Agata la Palermitana

Dizionario di eretici, dissidenti e inquisitori nel mondo mediterraneo
Edizioni CLORI | Firenze | ISBN 978-8894241600 | DOI 10.5281/zenodo.1309444

Agata la Palermitana è stata una donna processata per stregoneria dal Tribunale della Santa Inquisizione dell’Arcidiocesi di Capua nel XVII secolo.

La prima denuncia contro di lei è datata 12 dicembre 1677: Caterina Voie si presenta al tribunale arcivescovile, pro exoneratione sua propria coscientia, e denuncia di aver assistito ad un dialogo tra Carlo Corallo e Agata. Corallo ha supplicato Agata di toglierle di torno Tolla Longa, la sua amante. Ha detto che avrebbe pagato bene, dodici ducati. Secondo Corallo Agata era capace di tanto, con arti magiche, perché sapeva che aveva fatto morire il cognato di Giulio Ubriano e il fratello di suo marito. Nel corso del dialogo Agata lo avvisa che quello che avrebbe fatto sarebbe stato una cosa superstiziosa e magica. Così persuaso, Carlo procurò quello che era stato chiesto per fare l’inciarmo: una gallina, una piccola pentola, un pezzo di polmone, chiodi e chiodini, spago, candele di cera, e delle spine di cetrangolo.
Caterina poi racconta di quello che accadde il giorno dopo. Con i suoi occhi vede accendere le cinque candele, nel focolare. Vede Agata spogliarsi e rimanere nuda, vede mettere i vestiti in un grembiule e posarli sulla testa. Vede Agata sciogliersi i capelli e lasciarli cadere sulle spalle, quindi prendere un coltello e incrociare le braccia. Vede Agata andare verso il focolare, verso le candele, verso il pezzo di polmone lasciato lì per terra. È un ballo scomposto, il grembiule con i panni cade mentre Agata comincia a dare colpi di coltello al polmone. E Caterina ascolta anche la formula magica, di cui capisce poche parole come “Santo Diavolo”. È solo l’inizio di una lunga serie di denunce che si protraggono per circa un anno e mezzo, fino al 28 marzo 1689, quando il Promotore Fiscale dell’Arcidiocesi si reca a casa di Geronimo Panico e Luisa Letizia. Luisa è molto malata, lei ritiene perché vittima di una fattura, e può muoversi solo con l’aiuto di bastoni e inoltre soffre di forti dolori di stomaco, al punto che non riesce ad inghiottire. Tutto questo è cominciato alla festa di Ognissanti, quando Luisa incontra Lella Impaglia, la moglie di Carlo Magnotta, mentre torna a casa per via Selice. Lella le borbotta qualcosa, Aloisia non capisce, chiede anche spiegazioni alla sua amica Annuccia Munciello, fatto sta che da quel momento comincia a sentirsi male. Che sia fattura diventa chiaro prima di tutto perchè quindici giorni dopo Lella, una sua amica di Alife, viene a trovarla e le fa toccare una borsa piena di orazioni e devozioni. Luisa non riesce a trattenere tremoti e crisi di pianto. I suoi parenti si spaventano e cosi un giorno accompagnano un sacerdote a visitare Luisa. Lei non lo conosce, e non ricorda il nome. Ricorda solo che dopo aver detto molte preghiere il sacerdote le dice che è stata affatturata. A questo punto è Annuccia ad intervenire e a consigliare l’intervento di Agata, per il quale è richiesto però il segreto. A queste condizioni dice Luisa che Agata andò a casa sua e cominciò a preparare una minestra con erba schiavone (che cresce nel pantano dei Sellari), condita con olio per fargliela mangiare. E poi un po’ di olio rosato e un altro olio di semi venne applicato invece sul suo ventre.
Dopo più di un anno dall’ultima denuncia, il 18 ottobre 1681 Antonio Abruzzese si reca di fronte al magistrato dell’Inquisizione per denunciarti. Antonio soffre di una infermità che neanche i medici hanno saputo diagnosticare e dietro consiglio di un suo compare, tale Iacopo dello Ullo, va a trovare Agata che immediatamente riconosce questa infermità come prodotta da una fattura magica. Anzi di fatture ne erano due, e che per toglierle occorrevano denari. Comprensibilmente Antonio accetta di pagarti e ti dà otto grana “per comprare alcune cose”.
Le denunce procedono a rilento, quella successiva infatti è datata 29 settembre 1682, ed è effettuata da Domenico de Rosa. Nove mesi dopo è Francesco Iadevaia a presentarsi al tribunale arcivescovile, il 23 aprile 1683. A suo figlio hanno rubato un mantello e la persona sospettata del furto è stata scarcerata. Francesco è furibondo e vuole che il sospettato venga punito. Agata gli fa comprare tre acini di incenso: uno lo dovrà buttare in casa del figlio, uno sotto il portico della Corte Regia, dove il mantello è stato perduto, e uno in casa del ladro. Su quest’ultimo acino è necessario spremere il succo di un cetrangolo.
Il giorno successivo è Francesco Errera a fare denuncia. Agata ha cercato di con la storia di un tesoro nascosto.
Cinque giorni dopo, il 29 aprile 1683 sarà Zenobia Strange a sgravarsi la coscienza di fronte al tribunale. Zenobia è la moglie di Domenico de Rosa, e confermerà quanto già detto da Domenico, aggiungendovi descrizioni di altri rituali usati per guarire Lena, la figlia di Angela, come ad esempio che Agata si spoglia nuda, con i vestiti sopra la testa. E obbligando le donne presenti a non chiamare il nome di Gesù qualora avessero avuto paura.
Dal 22 ottobre al 17 dicembre 1685 verranno interrogate presso il Tribunale dell’Inquisizione ventidue persone, tutti coloro che avevano sporto denuncia.
Il 10 gennaio 1686 inizia l’interrogatorio di Agata, che dura tre giorni. Tra dinieghi e confessioni, la storia di Agata viene fuori. Agata è nata a Palermo, e a dodici anni è già sposata con Nicola Russo. Viene sedotta da un sacerdote francese, Don Giacomo Paolino, con mezzi magici. Agata infatti si ritrova tra le braccia del prete senza sapere come e la rimanda a casa a cavallo di due cani bianchi con lunghe corna. Don Giacomo la inizia ad avere “familiarità col demonio”, durante un pranzo a cui partecipa anche la madre di Agata: le regala una piccola scatola con dentro uno scarafaggio incatenato con una catena d’argento, in cambio del suo sangue per fare il patto col demonio. Adesso Agata può chiamare il demonio per i suoi fini.
Agata afferma poi di aver consegnato la scatolina con lo scarafaggio al suo confessore, quattro anni prima, per paura di perdere la propria anima.
La confessione di Agata, anche a seguito di una “leggera tortura” ripercorre tutti gli eventi presenti nelle denunce precedenti, ed alla fine Nicola Vermiglia “dell’una e dell’altra legge Fattore Protonotario Apostolico Canonico Presbitero della Chiesa Metropolitano di Capua et nella presente sede Vacante Vicario Generale Capitolare” emette la sentenza: “ti sei resa a questa corte Metropolitana violentemente sospetta d’heresia, et di haver tenuto esser lecito servirsi d’esperimenti sacrileghe ad amorem, sive odiu captandu, ad mortem procuranda, et ad alia fine; di più d’havere havuto familiarità con il diavolo, e’ credutala lecita, e’ conseguentemente sei incorsa nelle pene, e’ censure contenute nelle Sacri Canoni, e’ costituzioni Apostoliche contro simili delinquenti promulgate […] per acciò questi tuoi enormi, empij, et hereticali errori, et operationi, onde ti sei resa violentemente sospetta d’heresia non restino impuniti, e sij più cauta nell’avvenire, et esempio a gl’altri, che si astengano da così gravi eccessi”. Agata verrà frustrata nei luoghi pubblici di Capua, per poi essere mandata in esilio.
L’ultimo atto presente nel faldone è l’abiura di Agata, per cui non è certo che la pena sia stata eseguita.

Bibliografia

  • Augusto Ferraiuolo, Pro Exoneratione sua propria coscentia. Le accuse per stregoneria nella Capua del XVII-XVIII secolo, Franco Angeli, Milano 2000.
  • Augusto Ferraiuolo (a cura di), Agata la Palermitana. Un processo per stregoneria nella Capua del XVII secolo, Frammenti, Caserta 2019.

Article written by Augusto Ferraiuolo | Ereticopedia.org © 2020

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant
plerumque et quae sunt aliis magis edita cumque

[Lucretius, "De rerum natura", lib. V]

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