Caracciolo, Antonio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo [ISBN 978-88-942416-0-0]

Antonio Caracciolo (Napoli, ca. 1515 - Châteauneuf-sur-Loire, 29 agosto 1570) è stato un nobile napoletano e vescovo cattolico passato alla Riforma in Francia e condannato dall'Inquisizione romana.

Biografia

Figlio di Giovanni Caracciolo principe di Melfi, fuoriuscito napoletano trasferitosi in Francia con la famiglia nel 1529, studiò probabilmente al College de France. Alla corte francese fu protetto da Margherita di Navarra, che lo favorì negli esordi della sua carriera ecclesiastica. Nel 1544 fu nominato abate di di Saint-Magloire e vescovo di Megara in partibus infidelium. Sempre nel 1544 pubblicò il trattato Le Mirouer de vraye religion. Nel 1550 divenne vescovo di Troyes, dove andò a risiedere e predicò, cadendo subito in sospetto di eterodossia (al punto da esser costretto ad una pubblica ritrattazione). Sotto il papato di Paolo IV fu candidato da re Enrico II al cardinalato, ma senza successo, malgrado, tra l'altro, la sua presenza a Roma tra 1555 e 1557. Deluso dalla mancata elezione al porporato, nel 1557 viaggiò in Svizzera, incontrando Bullinger a Zurigo e Calvino a Ginevra. Vicino alle posizione dei politiques e fautore di una riconciliazione tra cattolici e ugonotti, nel 1561 prese parte al congresso di Poissy. Al rientro a Troyes passò tra le fila degli ugonotti, che lo riconobbero come loro vescovo. Per questo fu subito deposto e costretto nel 1562 a lasciare la città in seguito allo scoppio di una rivolta. Perseguitato dall'Inquisizione romana (che su interessamento del cardinal Ghislieri nel 1563 lo dichiarò eretico e privò di ogni titolo e beneficio ecclesiastico) e ormai inviso anche agli ugonotti per le sue posizioni troppo concilianti, morì nel 1570.

Bibliografia

  • Bernard Barbiche, Caracciolo, Antonio, in DBI, vol. 19 (1976)
  • Jacqueline Boucher, Caracciolo, Antoine, in Histoire et dictionnaire des guerres de religion, pp. 756-78

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]