a contatto con le Figlie della Carità, nel convento delle quali una è maestrina di pianoforte e l’altra maestra di lavori. Questo stato di cose si è acuito da poco contro di me, dopo il primo funerale evangelico che il 27 luglio feci in Piedimonte, funerale il cui accompagnamento fu fotografato e la fotografia mi è stata inviata, con dedica, in ricordo e in segno di riconoscenza”.
Nella lettera del 20 dicembre 1915 al sopraintendente Fasulo, l’evangelista Cornelio scrisse: “Ho dovuto fermarmi a Campobasso per amministrare il battesimo al bambino Bruno Apollonio, di Antonio. Il signor Antonio Apollonio è capitano dei Reali Carabinieri e nostro aderente; sua moglie e sua suocera sono due nostre brave sorelle comunicanti. Il nostro Culto e l’amministrazione dei Sacramenti furono fatti nella caserma dei Reali Carabinieri, dove abita la famiglia Apollonio, e vi intervennero i fratelli di Campobasso, Ripalimosani e Campodipietra. Si preparano le feste dell’Albero anche a Piedimonte in casa del Direttore del Cotonificio, e forse anche in Benevento, e a Campobasso in casa Apollonio”.
In una lettera del 19 aprile 1916, Antonio Cornelio scrisse al sopraintendente Fasulo: “Siamo già arrivati alle feste di Pasqua; è una Pasqua di sangue quest’anno! Auguriamoci che Dio, da questo malanno, faccia sorgere una nuova era e che il Cristianesimo del Vangelo trionfi; auguriamoci che le benedizioni di Dio non ci vengano meno, anzi si accrescano sempre di più. In questo bimestre v’è da notare: 1) l’accompagnamento funebre, fatto da me a San Potito Sannitico il giorno 19 marzo, di una sorella chiamata dal Signore all’età di 65 anni; è stato il primo funerale evangelico fatto in quel paese; 2) un altro battesimo è stato da me amministrato a Campobasso in casa del capitano dei Carabinieri il giorno 2 aprile a una bambina figlia dei coniugi Martinelli; il signor Giuseppe Martinelli, vice ispettore delle Guardie Forestali, è venuto da poco, con la moglie e la cognata, a Campobasso; le due signore sono fiorentine, evangeliche della chiesa Valdese di Via Manzoni; il signor Martinelli è nostro aderente, molto buono e gentile con tutti. Domenica scorsa, 16 corrente, a Piedimonte d’Alife, ho amministrato la Santa Cena in casa del Direttore del Cotonificio ai fratelli di Piedimonte e San Potito; questi ultimi, dopo il Culto che feci a San Potito, vollero venir con me a Piedimonte per partecipare alla Comunione”.

[fascicolo 17]
Il 6 aprile 1917 Antonio Cornelio scrisse una lettera, piena di suggerimenti, diretta al pastore Giovanni Daniele Buffa: “Ella pensa di partire da Napoli alle ore 7 a.m. e arrivare a Piedimonte alle ore 10:19, mentre quel treno arriva per lo più alle 12 e, qualche volta, anche nelle ore pomeridiane; pensa di poter ripartire da Piedimonte alle ore 17:15, mentre corre il rischio di ripartire il giorno seguente. Io stesso, che prima mi recavo a Piedimonte il sabato, col treno che partiva da Benevento alle ore 13:49, ora che, dal primo aprile, questo treno è stato soppresso, dovrò partire la mattina della domenica da Benevento alle ore 4:12, e siccome la carrozza postale parte da Telese alle ore 8 non potrò essere a Piedimonte che alle 11 o anche più tardi; poi dovrei visitare i fratelli e gli aderenti e farmi vedere in paese, perché a Piedimonte non vi è Sala per il Culto pubblico, e non si possono mettere dei manifesti, sicché non avremo tempo né di far Culto, né di desinare, né di andare a San Potito, né io posso avvertire i fratelli e gli amici con lettere circolari, come facevo una volta, perché pochi mesi fa, sia a Piedimonte che a Campobasso, tali lettere furono tutte tassate. Sono stato a Piedimonte e a San Potito domenica scorsa, e ho avuto la comodità di partire sabato 31 marzo. Ho principiato la Settimana Santa col tener Culto a Piedimonte e a San Potito domenica scorsa delle Palme. La mia andata a Piedimonte per il 16 aprile è impossibile. Ella, però, se vuole andare a Piedimonte, per provare, vada pure, quantunque io non potrò farle compagnia, e perciò le do alcuni nomi che le potranno giovare: 1°) il Direttore del Cotonificio, signor Emilio Schrepfer (il quale, però, non so se lo troverà per il giorno 16, perché forse si recherà con la sua signora a Salerno per stare qualche giorno col figlio, che sta nell’Istituto Svizzero); 2°) il signor Rodolfo Wilhelm; 3°) Giacomo Aebli; 4°) Lorenzo Marrocco; 5°) Giovanni Salardi; 6°) Luigi Pepe. A San Potito e a Piedimonte si recano pure qualche volta due fratelli da Faicchio, uno da Gioia Sannitica, uno da Castello d’Alife, ma non so se potranno venire per il 16. Per andare a San Potito si rivolga a mio nome al signor Giambattista Iannelli, che le darà una carrozzella per andare e tornare. L’opera affidata alle mie cure non è una chiesa, ma un campo di evangelizzazione, nel quale vi è la fiaccola del Vangelo, ma non il fuoco ardente, e si lavora per non far spegnere tale fiaccola, sperando che dopo, quando sarà terminato il flagello europeo, e quasi mondiale, la fiaccola possa accendere un gran fuoco”.
Il 25 giugno 1917, rivolgendosi al moderatore della Tavola Valdese Ernesto Giampiccoli, residente a Roma in Via Nazionale 107, l’evangelista Cornelio scrisse: “Il giorno 18 corrente, nel mio ritorno da Campobasso, trovai una sua cartolina, scrittami da Palermo, nella quale mi diceva che la Tavola ha deliberato di valersi dell’opera mia per una missione provvisoria in Abruzzo e nelle Puglie, e che dovrò prendere residenza senza famiglia a San Giacomo degli Schiavoni. Pertanto avrei dovuto mettermi in corrispondenza col Sovraintendente Francesco Rostan, che risiede in Siena al viale Curtatone 5. Ubbidii con sollecitudine e scrissi due cartoline uguali, l’una a Genova, all’indirizzo da lei datomi, e un’altra a Siena. Ieri sera, nel mio ritorno da Castelvenere, trovai la risposta del signor F. Rostan. Egli mi dice che, domiciliando a San Giacomo, dovrei recarmi ogni quindici giorni a Orsara di Puglia e una volta al mese a Casalanguida e a Carunchio. Sarebbero quattro le località che dovrei visitare, località che conosco perché ci ho lavorato. La Tavola Valdese potrebbe assegnarmi per il vitto Lire 6 per ogni giornata che sono fuori della mia famiglia; dico Lire 6 come minimo, perché coi tempi che corrono e coi viveri aumentati il triplo, o forse più, la vita costa, e nelle trattorie si spende troppo e si esce digiuni, specialmente io che, grazie a Dio, ho un buon appetito. Io metterò in nota le spese di viabilità (treni, carrozze, automobili), gli alberghi (se dovrò usarne) e le giornate che sono fuori di famiglia. Domenica prossima, con l’aiuto di Dio, dovrò essere a Piedimonte sia per l’Opera evangelica sia perché mi è necessario il passaporto per recarmi sulla linea Adriatica, che è zona di guerra, e qui a Benevento mi han consigliato di farlo nel mio paese di nascita e poi farlo vistare nel paese ove risiedo (ho dovuto anche farmi la fotografia!)”.
Il 5 luglio 1917 Antonio Cornelio scrisse un biglietto al sovrintendente Rostan: “Dovendo viaggiare per la linea Adriatica, Foggia - Termoli - Vasto, cercai di avere il passaporto per l’interno. Qui a Benevento mi consigliarono di farmelo fare a Piedimonte, mio paese di nascita, ma, essendomi recato a Piedimonte domenica scorsa, mi fecero osservare che avrei potuto ottenerlo con più sollecitudine a Benevento, dove domicilio da circa quattro anni. Appena giunto a Benevento, mi son dato da fare per averlo al più presto; mi hanno mandato da Erode a Pilato, ma non ho potuto ottenere la sollecitudine, anzi ho capito che gli impiegati vogliono fare il loro comodo e prenderanno tempo, difatti il vice commissario di Pubblica Sicurezza mi ha detto di recarmi da lui lunedì. Sicché io ho pensato di avvertirla che sabato prossimo mi recherò a Orsara di Puglia col treno che parte da Benevento alle 8:18 e farò ritorno lunedì”.

[fascicolo 18]
Il 5 febbraio 1918 Cornelio scrisse al sovrintendente Francesco Rostan: “Ho visitato le opere di Castelvenere, San Potito, Piedimonte, Orsara, San Giacomo, Casalanguida, Carunchio e Campobasso. A Piedimonte dovetti recarmici il 6 gennaio, ma il Direttore del Cotonificio aveva scritto al signor Giovanni Daniele Buffa, di Napoli, per il battesimo di un suo bambino, di cui ne aveva prima incaricato me, e così, in quel giorno, senza che il signor Buffa sapesse del mio arrivo e senza che io sapessi del suo, ci trovammo insieme per lo stesso scopo, contenti del resto di esserci visti dopo moltissimo tempo; il Culto in casa del Direttore fu tenuto dal signor Buffa, ma ad esso molti non potettero partecipare perché fatto nel Cotonificio. Il signor Buffa mi disse che il Moderatore lo aveva incaricato di occuparsi delle opere di Castelvenere, San Potito e Piedimonte, ciò che egli avrebbe fatto, sicché io ora mi occuperò solamente di Orsara, San Giacomo, Casalanguida e Carunchio e, quando mi riesce, anche di Campobasso”.

[fascicolo 19]
Il 18 marzo 1919 Cornelio scrisse al sopraintendente Giosuè Tron, residente a Biella in via Vittorio Emanuele 15, una lettera piena di speranze: “Il ritorno dei nostri soldati in famiglia fa crescere il numero di coloro che vengono ai Culti; vari soldati dei paesi circonvicini a Benevento, convertiti nelle trincee, hanno mostrato il desiderio di essere da me visitati; in molte località, dove sono dei prigionieri di guerra, come a Castelvenere, alcuni di essi vengono a trovarmi, anzi ne ho conosciuto qualcuno, che si è professato evangelico. A Piedimonte d’Alife ho amministrato un battesimo, a San Potito ho fatto la sepoltura di una sorella”.
Il 9 maggio 1919 Cornelio riferì per lettera al pastore Giosuè Tron: “La mia prima figliuola, da vari mesi ammalata, mi desta serie preoccupazioni. Ho pensato, per farla visitare da qualche specialista, di condurla a Roma, dove risiede mio fratello, impiegato al Ministero, se da lei sono autorizzato a lasciare per qualche settimana il mio campo di lavoro. Nella settimana precedente e seguente la Pasqua ho amministrato la Santa Cena ai fratelli di Castelvenere, San Potito e Piedimonte d’Alife. In San Potito ho cercato le benedizioni di Dio per il matrimonio di un nostro fratello in fede”.

Era il tempo in cui il presidente degli Stati Uniti d’America Woodrow Wilson , dopo la Grande Guerra, era impegnato a proporre un’idea di pace universale e di riassetto mondiale, secondo il discorso dei ‘Quattordici Punti’, che prevedeva il diritto all’autodeterminazione dei popoli. Woodrow Wilson, nella Conferenza della Pace che si tenne a Parigi nel 1919, si adoperò per l’attuazione del suo piano. L’Italia, che voleva la piena applicazione del Patto di Londra, sperando di ottenere la Dalmazia e la città di Fiume, incontrò il netto rifiuto di Wilson, che non era disposto ad accettare le richieste del nostro governo, il cui presidente, Vittorio Emanuele Orlando, abbandonò per protesta, e con clamore, la Conferenza di pace. Fu il nuovo presidente del consiglio dei ministri, Francesco Saverio Nitti , a sottoscrivere il trattato di Saint Germain, che però lasciava non definiti i confini orientali d’Italia. Così, il poeta Gabriele d’Annunzio decise di occupare militarmente la città di Fiume, reclamandone l’italianità; ma questa è un’altra storia.

Il primo luglio 1919, in una lettera a Enrico Pons, sovrintendente della Chiesa Valdese in Palermo, l’evangelista Cornelio scrisse: “Nelle diaspore di Piedimonte e Campobasso son passati all’altra vita per infezione, detta Spagnola, un fratello a Campobasso e una sorella a San Potito; in guerra morì un fratello di San Potito, giovane soldato della classe del 1899, che volle essere ammesso alla Santa Cena prima di partire, e sul Piave fu ucciso. Quasi tutti i fratelli delle varie congregazioni hanno avuto la cosiddetta Spagnola e anche io, con tutta la mia famiglia, ne siamo stati colpiti, specialmente due delle mie bambine che avrebbero bisogno di essere visitate in qualche clinica. Le riunioni e i Culti pubblici e privati nelle varie località hanno avuto sempre un discreto uditorio; a Piedimonte, quando si inneggiava a Woodrow Wilson, l’uditorio fu più che mai numeroso e le simpatie per la nostra causa crebbero, ma, mancata la gloria di Wilson, i piedimontesi si scagliarono contro di lui e venne a mancare anche l’entusiasmo pel Vangelo. La condotta di Wilson contro l’Italia ha pregiudicato molto la nostra causa in tutti i paesi. A San Potito ho benedetto il matrimonio di un nostro fratello con una cattolica, che non è però a noi contraria. A Benevento e a Campobasso ho tenuto Culti appositi e privati per le internate tedesche. La Santa Cena è stata amministrata in quasi tutte le località. Nella diaspora di Benevento i comunicanti sono 26, in quella di Piedimonte 14, in quella di Campobasso 19”.

[fascicolo 20]
Il 20 dicembre 1919 Antonio Cornelio scrisse a Enrico Pons: “Pregiatissimo Sopraintendente, a Piedimonte l’opera ha perduto la famiglia del Direttore del cotonificio, il signor Schrepfer; famiglia che tanta bella testimonianza ha dato in quel paese di preti e di frati, famiglia che nella sua abitazione riuniva quanti più amici poteva per far loro udire la predicazione del Vangelo; questa famiglia si è stabilita, da pochi giorni, in un paese presso Torino, paese che mi fu detto dal Direttore nell’ultima volta che sono stato a Piedimonte nei giorni 7 ed 8 correnti, ma non ne ricordo il nome. Ora i Culti si fanno nell’abitazione di un nostro aderente, che simpatizza molto per l’opera nostra, ma egli si professa credente senza voler appartenere ad alcuna Chiesa. Anche a Campobasso l’opera ha perduto la famiglia del Maggiore dei RR. Carabinieri Apollonio, che si è stabilita a Milano”.

In una lettera indirizzata al sovrintendente senese Francesco Rostan, del 28 marzo 1920, Antonio Cornelio scrisse: “Domenica 7 marzo, a San Potito Sannitico, dove abbiamo una Sala di Culto, ho amministrato il battesimo a una bambina, figlia di nostri fratelli; la sala era gremita di uditori e non mancarono i fratelli e molti amici da Piedimonte”.

[fascicolo 21]
Il 27 luglio 1920, Antonio Cornelio indirizzò una lettera a Ernesto Giampiccoli, moderatore della Tavola Valdese, che risiedeva a Torre Pellice per le vacanze estive: “Da mia moglie e dal signor Francesco Rostan ho saputo che ella e la sua buona signora si son degnati di visitare la mia figliuola, la mia prima, che il Signore forse vuole che nella sua giovane età vada con Lui. Desidererei che Egli, prima dei miei, chiamasse me, ma Egli è il Signore. Pensando alla mia prima figlia, Lidia, penso agli anni della mia giovinezza. Anch’io ero il primo dei figli. Mio padre, all’età di otto anni, mi chiuse nel Seminario di Piedimonte, avendo io da piccolo mostrato la vocazione di volermi consacrare al Signore; giunsi a 16 anni, frequentavo la seconda classe liceale, mio padre già sognava di vedermi presto prete, poi canonico e poi chi sa, ma io, vedendo la corruzione nel Seminario, e cominciando a conoscere la depravazione del clero, scappai dal Seminario e, credendo che tra i Frati vi fosse il vero spirito del Cristianesimo, mi recai da loro in Santa Maria Occorrevole e, contro la volontà di mio padre, volli assolutamente vestire la tonaca fratesca. Mio padre si dispiacque ma si rassegnò, dati i suoi principii di fervente papista. A 22 anni fui diacono e lettore in Lettere, a 24 sacerdote e lettore in Filosofia. Mio padre già sognava di vedermi progredire nella carriera fratesca e poi vedermi Vescovo o che so io; ma io conobbi la religione pura e semplice del Vangelo di Cristo; cominciò a farmi orrore il dover far credere agli altri ciò che io non potevo credere e, a 26 anni, gettai la tonaca alle ortiche e, nella chiesa Valdese di Napoli, con l’aiuto del pastore signor Teofilo Gay, mi vestii da uomo. Mio padre vide svanire tutte le sue speranze e se ne addolorò talmente che fu colpito da apoplessia, malattia che gli si ripeté finché morì dopo tre anni da che io mi ero secolarizzato, mentre ero predicatore locale a Foggia. Le mie sorelle e i miei fratelli avrebbero voluto linciarmi, uno dei miei fratelli ebbe l’animo di sfidarmi a duello alla pistola, duello che certamente io non accettai; ma Dio ha avuto pietà di me e oggi i miei fratelli e sorelle non mi sono più così contrari come una volta. Dall’esame del mio passato vado all’esame della mia figliuola. Essa da piccola in Orsara, dove aveva per maestra comunale una suora papista, ha mostrato la sua vocazione alla testimonianza evangelica; da piccola difendeva i principii religiosi suoi e della sua famiglia; la sua maestra suora ne era meravigliata e, pur contrariandola in fatto di religione, le voleva un bene dell’anima e la portava come esempio di bontà e di studio a tutte le alunne. A nove anni faceva da monitrice alle bimbe della Scuola Domenicale di Orsara. Venimmo a Benevento, dove essa ha frequentato le Scuole Normali. Il Direttore e tutti i suoi professori, fra i quali vi era anche qualche prete, pur facendole dei torti, l’hanno sempre portata come esempio di bontà e di studio. Io ho sognato; ho visto l’anno scorso mia figlia diplomata a 16 anni; è risultata la prima nell’esame del 1° Corso Froebeliano in mezzo a compagne che erano maestre provette con vari anni d’insegnamento; ho visto che la vocazione di mia figlia si compiva e me ne rallegravo, ma ecco la malattia grave, terribile, e con essa vedo le speranze fallite, anzi una voce interna continuamente mi dice: «Hai visto il fiore e il frutto cominciato a prodursi; ora questo frutto appartiene al Signore, tua figlia deve morire». Egli è il Signore, faccia quel che vuole, ma io mi affliggo, sia perché una parte del mio essere par che si divelga da me, sia anche perché debbo sentirmi dire dalle mie sorelle: «Tu a 16 anni cominciasti a dar dispiacere a tuo padre, tua figlia, senza volerlo, a 16 anni comincia a darne a te; tuo padre ti ha perduto per i tuoi principii e tu perderai tua figlia, che Dio farà morire». Ah, quanto a dir ciò, mi è dura cosa! Quanto mi è duro il solo pensiero! E perciò prego Dio con la preghiera del Nostro Signore Gesù Cristo: «Padre, se è possibile, allontana da me questo calice amaro, ma la tua volontà sia fatta!». Noi dobbiamo rendere grazie a Dio di ogni cosa e a me non resta che esclamare col Salmista: «Io ammutolisco, io non aprirò la bocca, poiché tu hai fatto questo». Il nostro Padre Celeste, che ha mosso il suo cuore a venirmi in aiuto, possa compiere il miracolo e farmi vedere mia figlia risuscitata”.
Il 15 gennaio 1921, in un biglietto indirizzato al moderatore Giampiccoli, Antonio Cornelio scrisse: “La mia angioletta è volata al Cielo venerdì 31 dicembre 1920, alle ore 22, mentre io ero a Telese, dov’ero andato per compiere il mio dovere a Castelvenere. Là son venute mia suocera e un’altra mia bambina per avvertirmene e, con loro, son ritornato a Benevento alle ore 4 ½ a. m. del primo gennaio, col direttissimo. Toccò a me di far da ministro alla mia figliuola e dare il conforto, che ci viene dalla Parola di Dio. Alle ore 15, dopo il Culto, nella fossa del cimitero la salma della mia cara fu coperta dalla terra e da mille fiori gettati sul tumolo dalle sue compagne e dai suoi professori. Fratelli vennero da Castelvenere, Fragneto l’Abate e da Altavilla Irpina. Mia figlia è ora con Dio. Prima che fosse morta, avrei dato la mia vita per la sua, ma ora dico: «Dio ha dato, Dio ha tolto, sia benedetto il Nome del Signore»”.
Il 18 giugno 1922, in una lettera indirizzata a Francesco Rostan, Cornelio rifletteva: “In questo anno ho notato un maggior risveglio religioso; da una parte v’è il Partito popolare italiano, che si dà un gran da fare per dominare civilmente e per annientare l’opera evangelica; dall’altra parte si nota il desiderio di emancipazione e, nei nostri comunicanti, maggior vita e attività, maggior bisogno di spiritualità e anche maggior controversia; non si può negare che molti dei nostri aderenti, e anche qualche debole fratello, sono attirati nell’orbita dei clericali non certo per fini spirituali, ma per convenienza”.

[fascicolo 23]
Il 18 marzo 1923, Antonio Cornelio scrisse al dottor Rinaldo Malan, sopraintendente della Chiesa Valdese in Palermo: “Oggi dovevo essere a Piedimonte e a San Potito, ma sono obbligato a rimanere a casa. A Benevento vi sono parecchi aderenti, i quali vorrebbero che si aprisse un locale per il Culto pubblico, e fanno così sperare in una buona Congregazione. Essi hanno promesso che sarebbero disposti a spendere per l’addobbamento della sala purché l’Amministrazione fitti il locale. Secondo me vi sarebbero alcune difficoltà: (a) Il Ministro del Culto, almeno per i primi anni, finché non si sia costituita la Congregazione, non potrebbe occuparsi delle altre opere; (b) in una città piena di preti e frati, come Benevento, certo si scatenerà una persecuzione che non possiamo prevedere quali risultati avrà, dato che oggi domina il Fascismo, il quale amoreggia con la Chiesa papale. Queste difficoltà ho esposto ai nostri amici; essi hanno risposto che se mai s’incomincia, mai si otterrà qualche cosa di buono. Visito anche Piedimonte, dove ci sono state delle perdite, perché gli Svizzeri, operai del cotonificio, che formavano il maggior nucleo di evangelici, sono partiti e v’è rimasta una sola famiglia. I simpatizzanti hanno manifestato gli stessi desideri di quelli di Benevento e anche là vi sono le stesse difficoltà. Da Piedimonte regolarmente mi reco a San Potito Sannitico. Qui vi è una sala per il Culto pubblico. A Fragneto l’Abate vi è una sola famiglia evangelica; qui i paesani sono refrattari all’Evangelo, non perché siano papisti, ma perché vi domina l’indifferenza religiosa”.

[fascicolo 24]
Il 17 dicembre 1923, Antonio Cornelio scrisse al sopraintendente Giovanni Bonnet, residente a Genova in via Curtatone 2, usando parole di cauta fiducia nell’avvenire: “A Piedimonte d’Alife ho avuto anche buone riunioni in casa del signor Rodolfo Wilhelm, uno svizzero che, quantunque licenziato dal cotonificio, si è stabilito definitivamente a Piedimonte con la famiglia. Con l’aiuto di Dio spero di riattivare quest’opera, che nel principio mi aveva dato belle speranze. A San Potito l’opera è ridotta perché una famiglia intera è partita per l’America del Sud, ma i vecchi fratelli si riuniscono e non mancano gli amici, i quali, appunto perché è stato tolto il locale di Culto, si mostrano più attivi e vorrebbero che si riaprisse. Io ho promesso loro che, se daranno buona testimonianza e faranno vedere delle conversioni, non mancherò di accontentarli. Si approssima il Natale. Quest’anno lo passerò a Castelvenere, partirò domenica 23 e, con l’aiuto di Dio, ritornerò il 26. Il 24 si festeggerà l’Albero e il 25 la Santa Cena. L’Albero sarà festeggiato a Piedimonte il giorno 30 e in Altavilla il giorno dell’Epifania”.
Dopo le feste natalizie, celebrate con canzoni evangeliche accompagnate dal suono del pianoforte, andò sfumando l’attività di Antonio Cornelio in Piedimonte d’Alife. Ce ne resta traccia, fortunatamente, nelle sue lettere, accorate, drammatiche, ma sempre delicate, che si conservano nell’Archivio della Tavola Valdese in Torre Pellice.

Note

Article written by Armando Pepe | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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