Castenario, Ambrogio

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-88-942416-0-0 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Ambrogio Castenario (Curebia/Lubiana ? - Udine 2 novembre 1568) è stato un fabbro sloveno, processato e condannato a morte dall'Inquisizione di Aquileia e Concordia come eretico impenitente.

Era la giornata del 26 luglio dell'anno 1568, a Udine, quando Giuseppe Deciani, medicus stipendiarius della città , si recava "coram Reverendo Patre Magistro Sancto Cytinio […] comissario Sanctae Inquisitionis", per denunciare un fatto del quale era stato l'involontario protagonista, il venerdì della settimana precedente. Quel giorno, un povero mendicante slavo si era presentato nel suo studio, in contrada san Francesco, per chiedergli un rimedio per la sua infermità ma il medico, non comprendendone la lingua, lo aveva congedato nel nome di Dio. Ma poco dopo costui si era ripresentato con uno slavo, "tolto per interprete", così da poter ottenere il rimedio di cui aveva bisogno.
L'interprete, visti i libri che il medico teneva nel suo studio, aveva incominciato a fargli strane domande sulla Bibbia, sul Vangelo, sulla messa e sulla autorità del papa, mettendolo davanti ad affermazioni che contrastavano con quelle in credeva, così da lasciarlo scandalizzato ed indurlo a recarsi, il lunedì successivo, dall'inquisitore. L’interprete era Ambrogio Castenario, un uomo che portava una grande barba rossa; era uno slavo venuto a Udine cinque anni prima, da una località vicino Lubiana, ed era un fabbro che lavorava in una delle tante botteghe che avevano richiamato a Udine artigiani tedeschi e slavi.
La giustizia - almeno quella inquisitoriale - era rapida ed efficente. L'inquisitore, frate Cittinio - che era stato priore dei domenicani - non perde tempo: escussi i testi citati dal medico, e vistane la conformità delle loro testimonianze ("Tutti dicon chel ' è lutherano marzo"), il giorno seguente fa prelevare il Castenario, e lo fa mettere in prigione. Il giorno successivo il fabbro è già davanti al commissario inquisitore, al vicario patriarcale Jacopo Maracco ed al luogotenente veneto Francesco Venerio, con le mani legate, in una sala del castello di Udine, per essere interrogato.
Lo scontro, in tribunale, avviene tra l'inquisitore che conduce l'interrogatorio con gli strumenti della legge e della dottrina, e l'inquisito, che replica con grande conoscenza della Bibbia e del Vangelo (in casa sua saranno trovati diversi libri di interesse religioso, tra cui uno di Lutero), con fermezza e sempre sostenuto da una fede profonda.
Era infatti un uomo dalla fede decisa, il Castenario, capace di far fronte con prontezza alle domande poste dall'inquisitore, a replicare ed a rovesciare, perfino, i giudizi di chi lo stava giudicando, senza piegarsi agli inviti del vicario patriarcale, che paternamente, da par suo, lo invitata ad abiurare ed a ritornare, così, nell'accogliente grembo di santa madre Chiesa.
Sapeva, il Castenario, perché veniva interrogato, e quale sarebbe stata la sua fine se avesse ostinatamente continuato a professare la sua fede luterana; ma, come proclamerà all'inquisitore, se quella sarebbe stata la sentenza del tribunale, quella non sarebbe stata comunque la sentenza di Dio, perché non si trovava scritto, nel Vangelo, "che si debba uccidere qualcuno per la sua fede".
"Deum non habens prae oculis", non avendo Dio davanti agli occhi: è questo l'incipit della sentenza del 6 settembre 1568, con la quale il tribunale della Inquisizione di Udine condannerà a morte l'eretico impenitente Ambrogio Castenario. E ben si intende che la esecuzione spetterà al potere civile, perché questa non sarebbe stata consona alla dignità del sacerdotium. Eppure, il Castenario un Dio ce l'aveva davanti agli occhi, e lo pregava da buon fedele (certo, con qualche peccatuccio, come quello di battere, ogni tanto, la moglie "furlana" e farle gli occhi "tutti negri", come dirà un testimone, se la poveretta si intrometteva in questioni di fede), ed era lo stesso Dio nel quale credevano sia il commissario inquisitore che il vicario patriarcale che lo condannavano. Solo che non parlava il latino, ma il tedesco, una lingua che l'inquisitore non solo non voleva intendere, ma neppure prendere in considerazione; era la lingua di Lutero, la "tabe luterana", la peste ereticale che la Chiesa cattolica combatteva anche con la condanna a morte.
Come avverrà per il Castenario. A margine, ma proprio a margine, il processo si tinge di giallo: come mai dovranno passare ben due mesi prima della esecuzione della condanna, con il Castenario a marcire nelle insicure prigioni patriarcali, e con il continuo patema d'animo del vicario patriarcale, che vedeva allontanarsi sempre di più l'esecuzione richiesta al luogotenente veneto? Anche qui centra, e non poco, la politica. Il fabbro era suddito austriaco, e l'arciduca - religiosissimo era l'arciduca, ma anche geloso delle sue prerogative al punto di non aver accettato l'Inquisizione sui territori del suo dominio, che aveva sostituito con le temutissime " commissioni per la fede" - difficilmente avrebbe permesso che un suo suddito venisse giudicato da altri, e men che meno condannato a morte. Ma il patriarca Grimani, a Venezia, premeva alquanto per questa esecuzione sulla Serenissima, che da parte sua, preoccupata per i difficili rapporti con il potente vicino, cercava di prendere tempo, tanto che inizialmente sembrava avesse deciso di far trascorrere al Castenario un pò di tempo in prigione a Venezia.
Alla fine, il luogotenente veneto ricevette, il 26 di ottobre, una missiva nella quale il Consiglio dei Dieci gli ordinava di eseguire la sentenza nel modo più segreto possibile, lasciandogli libera la scelta delle modalità dell'esecuzione: " Vi commettiamo col detto conseglio che quanto più segretamente possete, debbiate dar esecutione alla sententia di quel reverendo tribunal, severamente però in quel modo che a voi parerà".
Ci informa di quella terribile esecuzione l'inquisitore Antonio Dall'Occhio - che nel sec. XVIII aveva ordinato per primo i processi dell'Inquisizione di Udine - con una glossa, scritta di suo pugno, posta in appendice al documento processuale: " Ambrosius Castenarius faber, Theutonicus de Curebia dictionis Lubianae, haereticus […] de nocte in loco carceris strangulatur, eiusque cadaver extra portam Cussignaci humatur (die 2 novembris 1568).

Bibliografia

  • Luigi De Biasio, Quattro testi inediti esemplari: Atti di un processo per eresia del 1568 contro il fabbro Ambrogio Castenario, in AA.VV., 1000 processi dell'Inquisizione in Friuli, Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Quaderno del Centro di Catalogazione dei Beni Culturali, 4, 2a ed., 1985 (1a ed., 1976), pp.105-130.
  • Federico Carrubolo, Gli atti del processo inquisitoriale contro Ambrogio Castenario(Udine,1568), in "Rivista di Storia della Chiesa in Italia", 52/2, 1998, pp. 455-487.
  • Roberto Iacovissi, Il caso di Ambrogio Castenario: il Friuli del secolo XVI e la Riforma, A. S. Macor, Udine 1992.
  • Roberto Iacovissi, Deum non habens prae oculis. Processo e morte dell'eretico impenitente Ambrogio Castenario. Udine, 1568, Edizioni Segno, Tavagnacco (UD) 2017.

Testi on line

Article written by Roberto Iacovissi | Ereticopedia.org © 2017

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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