Vanzo, Agostino

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Agostino Vanzo (Schio, 1524 - Vicenza, 1580) è stato un medico eretico, condannato a morte dall'Inquisizione.

La vicenda di questo medico vicentino, che abbracciò l’anabattismo e dopo mille peripezie finì tragicamente, ci è nota perché il suo fascicolo processuale si è fortunosamente conservato: il processo nell’archivio diocesano di Belluno, la sentenza al Trinity College di Dublino.
Agostino nacque a Schio nel 1524; studiò a Ferrara, dove conseguì il dottorato in medicina nel 1556: in quell’ambiente tramite alcuni studenti tedeschi venne a contatto con le idee della Riforma. Tornò quindi a Schio, dove esercitò la professione di medico fino a 40 anni senza particolari problemi.
Ma evidentemente era sotto il controllo dell’Inquisizione vicentina e durante una perquisizione, nell’aprile del 1566, trovarono in casa sua molti libri proibiti. Venne convocato nell’ufficio dell’Inquisizione a Vicenza, insieme ad altri eretici scledensi suoi amici. Nel corso di questo primo interrogatorio preferì sottomettersi all'abiura; incorse in una lieve condanna (digiunare per una volta al mese) e venne rilasciato.
Pochi mesi dopo un fatto grave impresse una svolta ulteriore alla sua vita: durante un litigio, ammazzò il cognato Ottavio Fontana e venne bandito dai territori della Repubblica di Venezia con sentenza del 23 dicembre 1566. Dovette allontanarsi da Schio e condurre una vita raminga (Mantova, Ferrara, Crema, Cremona, Milano, Bergamo, Val Camonica, Valtellina) fino alla liberazione dal bando, conseguita nel 1572.
Tornato a Schio continuò a professare la sua nuova fede e a fare proseliti. L’Inquisizione vicentina però era vigile e aspettava l’occasione opportuna; Agostino, sentendosi minacciato, decise di andarsene nuovamente da Schio e nel luglio 1579 arrivò ad Agordo, in territorio e diocesi di Belluno. L’Inquisizione di Vicenza riuscì però a individuare la sua nuova residenza e chiese istruzioni al Sant’Uffizio di Roma che a sua volta, nel settembre di quell’anno, ordinò alle autorità religiose e civili di Belluno di procedere alla sua cattura, darne conferma a Roma e comunicare il tutto all’Inquisizione vicentina. Agostino finì quindi rinchiuso nelle carceri vescovili di Belluno; gli vennero sequestrati tutti i beni, i libri e soprattutto gli scritti.
Tentò inutilmente di ottenere la scarcerazione ricorrendo all’aiuto di alcuni suoi amici influenti, tra i quali i nobili Gualdo. Ma ormai era tutto inutile: i giudici ecclesiastici bellunesi avevano in mano i suoi scritti fortemente satirici contro la Chiesa cattolica e da Vicenza erano arrivate anche le carte del suo primo processo di 13 anni prima.
Il processo ebbe inizio nel palazzo vescovile di Belluno e nel corso degli interrogatori si venne un po’ alla volta delineando la sua posizione molto vicina all’Anabattismo. Si rese ben presto conto che la sua sorte era segnata e rivolse allora una estrema richiesta all’inquisitore:
«Monsignor Reverendissimo, io so che Vostra Signoria Reverendissima mi farà morir, né io dimando la vita, dimando questo, che dovendo mi far morir, la mi faccia gratia di far come si fa a Vicenza, che prima la me faccia descoppar et poi brusar, et che non la mi faccia brusar vivo».
Chiedeva almeno un rogo alla vicentina e che si procedesse in fretta, ma il processo doveva seguire i riti e la prassi consueta. I giudici ecclesiastici vicentini, che dovevano emettere la sentenza, chiesero lumi al Sant’Uffizio romano e ai primi di gennaio 1580 Agostino varcò le soglie del carcere vescovile di Vicenza. Qui, dopo aver respinto con fermezza ogni richiesta di abiura, l’11 giugno 1580 ascoltò la sentenza che lo condannava al rogo in quanto relapso, consegnandolo al braccio secolare.

Bibliografia

Article written by Silvano Fornasa | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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