Veronese, Angela

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Angela Veronese (1779-1847): improvvisatrice, poetessa, biografa di se stessa ma anche testimone, dal 'lembo di un giardino’, di un'intera epoca

di Francesca Favaro

In una giornata primaverile – l’anno era il 1793 – una fanciulla assai umile per origine, ma singolarmente raggiunta dal tocco delle Muse, ebbe la ventura di incrociare, nel giardino di villa Albrizzi, presso il Terraglio, l’incontrastata regina dei salotti veneziani: Isabella Teotochi. Ancora unita a Carlo Antonio Marin, cui era stata concessa in sposa contro il suo volere all’età di sedici anni, ma ormai prossima alla separazione e all’annullamento di quel primo infelice matrimonio, la nobildonna, famosa per bellezza e mondana eleganza, dopo soli tre anni, in virtù delle nozze celebrate nel 1796 con il senatore Giuseppe Albrizzi, sarebbe divenuta signora anche di quella villa, trasformandola in uno dei ritrovi preferiti dalla coeva élite culturale delle Venezie (e non solo).
Difficile immaginare, l’una accanto all’altra, due donne più lontane per stirpe e per condizione; tuttavia, nell’atmosfera quasi sospesa di un Eden floreale e di socialità, la celebre Isabella, circonfusa dal pregio del lignaggio e della sua greca avvenenza (era nata a Corfù nel 1760), nonché dall’acume dell’ingegno, accolse con benevola simpatia il duplice omaggio a lei offerto dalla giovane interlocutrice: un componimento improvvisato e un fiore.
L’interlocutrice di Isabella Teotochi era Angela Veronese, ed è a lei, alla sua memoria e alla sua penna, che dobbiamo la descrizione di quest’incontro, affidato all’autobiografia (parziale: si arresta infatti al 1826, nonostante l’autrice sia vissuta sino al 1847) intitolata Notizie della sua vita scritte da lei medesima.
La dimora degli Albrizzi, circondata da un magnifico parco, fu uno dei tanti “luoghi di delizia” che Angela, bambina e giovinetta, conobbe e frequentò: la sua famiglia si trasferiva infatti di villa in villa al seguito del padre, Pietro Rinaldo, che svolgeva la professione di giardiniere presso nobili casate.
Quello che segue è il primo, rapido quadro che Angela dipinge di villa Albrizzi, autentico paradiso in cui Pietro Rinaldo, passato al servizio di Alba Zenobio, sorella del conte Alvise, giunse insieme ai suoi cari nella stagione più propizia dell’anno, ossia all’inizio della primavera (il mese era aprile):

La pianta del luogo […] era deliziosissima; non si potea vedere situazione più ridente. Si ammirava un palazzo fiancheggiato da due superbe barchesse; un bel parterre davanti con maestosi cancelli di ferro; il continuo passaggio delle vetture e dei forestieri che si portavano a Venezia oltre un bellissimo stradone formato da due lunghe fila di castagni selvatici. Al di dietro del palazzo v’era un gran brolo, che mio padre ridusse ben presto a giardino con ispalti adorni di statue, con viali coperti di ombre verdeggianti, con un laghetto, a cui sorgea nel mezzo una zampillante fontana, con colline, boschetti, parco pei cervi, e con un laberinto di cui io era divenuta la picciola Arianna, poiché avendone io imparata la vera direzione era chiamata da tutti quelli che voleano vederlo acciò servissi loro di guida in quell’ingegnoso recinto, di cui il mio genitore era stato l’italico Dedalo.
(Angela Veronese, Notizie della sua vita scritte da lei medesima, a cura di Manlio Pastore Stocchi, Firenze, Le Monnier, 1973, pp. 62-63)

Gli splendidi scenari in cui la natura, sapientemente modellata dalle mani paterne, si compenetrava con lo sfarzo architettonico e artistico dei palazzi nobiliari rallegrarono costantemente lo sguardo e l’animo di Angela, senza farle tuttavia dimenticare il paesino di Biadene, frazione di Montebelluna, in cui aveva visto la luce nel 1779. Diventata scrittrice, si espresse con riguardo a proposito di genitori e congiunti, poveri ma assai onesti (caratteristiche che di frequente si accompagnano l’una all’altra, come ella osserva, apparentemente senza amarezza o rancore, in apertura delle Notizie), ma senza dubbio s’innamorò sin dalla più tenera infanzia, con slancio e devozione ininterrotte, soprattutto dell’attività paterna, grazie alla quale – lo scrive con una sorta di affettuoso sorriso – le spettava il vanto della discendenza dalla dea Flora (e poiché la madre Lucia proveniva da una famiglia di fabbri, a questa linea della sua genealogia Angela, ansiosa di trovare un ulteriore ‘blasone mitologico’, assegnò quale ascendenza la fucina di Vulcano).
I giardini adorni di fontane, i cui zampilli s’intrecciavano con lo stormire delle fronde e con le gare canore degli uccellini, le statue affioranti in linee di candore da labirinti di verde e cespugli sagomati – ed erano figure di ninfe, dèi e semidèi – costituirono per Angela il primigenio codice della bellezza. Nei primi tempi della sua vita, nell’età lieve e inconsapevole di infanzia e adolescenza, ella sentì tale bellezza, ne avvertì la forza, pur senza comprenderla appieno, e ne intuì il mistero. Quando, dopo un arduo e altalenante cursus studiorum da autodidatta, si fu impadronita a sufficienza di un alfabeto per lei secondo – quello delle lettere – lo fece aderire e corrispondere alla sua originaria percezione e visione del mondo: da poetessa, Angela traspose in umane parole, apprese poco per volta dai libri a lei donati, in cui risuonavano voci di autori classici e melodie d’Arcadia, le parole non scritte del Bello, parole che erano state (e per lei continuavano a essere) suoni e colori, movimenti di luce e di ombre: infatti così, con questo linguaggio, il Bello si era rivolto al suo cuore.
La precoce sensibilità della giovane Angela, la sua memoria recettiva, quasi ansiosa di trattenere le liriche echeggianti tutt’intorno (non era del resto l’unica, tra i suoi parenti e amici, che si volgesse rapita alle Muse e che coltivasse il sogno della letteratura anche grazie al mero ascolto, secondo una modalità di fruizione orale), la sua propensione per la musica, la resero, prima che poetessa, improvvisatrice.
Ciò che avvenne al momento della sua conoscenza di Isabella Teotochi Albrizzi, ossia l’improvvisazione di un componimento, si ripete in svariate occasioni: i versi affiorano alle labbra di Angela con la medesima facilità (anzi, sembra di poter dire, con la medesima necessità) propria di un rivo d’acqua nel fluire; dell’acqua di sorgente i suoi versi hanno inoltre la trasparenza: sono lo specchio, sottilmente aggraziato, in cui si riflette un lembo di cielo, la vibrazione di un petalo, una stilla di rugiada. È l’immediatezza stessa degli improvvisi, che resero Angela tanto famosa da valerle la definizione di “rustica Saffo” o “Saffo giardiniera”, a negare loro profondità. Più ancora che nell’esperienza di vita e d’arte di altri poeti che vennero riconosciuti maestri nell’«inutile e meraviglioso mestiere» (dobbiamo tale felicissima definizione dell’arte dell’ “improvviso” ad Alessandra di Ricco), nell’esperienza di Angela Veronese le poesie estemporanee, nate in un attimo, vivono solo per quell’attimo; e la loro fragilità, effimera ma a suo modo lucente, non viene smentita, bensì confermata, dalla redazione per iscritto: simili a brevi ricami, a tenui arabeschi appoggiati sulla pagina, i componimenti di Angela paiono anelare al sole e all’aria, alla brezza dei giardini in cui – testimoni solamente foglie e fiori – si sarebbero dovuti dissolvere per continuare in tal modo a vivere della medesima vita di foglie e fiori.
In un’epoca consacrata alla ricerca strenua (talvolta estenuante) della grazia, da ottenere a prezzo anche del più arduo artificio trasfigurato in habitus della mente e dell’azione, l’innocenza di cui dava prova la “pastorella del Sile” nell’abbandonarsi all’incanto di una poesia che risillabava l’incanto del mondo dovette parere, ai suoi aristocratici e dotti conoscenti, il tocco di una mano nuda e fresca su guance truccate o ardenti. Agli occhi dei suoi ammiratori Angela Veronese non aveva infatti bisogno di simulare l’idillio bucolico o un vagheggiamento d’Arcadia, poiché da lì proveniva – in campagna erano le sue radici – e alla dimensione campestre apparteneva. Ma se Angela di certo non ignorava le reali, dure condizioni di vita di un pastore o di un contadino (anche se abituata alla sublimazione della fatica nell’armonia grazie all’attività del padre), per i nobili che la frequentavano era sin troppo semplice fermarsi alla superficie delle sue ‘vesti arcadiche’: essi si compiacevano, incuriositi, di una sorta di singolare fiore selvatico, di cui godere le peculiarità trascurando o volutamente ignorando il cespite su cui era sbocciato.
Gli scrittori che Angela ebbe modo di incontrare – fra cui (si citano i nomi più insigni) Ugo Foscolo, Ippolito Pindemonte, Melchiorre Cesarotti e Giuseppe Barbieri, Luigi Carrer – condivisero con lei, in una sorta di parentesi aperta nel flusso del tempo, l’ossimorica fantasia di una “Arcadia autentica”; contagiati dal volatile prodigio di una poesia per loro autenticamente idillica, essi ascoltarono i versi di Angela e, idealmente, li sfoggiarono all’occhiello, quasi fossero davvero fiori… poi, spesso, li dimenticarono. Li dimenticava rapidamente, del resto, l’autrice stessa: erano infatti figli del vento di primavera, si schiudevano in un respiro e, dopo quel respiro, languivano.
Tuttavia, come si accennava, la “Saffo giardiniera” s’impegnò anche nella pubblicazione di alcune fra le sue rime. Le liriche di Angela (o, secondo lo pseudonimo da lei assunto, di Aglaja Anassillide) non solo trovarono accoglienza in miscellanee aperte a molti poeti – fiori mescolati a mille altri, dunque, in mazzi compositi – ma anche vennero disposte e organizzate in raccolte esclusive – quasi ‘giardini privati’ – negli anni 1804, 1807, 1817, 1819 e 1826 (quest’ultima edizione, apparsa a Padova per i tipi di Crescini, includeva anche le Notizie della sua vita).
La maggior parte di queste edizioni (a cui si deve aggiungere il racconto lungo Eurosia, uscito nel 1836) è posteriore al matrimonio dell’autrice. Nel 1824, intorno ai venticinque anni – età opportuna perché una donna divenisse moglie – Angela sposò il cocchiere Antonio Mantovani, originario – curiosa corrispondenza! – proprio di Mantova (il che lo impreziosì agli occhi di lei, visto che condivideva la patria con Virgilio). A caldeggiare le nozze era stato Rinaldo Veronese, che in questo possibile (e poi effettivo) genero aveva scorto un uomo gentile, rispettoso in altri della cultura di cui era personalmente sprovvisto, e dunque lieto che la futura moglie coltivasse la sua vocazione. Favorita dalla disponibilità del coniuge, insieme al quale si era trasferita a Padova, Angela continuò dunque a scrivere, a pubblicare e a muoversi, sebbene con frequenza più sporadica, negli ambienti cui aveva avuto tante volte accesso. Le testimonianze e gli studi forniscono interpretazioni contrastanti sulla sua situazione dopo le nozze: se ad esempio Mario Pieri sottolinea l’insistenza con cui il marito la esortava opportunisticamente a comporre o a ristampare le sue rime in modo da ricavarne il massimo guadagno, Carrer, all’opposto, testimonia la sincerità dell’affetto esistente fra i due. Nella sua autobiografia (che però, lo si ripete, si ferma al 1826), Angela presenta la sua vita coniugale come un placido succedersi d’incombenze domestiche, ravvivate, tuttavia, dalla perdurante favilla di Apollo.
Risulta comunque indubbio il diminuito fulgore dell’esistenza di Angela rispetto al periodo in cui, spensierata e ingenua, aveva donato ai suoi nobili conoscenti, per il semplice fatto di esistere, un’intensa illusione di bucolica serenità. Ma della fantasia di cui era stata protagonista Angela non cadde vittima. Matura sia per anni sia d’esperienza, quando si trovò maggiormente lontana dalla poetica freschezza dei giardini e dal fasto dei palazzi seppe accettare con buon senso ed equilibrio l’appannarsi delle luci, la rarefazione dei contatti con la cerchia che l’aveva eletta a emblema dell’Arcadia: così, non si smarrì fra le ombre.
E se torniamo all’episodio da cui si è partiti – ossia all’incontro fra Angela e Isabella Teotochi – dobbiamo forse concludere che a coltivare un sogno con la tenacia derivante dalla certezza che al suo svanire tutto avrebbe perso significato non fu la pastorella infine messa in disparte, bensì la nobildonna ai cui piedi si prostrava il bel mondo. Nei suoi salotti, a Venezia o sul Terraglio, Isabella infatti perseguì con costanza, fedele a se stessa, lo scopo di mantenere intatta l’amabilità del vivere propria del Settecento galante, quella ‘civiltà della conversazione’ che il mutare dei tempi e delle idee condannava fatalmente all’isolamento e al declino. Contro l’incalzare – da lei identificato con un’aggressione, se non addirittura con un’invasione – di nuovi stili di vita e di pensiero, Isabella Teotochi reagì chiudendosi nel suo ambiente privilegiato.
E il salotto, dunque, non equivalse più a un aperto giardino, bensì a una serra, che tentava di preservare dalla contaminazione esterna rare specie floreali.
Meravigliose, senza dubbio.
Ma in estinzione.

Bibliografia

Edizioni ottocentesche

  • Varie poesie di Angela Veronese trivigiana, Venezia, presso Francesco Andreola, 1804
  • Rime pastorali di Aglaja Anassillide, Brescia, per Niccolò Bettoni, 1807
  • Alcune poesie pastorali edite ed inedite di Aglaja Anassillide, Venezia, co’ tipi Picottiani, 1819
  • Fiori anacreontici sparsi su la tomba di Canova da Aglaja Anassillide, Udine, per i fratelli Mattiuzzi, 1822
  • Versi di Aglaja Anassillide, aggiuntevi le notizie della sua vita scritte da lei medesima, Padova, dalla tipografia Crescini, 1826
  • Eurosia, Milano, coi tipi di Santo Bravetta, 1836

Edizioni recenti

  • Angela Veronese, Notizie della sua vita scritte da lei medesima, a cura di Manlio Pastore Stocchi, Firenze, Le Monnier, 1973
  • Eadem, Eurosia, a cura di Patrizia Zambon e Marta Poloni, Padova, Il Poligrafo, 2013

Studi e saggi

  • Ginevra Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura dal secolo decimoquarto fino a’ giorni nostri, Venezia, Alvisopoli, 1834
  • Mario Pieri, Della vita di Mario Pieri scritta da lui medesimo, Firenze, Le Monnier, 1850
  • Luigia Codemo, Fronde e fiori del Veneto letterario in questo secolo, Venezia, Giuseppe Cecchini, 1872
  • Manlio Pastore Stocchi, Introduzione in Angela Veronese, Notizie della sua vita scritte da lei medesima, a cura di Manlio Pastore Stocchi, cit.
  • Mario Fubini, Angela Veronese, Notizie della sua vita scritte da lei medesima, Rime scelte, in «Giornale storico della letteratura italiana», CL, 472, 1973
  • Adriano Favaro, Isabella Teotochi Albrizzi. La sua vita, i suoi amori, i suoi viaggi, con prefazione di Alvise Zorzi, Udine, Paolo Gaspari editore, 2003
  • Patrizia Zambon, Angela Veronese, Eurosia, 1836, in Angela Veronesem Eurosia, a cura di Patrizia Zambon e Marta Poloni, cit., pp. 11-25
  • Marta Poloni, Angela Veronese e la cultura veneta del primo Ottocento, ivi, pp. 27-57
  • Francesca Favaro, In forma di fiore. Le Rime pastorali di Angela Veronese come intreccio di generi letterari, in I cantieri dell’italianistica. Ricerca, didattica e organizzazione agli inizi del XXI secolo. Atti del XVIII congresso dell’ADI – Associazione degli Italianisti (Padova, 10-13 settembre 2014, htttp://www.italianisti.it /atti-di Congresso, 2016)

Nota bene

Questa voce fa parte della sezione "Dominae fortunae suae". La forza trasformatrice dell’ingegno femminile, che approfondisce il contributo offerto dalle donne alla nascita e allo sviluppo dei diversi campi del sapere.

Article written by Francesca Favaro | Ereticopedia.org © 2018

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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